Cartoline da Porto Venere

– di Sandro Tesoro

Immagini, ricordi e aneddoti degli antichi personaggi del borgo, dal “Trombettiere” alla “scià Pierina”,
la maestra di intere generazioni.
La selezione delle acquaiole scelte dalle famiglie benestanti fra le ragazze più robuste. La “Limbana” capostipite
delle donne che torcevano la canape.
La laboriosa tintura delle reti da pesca.
Il gioco dei soprannomi.

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200706-11-2mCamminiamo per le strade di Porto Venere. E sentiamo raccontare degli antichi personaggi del luogo. Il “trombettiere”, la signora maestra, le acquaiole, le donne che torcevano la canapa, i tinteggiatori delle reti da pesca.
Ce li facciamo raccontare.
Il “trombettiere” era un volontario della Società mutuo soccorso di Porto Venere “Istruzione e Lavoro”, istituita il 1° Luglio 1888, fra operai e naviganti del paese. Comunicava al paese, con il mezzo più veloce possibile, le notizie, le richieste di aiuto alle persone o di intervento per pubbliche calamità.
Occorre calarsi nella realtà del tempo per capire come questo costituisse un esempio efficace di organizzazione permanente (esperienza precorritrice della Protezione civile), che si mobilitava per rispondere immediatamente alle richieste di aiuto e organizzava anche le prestazioni a domicilio per aiutare invalidi e ammalati, secondo turni che venivano affissi all’albo sociale, posto nel punto più frequentato del paese.
Per i portoveneresi di ieri e di oggi, la maestra, per eccellenza, era la signora Pierina Podestà Trieste. A scià Pierina (scià: signora). La “scià Pierina” non era la maestra di tipo convenzionale impegnata a dare agli alunni le solite nozioni scolastiche, ma una persona di straordinaria carica umana, mai estranea agli avvenimenti di famiglia dei suoi ragazzi.
In oltre quaranta anni di insegnamento a diverse generazioni, divenne una vera istituzione per il paese, una protagonista della vita locale, di cui ancora oggi si ricordano la sottile ironia e la familiare benevolenza.
Le acquaiole erano le portatrici d’acqua. Il lavoro dell'”acquata” era mansione delle donne che riempivano le caratteristiche secchie presso le due uniche fontanelle del paese. Una era in Calata, appoggiata sotto il muro a destra della Scalinata del “I Capitolo”, l’altra in località Chiappa (dialettale: “Ciapa”) nei pressi dell’ex convento francescano.
Tale lavoro, che durante le giornate di libeccio o di sferzante tramontana diventava più faticoso del solito, era pagato una lira e mezza al giorno, ma, “ab immemorabili tempore”, era negato al povero. Erano, infatti, le quattro o cinque famiglie di “benestanti” locali a scegliere le ragazze più forti e svelte per il trasporto dell’acqua. Le giovani donne con le secchie sul capo rivelavano una limpida eleganza non soltanto nelle vesti di “satin” pur modeste, ma, soprattutto, nella gestualità della mano che teneva in equilibrio la secchia.
La “Limbana”, titolo ereditato nel corso degli anni da tutti i discendenti del “casato”, era la vecchia capostipite che lavorava presso l’antica filanda-corderia (situata dietro l’attuale Locanda San Pietro) come addetta a torcere la canape con cui si faceva “la limbana”, un tipo di corda usata per manovrare le vele.
Assegnare un soprannome era consuetudine assai diffusa nella comunità portovenerese e anche questa usanza rivela un certo spirito di ironia e di fantasia che animava la gente del borgo, gente semplice, spesso “mugugnona”, ma dotata di ironica intelligenza.
Il soprannome si riferiva sempre a precise caratteristiche marinaresche per gli uomini (u Burrasca, u Scurpena, u Grego, ecc.) e a caratteristiche somatiche e varie per le donne (a Giancòna, a’ Piccinòa, a’ Cicchetela, a’ Crocrò, ecc.).
Giuseppe Manfroni, leggendario pescatore, era soprannominato “Tibìn”, deformazione dialettale del nome Ben Turpin, attore dell’epoca a cui Manfroni rassomigliava. Proprio “la gente di mare” è stata, per secoli, l’elemento portante del paese. L’antica darsena delimitava un bacino acqueo dove le piccole imbarcazioni, le “tartane”, entravano attraverso un varco nelle mura, sia in caso di assalto nemico, sia in caso di necessarie riparazioni alle imbarcazioni. Si presume che, nel Medioevo, fosse accessibile per mare al naviglio del tempo, quali saette, galee e salandrei.
A ridosso del muro merlato della darsena, vi erano i focolari in pietra locale che servivano per la tintura delle reti da pesca di un originario cotone bianco. Venivano tinte dentro le cosiddette “pèe”, enormi paioli in rame.
La tintura, che dava alle reti un caldo colore marrone-rossiccio, era ricavata dalla corteccia di pino macinata, sciolta in acqua e portata ad ebollizione. I vecchi pescatori lasciavano le reti nella tintura per tutta la notte e, al mattino, le stendevano ad asciugare al sole e al vento, nella piazza antistante la spiaggetta, nel “carugio” e lungo il piazzale di San Pietro fin sotto la chiesa. Questa operazione del tingere le reti era finalizzata alla loro migliore conservazione ed anche alla mimetizzazione in mare.
La spiaggia era il centro dell’attività del borgo, in quanto approdo e scalo d’alaggio delle diverse imbarcazioni. Inoltre in essa si svolgevano mercati e contrattazioni marittime.

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