Gli assalti di Marte al porto di Venere

– di Sandro Tesoro

Base navale bizantina: fu distrutta dai longobardi.
Le fortificazioni genovesi nella guerra contro Pisa.
L’attacco della flotta aragonese con 35 galee e 14 navi durò sette ore, ma fu respinto.
Lo stratagemma del “Bardella”.
Da paese di pescatori a rinomata località turistica.
I primi insediamenti balneari e la fama di Porto Venere nel mondo.

200705-13-1m“A quelli che giungono dal mare appare nel lido il porto di Venere e qui, nei colli che ammanta l’ulivo è fama che anche Minerva scordasse per tanta dolcezza Atene, sua patria…”. Così Petrarca , nel 1338, celebrava Porto Venere, ancora oggi conosciuto come uno dei luoghi più suggestivi, non solo della Liguria, ma d’Italia.
La storia e il mito spesso si mescolano, ma gli itinerari da Roma alle Gallie, come attestato nella “Geografia” di Claudio Tolomeo del 150 d.C. e anche nell'”Itinerarium Maritimum Antonimi” del 161 d.C., segnalano “Veneris Portus” quale scalo marittimo, il cui abitato, il “Castrum vetus”, era situato nell’area di San Pietro, nell’attuale Piazza Lazzaro Spallanzani. In seguito alla caduta dell’impero romano, in età barbarica, Porto Venere divenne base della flotta bizantina nella lotta contro i Longobardi, e per questo nel 643 venne assalita e semi distrutta dal re Rotari, che aveva esteso il dominio longobardo alla Liguria marittima. Nel corso del Medioevo, il borgo ebbe una vita fiorente, anche perché fu raggiunto da un grande movimento monastico, testimoniato dai resti di un monastero nell’isola del Tino e del Tinetto.
Nel 1113 Genova, che riteneva Porto Venere essere una roccaforte strategica nella difesa dagli attacchi da Pisa, acquistò dal feudatario Grimaldo da Vezzano il territorio alle spalle della spiaggia, costruendo il “Castrum novum”, stabilendo norme architettoniche precise con “caseforti” sul fronte a mare, le quali avevano la duplice funzione di abitazioni e di difesa in caso di assalti. Insieme al borgo nuovo che si snodava lungo il “carugio”, tra il 1118 ed il 1130, i genovesi fecero costruire sul colle roccioso la chiesa ufficiale della colonia, la Collegiata di San Lorenzo, in stile romanico, ad opera dei magistri Antelami, maestri lapidici originari della valle d’Antelamo, sul Lago Maggiore.
Nel 1160 i consoli genovesi fecero innalzare una cinta di mura insieme alle tre torri e alla porta d’ingresso al borgo, dove è ancora visibile l’iscrizione “Colonia Ianuensis 1113” ritenuta di collocazione successiva. Nel 1161 fu eseguito il rinnovamento del “Castrum vetus” nel piazzale di San Pietro con il rifacimento delle vecchie mura pre-genovesi. Intanto, Pisa tentava la distruzione della base rivale, ma non riusciva ad occupare il “Castello Superiore”, nemmeno per fame, nei due assalti del 1165 e del 1198, venendo anzi sconfitta presso l’isola Palmaria nel 1242.
Durante la lunga guerra tra Genova e Pisa (1119-1290) il Castello fu una imponente fortificazione, tuttavia le ricerche archeologiche non sono riuscite a stabilire se si tratti di struttura costruita ex-novo dai genovesi, o forse riedificata su preesistente fortezza di epoca bizantina.
Nei cartulari d’archivio c’è, però, testimonianza del Castello Superiore che sarebbe stato demolito nel 1458 per essere sostituito dall’attuale fortezza, a sua volta eretta in varie riprese, ad iniziare dal secolo XVI fino al 1751.
Nel 1256 i genovesi, dopo aver occupato il Castello di Lerici, in riconoscimento del contributo dato dai portoveneresi nella difficile espugnazione, decisero d’innalzare la chiesa di San Pietro in stile gotico-genovese sulle vestigia di una chiesa paleocristiana, sovrapposta al tempio pagano dedicato alla dea Venere Ericina e unita all’abbazia, aggiunta in epoca bizantina, di cui si fa riferimento nelle lettere di San Gregorio Magno del 594. La chiesa di San Pietro fu ultimata nel 1277.
L’inizio del declino della Colonia Ianuensis arrivò in una fredda notte del gennaio del 1340, quando il libeccio fece divampare un incendio improvviso che distrusse il “Castrum vetus” nel piazzale di San Pietro e la parte alta del borgo genovese, ora ridotta ad orti.
Porto Venere continuò ad essere legata alle vicende storiche di Genova a tal punto da subire l’attacco aragonese del 1494, che durò oltre sette ore, con l’intervento di 35 galee e 14 navi. Alla difesa di Porto Venere parteciparono non solo la guarnigione comandata da Giacomo Balbo, ma anche le ardite donne del borgo capitanate dal famoso corsaro portovenerese “il Bardella”, il quale consigliò di spalmare gli scogli di sego per impedire lo sbarco degli assalitori.
Lo stratagemma del Bardella, l’ardore dei difensori ed il coraggio delle donne portoveneresi riuscirono a far ritirare la flotta aragonese, ma l’uso delle armi da fuoco da parte degli attaccanti danneggiò gravemente le due chiese monumentali di San Lorenzo e di San Pietro.
La trasformazione della guerra, prodotta dalle armi da fuoco, segnò il declino della fruizione militare di Porto Venere. Tuttavia il borgo continuò ad avere importanza come porto di rilascio nella navigazione commerciale, tanto che al principio del XVIII secolo erano ancora attive agenzie commerciali e intensi erano anche i traffici marittimi. In questo contesto merita una citazione il commercio dei vini di produzione locale, specie nell’isola Palmaria e del rinomato marmo portoro, vanto di Porto Venere.
Nei secoli successivi iniziò l’affermarsi graduale della Spezia, che contribuì al tramonto militare della Colonia. Intanto, Andrea Doria iniziava la sua azione politica e militare nel golfo che fu dotato di fortificazioni più adatte all’uso delle armi da fuoco.
Nel 1606, sempre a scopo difensivo, su uno scoglio battuto dal mare, a ponente dell’isola Palmaria, venne costruita la fortezza di Torre Scola, che fu poi bombardata dalla flotta inglese nel 1800 e, oggi, è una pittorica vestigia nel meraviglioso panorama del golfo.
Ormai il golfo della Spezia è designato a piazzaforte marittima da parte di Napoleone I°, che, nel 1812, dà l’avvio alla costruzione della strada provinciale La Spezia – Porto Venere, che ancor oggi si chiama appunto “strada napoleonica”.
La storia dell’ultimo secolo ha visto poi una radicale trasformazione di Porto Venere da paese di pescatori a rinomata meta turistica.
Già dall’inizio del ‘900 abbiamo i primi insediamenti balneari, i bagni “Eros”, diventati in seguito “Doride” e oggi conosciuti come “Arenella”: vecchio toponimo motivato dalla sabbia finissima di quella spiaggia. I bagni erano attrezzati anche di un ristorante. Sulla terrazza, costruita su paletti di legno, alla sera si ballava al chiaro di luna e al dolce suono di una pianola.

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