I fenicotteri rosa di Orbetello

di Anna Montefusco

Appunti di un viaggio in Maremma. Dall’incanto della laguna, sulla quale sembra sdraiata la cittadina toscana, ai tomboli di Feniglia e della Giannella, le due strisce di terra e sabbia che collegano il promontorio dell’Argentario alla terraferma. La breve amicizia con un daino e la visita al convento dei padri passionisti. Passeggiata suggestiva sul lungomare dei Navigatori a Porto Santo Stefano. Le due fortezze che fanno da sentinelle al borgo marinaro di Porto Ercole. Da Marina di Grosseto a Castiglione della Pescaia attraversando una delle più antiche pinete litoranee italiane.

La Maremma centrale, tappa di riferimento per un fine settimana improvvisato, è quella che abbraccia la provincia di Grosseto, e da Napoli, tutto sommato, la si raggiunge in auto impiegando non più di quattro ore. Avevo scelto, per soggiornare, una struttura immersa nel verde, per sentirci da subito in armonia con un territorio notoriamente rispettoso della natura. Un territorio ricco di colori che si fissano da subito negli occhi per l’ampia gamma di cui dispone, che va dal verde delle colline e dei parchi naturali , all’azzurro del mare, passando per le mutevoli sfumature dei colori delle montagne. Tre, i giorni a nostra disposizione, da ottimizzare bene e in fretta. La prima escursione fu dedicata alla costa dell’Argentario, nella Bassa Maremma, a mio avviso la zona più bella dell’intero territorio perché coniuga la bellezza delle coste alla particolarità di un entroterra di grande interesse naturalistico; a Orbetello, la bella cittadina sdraiata nel bel mezzo di una laguna, la nostra carovana puntò da subito in direzione dei fenicotteri rosa che popolano la laguna di ponente.
201404-12-1mQuest’area è un’Oasi protetta del WWF, e per la forte umidità che la caratterizza, è divenuta l’habitat naturale di innumerevoli uccelli migratori tra i quali, appunto, i fenicotteri rosa. Osservare, da una distanza non eccessiva, un striscia rosa che sembra galleggiare sulle acque ferme di un lago è davvero curioso, così come vedere le anatre selvatiche piovere dal cielo e scivolare con delicatezza nell’acqua a pochi passi dalla nostra postazione tra i canneti. Godere poi del silenzio assoluto che si crea intorno a quest’area, è un valore aggiunto inestimabile per chi proviene da una città caotica come la mia. Per continuare l’itinerario naturalistico, ci spostammo in direzione di Ansedonia per visitare la Riserva Naturale di Duna Feniglia, altro ambiente incontaminato gestito in parte dal WWF. Il tombolo della Feniglia, lunga striscia di terra e sabbia, collega il promontorio dell’Argentario alla terra ferma e separa la laguna dal mare. Su questa duna è cresciuta una vegetazione fittissima composta da una grande varietà di alberi e abitata da una fauna altrettanto varia.
A noi interessava un incontro ravvicinato con i daini, animali docili per natura, motivo per cui scegliemmo di entrare dal lato di Ansedonia e non da Porto Ercole; sapevamo che i daini sono raggruppati in quel tratto di ingresso. L’auto, ovviamente, la si lascia a buona distanza e poi si prosegue rigorosamente a piedi o in bici. Tutto il tombolo misura circa sette chilometri, ma il nostro “obiettivo mobile” ama vagare in una radura poco distante dall’entrata, e in genere l’avvistamento non si fa attendere. E non si fece attendere neanche quella tarda mattinata, quando un esemplare giovane si staccò dal gruppo per venirci incontro. Doveva avere notato l’armeggiare nello zaino, perché procedette spedito e senza alcun timore verso le fette di pane che intanto avevo tirato fuori (innocenti refurtive sottratte alla prima colazione per nobili scopi) e che tendevo all’indirizzo del branco per attirare l’attenzione. Il suo gesto venne imitato da un altro paio di audaci esemplari, stavolta adulti, che si unirono al banchetto non proprio naturale, a dire il vero.
Non fu semplice allontanarsi da questi curiosi e mansueti animali, il più giovane dei quali me lo ritrovai con il muso letteralmente nello zaino, favorendo un mio divertente e impacciato arretrare che provocò non pochi sghignazzi.
Ci inoltrammo ancora per alcune centinaia di metri, utili a fare scorta di ossigeno e di silenzio, prima di regalarci una sosta per il pranzo in un ristorantino molto accogliente situato all’ingresso della Riserva. Pochi tavoli per pochi avventori, a godere dei piatti tipici della Maremma, cinghiale in testa, e della franca ospitalità dei toscani. Una manciata di ore, prima che facesse buio, consentì una passeggiata sul promontorio dell’Argentario, a completare una giornata decisamente “ecologica”, arricchita da una breve sosta presso il Convento dei Padri Passionisti, per ammirare lo spettacolo dall’alto. In origine questo promontorio era un’isola; nel corso dei secoli si sono poi sollevate due strisce di terra, i tomboli di Feniglia e della Giannella, che hanno permesso il collegamento con la terra ferma.
All’interno dei due tomboli si è venuta a creare la laguna di Orbetello, legata a sua volta al promontorio grazie a un tratto di ponte artificiale costruito in un secondo momento. Il convento lo si trova ad un’altezza poco al di sotto dei 300 metri, circondato da una rigogliosa vegetazione che comunque non ne nasconde la bianca facciata, visibile anche dal basso. Dall’alto del piazzale antistante il convento si possono ammirare la laguna di Orbetello, compresa la macchia rosa dei fenicotteri, e i due tomboli, in una visuale da cartolina. Tutt’intorno, come da prassi, regnava una pace silenziosa che induceva più a bisbigliare che a parlare, nel timore di spezzare l’incanto.
Dedicai qualche minuto anche alla piccola chiesa del convento, il cui interno, molto raccolto, è a forma circolare. Mi colpì in particolar modo l’urna bronzea che contiene i resti di Galileo Nicolini, un giovanissimo Passionista che visse solamente quattordici anni. Il secondo giorno ci svegliammo di buon’ora, complice una profumata tazzina di caffè fatto “in casa” con l’ausilio dell’immancabile, abusivo, fornellino elettrico: primo attrezzo a entrare nei miei bagagli in qualsiasi posto si vada, anche dietro l’angolo. Ci aspettavano i due paesi costieri più rinomati della Bassa Maremma: Porto Santo Stefano e Porto Ercole.
Il primo, si trova sulla costa di nord-ovest ed è il maggiore centro abitato del promontorio dell’Argentario. Lo raggiungemmo in meno di un’ora. Anche qui bisognò predisporsi al camminamento, facendo stavolta scorte di aria salmastra, inalate costeggiando il porto e attraversando poi il bellissimo lungomare dei Navigatori. Nonostante la familiarità con gli scenari marini, non riesco a non trattenere ogni volta lo stupore davanti a baie e insenature pennellate d’azzurro e di verde. Le panchine sul lungomare, rivolte verso il mare, invitarono a più di una sosta per trattenere la lucentezza di quei colori e il lento movimento dei traghetti in uscita verso le isole. In Piazza dei Rioni, ci fermammo in uno dei tanti bar affacciati direttamente sul mare, seduti davanti a tre tazze fumanti a rinnovare il rito del caffè. Molto meno inebriante, a dire il vero, di quello preparato in camera. Salomonicamente, mio figlio si tenne fuori dal confronto, puntando direttamente su una cioccolata calda. Tre o quattro passerotti, atterrati confidenzialmente a breve distanza dal nostro tavolino, non poterono contare sulla distribuzione di molliche giacché, per le sortite programmate, non erano previsti incontri con la fauna locale e relative scorte di pane.
Percorremmo la strada a ritroso scegliendo di risalire lungo le pittoresche stradine interne, rinunciando però a salire fino alla Fortezza Spagnola, la cui visita avrebbe richiesto un tempo maggiore di quello a nostra disposizione. Ripartimmo puntando verso Porto Ercole, sulla costa orientale dell’Argentario. Anche qui dovemmo accontentarci di una breve visita includendo, dapprima, una sosta in una buona trattoria, per rendere merito al connubio gastronomico mare-terra che trovò il suo punto di forza nelle croccanti fritturine di pesce e nella tagliata di maiale. La successiva passeggiata verso il porto completò lo stato di grazia.
Porto Ercole ha mantenuto le caratteristiche di antico borgo marinaro, nonostante sia diventata negli anni una località turistica molto affermata e forse un po’ troppo affollata nel periodo estivo. Il porto è molto suggestivo, adagiato tra due antiche e robuste sentinelle: Forte Filippo e la Fortezza Spagnola che, unitamente ad altre costruzioni difensive, testimoniano i vari passaggi “di mano” subiti nei secoli da questa cittadina. Poche, le persone a passeggiare sul lungomare, in quel tiepido pomeriggio di dicembre, e pochi anche i localini aperti. Tantissimi, invece, i gabbiani, a riempire l’aria con i loro versi “quasi umani”; il fascino del mare d’inverno è anche questo.
Il centro storico è situato dentro le antiche mura, dove si snodano una miriade di stradine e dove si aprono, d’incanto, memorabili scorci sul mare. Per quel giorno , poteva bastarci. Di conseguenza, bissammo sulla rinuncia alla visita della seconda fortezza spagnola incontrata in poche ore. Per il terzo e ultimo giorno, furono sufficienti 15 minuti di auto, da Marina di Grosseto dove alloggiavamo, per raggiungere Castiglione della Pescaia, ultimo itinerario stabilito. Attraversammo, per 15 chilometri di strada statale, la Pineta del Tombolo, una delle più antiche pinete litoranee italiane, in un susseguirsi di pini che non aveva fine. Un’esperienza che consiglio a chi ama i paesaggi naturali.
A Castiglione, altro antico borgo marinaro, ripetemmo il rito della passeggiata lungo il porticciolo, molto più piccolo dei precedenti, ma ugualmente delizioso, con piccole e lussuose imbarcazioni ancorate e con intere famigliole di anatre a spasso lungo il canale. Poi, ci spostammo nella parte antica, dove un edicolante in vena di chiacchiere ci informò che questo borgo medievale, in primavera e in estate, si anima a dismisura, divenendo un luogo molto vivace. La notizia ci rincuorò, per l’economia dell’edicolante, s’intende, ma non provammo neanche a spiegargli che a noi quelle stradine così silenziose piacevano assai così com’erano.
Ci sembrava indelicato contraddire un “compaesano”, per giunta tifoso del Napoli, come ebbe a comunicarci con orgoglio.

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