I pontili di Catharine

di Dora Celeste Amato

Le immagini della fotografa inglese Catharine Gibbs, stabilitasi in Val di Cecina, fissano soprattutto i moli in scatti poetici che fanno annusare l’odore del vento e del mare. La tecnica col grandangolo e la capacità fantastica e l’intuito di cogliere l’armonia nel caos umano. La preferenza per i luoghi d’acqua e quel pontile di Clevedon, il più bello dell’Inghilterra.

201404-7-1mForse Catharine Gibbs, senza immaginarlo, ha anticipato la “società liquida” , concetto fondamentale del pensiero di Zygmun Bauman, sociologo polacco, 1925, ‘padre’ dell’idea di ‘società liquida’. Il futuro non esiste, bisogna crearlo.
E’ quello che, forse, pensava, prima ancora di nascere, quella bambina che attraversò il mare, 1946, immersa, certo, nella placenta materna, ma ‘protetta’ dall’immensità dell’acqua. Elemento senza limiti, senza passato, senza presente, senza futuro.
Suo padre, giovane funzionario del Mandato Britannico, era appena morto nell’attentato all’hotel ‘King David’, Gerusalemme, sede degli uffici amministrativi. Dunque lei, la piccola Tiggy non lo conoscerà mai, mentre i suoi due fratelli, Richard, 1941, e Penny, 1944, anch’essi a Gerusalemme, un ricordo sbiadito, forse soltanto un’ipotesi di appartenenza. Ci torna alla memoria ‘Titanic’ ma anche, per contro, una vita, quella di Cathy, diversa da tutte le altre. Una giovanissima madre già vedova – non si risposerà mai (1917-2013) – ogni cura da parte del governo inglese, i migliori college, le migliori università, un lavoro di prestigio per Joan, la giovane vedova. I ragazzi? Tutti insieme, dal dicembre ’46, nella casa sulle dune – sudovest dell’Inghilterra – quasi un gioco nella sfida con alta e bassa marea. Pur con studi molto diversi, i tre ragazzi crescono con l’idea del ‘fare’, l’importanza parallela del lavoro manuale e mentale in uno con la propensione artistica. Concetto molto ‘praticato’ nel mondo anglosassone, ove la polifonia in senso lato, e quella musicale in senso stretto, attraversa la concertazione della vita.
Sin dall’infanzia, dunque “dal fare del gioco (cfr. Richard Sennett, Chicago, 1943, sociologo alla New York University) che passa attraverso la mano e i sensi”. Questo concetto sarà fondamentale per l’arte preferita da Catharine Gibbs, la fotografia.
Cathy studia all’Università di Newcastle, diventa antropologa, indirizzo artistico e, fin da adolescente, dipinge e, appunto, fotografa ogni dettaglio di vita. “La fotografia è la mia memoria”, dirà, poi, di essa. E’ chiaro che l’oceano, la casa sulle dune, i fari, i moli, sono quasi la sua ‘scelta di vita’. Se, per essa, s’intende l’affidarsi al sogno e viaggiare in esso, con esso.
Qualcuno , osservando una delle tante fotografie più intense scattate da Catharine Gibbs, ha immaginato, pur impaurito, l’oceano, immenso eppure luogo di “limiti che danno la forza di osare / anzi, la libertà di esserci/ l’approdo eppure lo spazio/ perplesso l’uomo chiede di esistere”. Limiti in quanto luoghi della natura. Da rispettare, da amare. Catharine un giorno, una laurea in tasca, a tracolla una vecchia Agfa prestata da un’amica di famiglia, arriva in Italia. Nata da una ‘società liquida’ ante litteram, ha bisogno di esplorare il mondo. Del resto era la fine degli anni Sessanta, i Fab Four impazzavano, Mary Quant dava il coraggio di osare: lei doveva voleva conoscere la terra ferma continentale. Ricca dell’esperienza dei moli, voleva confrontarsi con la natura e con l’arte italiana. Una sorta di valore del Tempo, dall’Oceano al Continente europeo.
Approda a Milano, va ad insegnare inglese madrelingua in un istituto linguistico per adulti, incontra un giovane mediterraneo, di grande futuro e di profonde passioni culturali. Catharine, un viso adolescente, il timido humour nello sguardo, le lunghe, belle gambe in evidenza, fa breccia e viceversa. Gli scatti lungo i fiumi, i laghi, alcuni giorni a Venezia, le danno la certezza che il suo filo conduttore lungo l’acqua è senza soluzione di continuità. Attraverso il mondo.
Poi, ecco l’inizio della favola, una bella famiglia, oggi degli splendidi nipotini, qualche volta una ‘saudade’ che viene colmata attraverso viaggi improvvisi verso la sua terra, un miraggio continuo tra coste alte e dune che la fanno tornare bambina. Le fotografie scandiscono ogni sua giornata, ogni tanto un dipinto, un lavoro in ceramica, mentre aumentano i contatti con fotografi ‘dilettanti’ di tutto il mondo.
“Fin da bambina – racconta – ho sempre amato i pontili, tipici ‘ritrovi’, inglesi, approdi lungo il mare. Pur studiando in grandi città , la mia gioia, e quella dei miei fratelli, era quella di poter tornare, ad ogni vacanza, dai nonni, nel villaggio, o poco più, sulla costa del Canale di Bristol, dove l’estuario del fiume Severn sfocia nell’Oceano Atlantico. La città più vicina con splendidi pontili era Burnham-on-sea. Ma la più bella, secondo me e secondo Sir John Betjeman era Clevedon, “il più bel pontile inglese”, più a nord. Poiché il Canale di Bristol ha un grande bacino di maree, sino ad un’altezza di quindici metri, tra i più grandi del mondo, ho sempre avuto molte opportunità di fotografare sia i pontili, i moli, quasi ‘asciutti’, sia quelli colmi di immensi scrosci di acqua. Naturalmente ogni pontile ha la sua storia, alcuni molto antica”.
I moli di Gibbs assumono una proiezione della sua anima, sempre protesa verso la conoscenza dell’essere umano e del mondo. Le sue fotografie, dunque, possono dare la sensazione di un’ouverture musicale, sospesa, magica.
201404-7-2mPontili, moli, fari, sorta di scialuppa tra l’artista e l’infinito. Scialuppa e, insieme, sosta, possibilità di riflettere, sognare, prendere tempo. Protetti da vetri che sembrano inquadrare il cielo e le balaustre di ghisa, sostegno di ogni dolore.
Fotografie, dunque, come incontro poetico. E, con la sensorialità e la sensibilità, ecco l’odore del vento, del mare. La cosa più interessante è, in Catharine Gibbs, la ‘mancanza’ di tecnica. Ciò che la colpisce in ogni tipo d’inquadratura, persone, cose, paesaggi, parte dal dettaglio. Poi, si può dire, procede verso il grandangolo. Ma non in senso ‘fotografico’, quanto, piuttosto, in senso poetico, umano, quasi un desiderio di abbracciare il mondo. Tutta la sua timidezza diventa coraggio davanti ad un’inquadratura mai immaginata, ove, si può dire, l’uomo si fa cosa e la cosa si umanizza.
Attraverso una capacità fantastica innata e l’intuito di cogliere l’armonia nel caos umano, un’armonia che, sembra impossibile ossimoro, riesce, pur in punta di piedi, a tuffarsi nel groviglio della natura, dei boschi silenti della ‘sua’ Val di Cecina, oggi sua seconda’patria’ elettiva italiana, sino agli sguardi paciosi dei buoi che si specchiano in una grossa pozza d’acqua, nei quali è molto difficile non pensare ai quadri di Segantini. Le sue preferenze vanno ancora ai luoghi d’acqua, quasi un impulso irresistibile di ritorno alla prima infanzia. Eppure, quasi una ‘immagine impacchettata’ di Christo, ci siamo permessi di suggerire una sorta di ‘book’ che, partendo dall’Oceano, passi, un Giulio Cesare di ritorno dalla conquista della Gallia, attraverso la Manica, i fiumi ed i laghi del Nord, soste obbligate monti e foreste, per arrivare al Mare Nostrum. E anche gli uomini europei potrebbero trovare un bisogno di stringersi la mano o, almeno, di prendersi per mano.
Dunque, le fotografie di Catharine Gibbs come catena per trovare gli anelli di solidarietà. Senza malintesi o furbizie: anche oggi che la tecnologia può essere protagonista, lei molto raramente ritocca le sue creature, usando sempre più l’animo e la scelta artistica. Certo, cambiando obiettivo o angolazione ma non scivolando mai nella seduzione delle macchine sempre più ‘indipendenti’ dall’uomo. Tra l’altro con una preferenza netta per il bianco e nero. Tranne lungo la fioritura dell’estate o l’intensità innocente dello sguardo infantile.
Dopo tante mostre, Catharine Gibbs di recente ha avuto l’idea di un progetto sul “mare” ed ha coinvolto l’attrice e regista Silvia Mercoli che ha scelto e recitato brani di prosa e poesia, da Melville a Baricco, da Baudelaire a Masefield. Con una suggestiva parte musicale a cura del favoloso duo Eleonora Mosca (cantante) e Andrea Massimo Fantozzi (chitarra) con diverse canzoni come “La Mer” e “Wave”.
Lungo le letture o l’ascolto della musica, Gibbs ha inserito un slide show delle sue foto di mare, in tutto un centinaio. Il progetto, presentato ai membri di un’Associazione culturale di Arese (Milano), è stato molto apprezzato. E molte cittadine del circondario si sono prenotate per rivivere le stesse suggestioni. Uno stacco dalla noia, dalla trita ripetitività, dalla tecnologia fine a se stessa.
Lungo la sua vita, ricca d’interessi e di umanità, Catharine apprezza il Mediterraneo, lungo ogni sua riva, non soltanto italiana, con i suoi colori e il suo calore. Certo, della sua infanzia passata vicino all’Atlantico è rimasto il fascino per quelle estensioni incolori ed illimitate.
La memoria, il presente, il futuro. Quale di questi attimi può prevalere?
Siamo sicuri di poter dire, lungo la poesia della natura, lungo gli elementi che ci fanno vivere, l’acqua, il fuoco – in quanto calore – che ognuno di essi, indispensabile, può, deve, essere viatico di vita.

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