Il sensazionale furto di mare che fece scoprire la bussola

– di Pippo Dalla Vecchia

Nel 1272 una flotta di galee di Amalfi si impadronì di alcune navi turche incustodite davanti a Tunisi.
A bordo di una di esse fu trovato un marchingegno che, perfezionato dagli amalfitani, divenne il prezioso strumento di navigazione.
In tutta questa storia, Flavio Gioia non c’entra.
Perché non è mai esistito.

Veramente credevate che Flavio Gioia fosse l’inventore della bussola? Non è così. La vera storia ve la racconto io, abbiate la pazienza di seguirmi e finalmente saprete la verità.
Superficiali traduttori di un codice amalfitano, redatto in latino, erroneamente attribuirono un “traditur”, un “si dice”, ad un certo Flavio Gioia e lo indicarono come l’inventore della bussola. Il testo, invece, riportava che Flavio “traditur”, vale a dire “riferisce”, o meglio racconta, e pertanto era il narratore e non il protagonista della storia dell’invenzione della bussola. Ma Amalfi, per la verità, c’entra, eccome.
Era l’equinozio di primavera dell’anno 1272. Una flotta di galee amalfitane in una notte senza luna passava silenziosamente davanti all’imboccatura del porto di Tunisi. Ancorate al largo vi erano alcune navi turche una delle quali, più grande delle altre, era la nave del comandante. Stranamente a bordo delle navi non vi era nessuno. Gli equipaggi erano a terra, a far baldoria prima di salpare per un lungo viaggio, forse oltre le colonne d’Ercole, e i grandi fuochi a terra confermavano questa ipotesi.
Gli amalfitani non si lasciarono sfuggire la ghiotta occasione. Tagliarono i cavi delle ancore e presero a rimorchio le navi turche. Quando giunsero ad Amalfi, nella cabina della nave del comandante trovarono una strana cassaforte di forma sferica col coperchio finemente cesellato. All’interno del forziere trovarono oggetti che parevano di scarsa importanza: un’asticciola leggera, lunga e sottile, una sferetta realizzata in lamiera, una pietra scura che si rivelò essere una calamita naturale (magnetite) sulla quale erano posate alcune sbarrette di ferro, piegate a semiluna, calamitate da quella pietra scura. Il forziere, denominato all’epoca “buxula”, che in latino medioevale significa piccola bussola, venne conservato con il contenuto come trofeo di guerra.
Agli amalfitani va ascritto senza ombra di dubbio il merito di intuire l’importanza di quelle piccole lune magnetizzate e dopo lunghi studi e ripetute prove riuscirono a rimontare lo strano apparecchio. Si accorsero così che le calamite
poste sull’asta (“calamo”) per mezzo della sfera poteva ruotare liberamente fino ad orientarsi nella direzione nord-sud. La forza che le spingeva era un’attrazione magnetica che – si sarebbe scoperto più tardi – orientava i corpi magnetizzati verso una zona del Globo molto vicina al Polo nord geografico ed indicata come Polo nord magnetico.
Quello strumento era dunque estremamente importante: permetteva di avere in ogni momento una direzione sicura ed invariabile anche senza che le stelle, soprattutto quella polare che da sempre e non solo ai naviganti indicava il nord, fossero visibili. Gli amalfitani ebbero il gran merito di perfezionare lo strumento, cambiarono la forma della calamita riducendola ad un semplice ago e resero tutto il marchingegno autonomo rispetto al rullio e al beccheggio della nave migliorando la rudimentale sospensione cardanica costituita da due semplici striscette di cuoio poste a croce all’interno della bussola. Questi perfezionamenti da Amalfi passarono ad altre repubbliche marinare diffondendo così la leggenda secondo cui l’inventore della bussola sarebbe stato un amalfitano chiamato Flavio Gioia, la cui esistenza non è stata mai provata per quanti sforzi si siano fatti sino ad oggi. Questo “illustre” personaggio non è mai esistito, ve lo confermo. Uno storico della prima metà del ‘400, Flavio da Forlì, riferisce nella sua “Italia Illustrata” che gli amalfitani avevano inventato la bussola e prestò, senza volerlo e a sua insaputa, il proprio nome al mitico inventore. Ai primi del ‘500, lo scrittore bolognese Piò riprese la notizia e in latino scrisse: “Amalphi in Campania veteri magnetis usus inventus a Flavio traditur”, e cioè “Flavio da Forlì ci tramanda che l’uso della calamita è stato inventato ad Amali, nell’antica regione campana”.
Come spesso succede, la traduzione fu malamente storpiata e ne venne fuori che l’inventore della bussola si chiamava Flavio. Come si sia aggiunto anche il cognome Gioia è e rimarrà per sempre un mistero. Ma gli amalfitani non se ne abbiano a male per tutto ciò: a differenza di tutti i comuni mortali di questo mondo, “il giorno del giudizio, per gli amalfitani che andranno in Paradiso, sarà un giorno come tutti gli altri” (Renato Fucini).

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