Alla scoperta della Libia

- di Adriano Cisternino

Le gigantografie di Gheddafi e il poliziotto discreto che ti segue e ti guida. Da poco aperto al turismo di massa, il Paese sta conquistando numerosi visitatori attratti non solo dalle spiagge di sabbia chiara e dal deserto, ma soprattutto dal grandioso patrimonio archeologico. Il soggiorno offre un eccellente rapporto qualità-prezzo.
È un'altra Africa, senza mendicanti e assillanti venditori ambulanti. Visibile un benessere generale. Non si vede un motorino in giro, solo automobili. L'alcol vietato e le donne rigorosamente velate. Omar al Mokhtar eroe della resistenza contro gli italiani e l'autostrada che il Colonnello si aspetta dal nostro Paese.

Quel faccione squadrato e angoloso sormontato dal tipico cappello libico campeggia con gigantografie in ogni angolo del paese. Te lo ritrovi davanti appena sbarchi all'aeroporto di Tripoli. Muhammar Gheddafi è lì che ti osserva con lo sguardo severo, come dire: bada a come ti comporti perché qui non si scherza. E poi te lo ritrovi agli incroci delle strade, in gigantografie a colori, e nelle hall degli alberghi, agli ingressi dei musei, sugli edifici pubblici, c'è sempre lui, il 66enne "colonnello", al potere dal '69, che ti guarda fisso, come una specie di "grande fratello", che ti accompagna dappertutto. Qualche volta ti sorride anche, ma di un sorriso appena abbozzato, controllato, come sorridono i duri, stringendosi le mani, l'una sull'altra, in un segno di saluto.
Un "grande fratello" che ti accompagna e ti scorta dappertutto ce l'hai per davvero in Libia, per proteggerti e controllarti al tempo stesso. Funziona così: ad ogni gruppo di turisti che arriva viene assegnato un poliziotto in borghese, che magari conosce anche un po' la tua lingua. È gentile, ti aiuta nelle scelte in un paese che non conosci, ti pilota verso la migliore riuscita (per te e per lui) del viaggio, ha una risposta (sarà quella giusta?) a tutte le domande. Ma ti aiuta anche a non commettere passi falsi in un paese di cultura, religione e tradizioni profondamente diverse dalle tue, anche se si trova ad appena un'ora e mezza di volo da Roma. Noi eravamo un gruppo di quindici persone provenienti da ogni parte d'Italia, capitanate da una dolce quanto carismatica torinese di cognome Garibaldi (e chi se no?...) e avevamo al seguito Fatah, un ragazzotto taglia 48, sui trent'anni, simpatico, gentile, che masticava un discreto italiano (comprensivo di qualche parolaccia) imparato in sei mesi di "missione speciale" a Roma, sposato da poco e in dolce attesa. Era con noi dappertutto, e nei grandi siti archeologici si aggregava d'obbligo la guida ufficiale.

Qualcuna era davvero esperta, qualche altra meno. Qualcuna esibiva anche un discreto italiano, imparato magari lavorando al seguito di archeologi italiani che lì hanno operato e continuano ad operare alla riscoperta, ricostruzione e valorizzazione degli immensi tesori d'arte ancora in parte sepolti.
La Libia si è aperta da pochi anni al turismo di massa e sta rapidamente guadagnando posizioni tra i paesi del Mediterraneo perché non le mancano argomenti di interesse, capaci di sedurre i cacciatori di immagini e di sensazioni. Dalle spiagge di finissima sabbia chiara all'archeologia e al deserto dell'Acacus, la Libia offre un ampio ventaglio di possibilità a chi è a caccia di evasioni e di emozioni. Anche perché è in grado di offrire un eccellente rapporto qualitàprezzo. E' un turismo ancora in fase di crescita, ma già il livello degli alberghi è buono. Unica precauzione per chi ama dormire: evitare le stanze che danno verso un minareto perchè si rischia di essere svegliati alle cinque del mattino dall'accorata "surah" con cui il muezzin invita i fedeli alla prima preghiera del giorno, la "salad as-subb".
La sensazione immediata, che poi si rafforzerà lungo tutto il soggiorno, è di non essere in Africa.
Nell'immaginario popolare, e nella realtà di una gran parte del continente, l'Africa è sinonimo di miseria, di povertà, di malattie, di stuoli di bambini che ti vengono incontro e ti circondano chiedendoti caramelle, penne o altro, quando non imperversano guerre intestine più o meno palesi. In Libia non c'è niente di tutto questo.

In oltre duemila chilometri di andirivieni fra città e cittadine della costa mediterranea non abbiamo incontrato nessuno che abbia allungato la mano per chiedere soldi o per cercare di vendere un souvenir. I bambini ti guardano incuriositi perché i turisti non sono ancora un fenomeno abituale. Semmai i più grandicelli si avvicinano per esibire il loro inglese elementare e scambiare qualche parola.
E' un modo per mettersi alla prova e farti capire che sono aperti al mondo occidentale attraverso la più internazionale delle lingue parlate. In una scuola femminile le ragazze, tutte rigorosamente velate (siamo in un paese mussulmano), dapprima hanno istintivamente nascosto il viso di fronte alle macchine fotografiche, poi, dopo lo scambio di poche parole in inglese, hanno accettato volentieri di posare con noi per una foto ricordo, eccitatissime nel rivedersi subito dopo nel display della macchina digitale. Siamo in un paese islamico, dicevamo, e ricco. Di petrolio soprattutto, e di spazi. Non si vede un motorino. Del resto, a che servirebbe? Non c'è traffico, spazio ce n'è in abbondanza, anche nelle grandi città. La benzina? Si fa il pieno con pochi dinari (che valgono quasi la metà dell'euro), per cui in giro si vedono solo macchine, di tutti i tipi, nuove e usate, magari logore. Ma mezzi a due ruote, zero. Tutt'al più qualche bici. Niente questuanti, dunque, ma un benessere diffuso, palpabile ad ogni angolo (attenzione, benessere, non sfarzo), niente venditori ambulanti che ti assaltano nei suq, in prossimità dei musei o dei siti archeologici. Tutta la filosofia della Libia moderna è contenuta nel celebre "Libro Verde", in tre volumi, scritto e pubblicato da Gheddafi nel '76. Indica la "terza via" dell'economia, alternativa al capitalismo occidentale ed al socialismo orientale. Alcune massime fondamentali sono leggibili, in arabo, ovviamente, anche su enormi tabelloni (su fondo verde) ai lati di strade provinciali, al fianco della bandiera nazionale.

I souvenir li trovi in regolari negozi (o nella medina di Tripoli), ma non pensare di poter mercanteggiare a lungo come in qualsiasi suq arabo: il prezzo è quello e basta, inutile far finta di mollare la preda e andarsene. Se ti conviene bene (e in genere conviene) altrimenti ciao. Magari ti fanno anche un piccolo sconto, ma solo per simpatia. Donne rigorosamente velate (talune anche sul viso), e non di rado vistosamente truccate, specialmente se lavorano a contatto col pubblico come alla reception di un albergo. Bevande alcoliche assolutamente vietate, e di questo il turista medio italico, avvezzo al bicchiere di buon vino, avverte molto la mancanza, specialmente se, a Tripoli, decide di concedersi una divertente cena al mercato del pesce, dove puoi scegliere i pezzi che vuoi su uno dei numerosi banchi di esposizione e poi andare in un ristorante della zona per fartelo cucinare (benissimo) alla griglia e mangiarlo comodamente a tavola, innaffiandolo però solo con acqua minerale o coca cola o, nella migliore delle ipotesi, con una birra analcolica.
Nei ristoranti cittadini puoi trovare dell'eccellente kebab e naturalmente del couscous, o anche una appetitosa pizza fatta di buona pasta cotta (bene) nel forno a gas. Gli italiani storicamente non sono particolarmente amati da queste parti, ma le nuove generazioni hanno archiviato vicende tragiche, che ormai appartengono alla storia. E la storia qui racconta di Omar al Mokhtar, eroe della resistenza libica, catturato e ucciso dagli italiani nel 1931.

Su alcuni edifici pubblici le gigantografie di al Mokhtar affiancano quelle dello stesso Gheddafi, il quale nel 1981 finanziò un film sulla drammatica resistenza di questo eroe libico, intitolato "Il leone del deserto" e interpretato da Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas e Raf Vallone. Film che da noi è circolato poco perché l'allora presidente del consiglio, Giulio Andreotti, lo bollò di "vilipendio alla forze armate". Ma ora è reperibile su Internet. A distanza di settant'anni e passa, "il colonnello" chiede i risarcimenti a Roma per i danni del colonialismo. E magari li otterrà perché il nostro governo oltretutto glieli ha promessi: lui vuole l'autostrada che colleghi la Tunisia con l'Egitto attraversando tutta la Libia. Ma, sotto un certo aspetto, Roma lo ha ampiamente "risarcito" con qualche migliaio d'anni di anticipo lasciandogli un patrimonio di immensa ed inesauribile preziosità. Basta una rapida "passeggiata" lungo la costa mediterranea per prendere coscienza delle grandiose e immense rovine archeologiche d'epoca romana (e greca) di cui dispone la Libia. Da Tripoli a Bengasi è tutto un susseguirsi di testimonianze di straordinaria bellezza che, opportunamente valorizzate, stanno rendendo la terra di Gheddafi tra i paesi più interessanti e suggestivi che affacciano sul "mare nostrum". Seppure la Libia si sia aperta al turismo solo da pochi anni, il richiamo archeologico è subito risultato tra le sue attrattive più seducenti.

Località come Sabratha, Leptis Magna, Nalut, Cirene, Apollonia, tanto per citare le più importanti, offrono testimonianze delle civiltà greca e romana che reggono con onore il confronto con le nostre località più rinomate come Paestum, Ercolano e Pompei.
Va sottolineato che l'offerta archeologica attualmente a disposizione del turista è solo "una parte" del reale patrimonio libico, al quale hanno lavorato e continuano a lavorare molti archeologi italiani. C'è tanto materiale ancora sepolto da portare alla luce che chissà quali interessanti sorprese potrebbe riservare. I lavori procedono a rilento, anche perché (informa qualche guida del posto) il governo libico in questo periodo ha altre priorità da seguire. Leggi petrolio.