Indice
- Numero 35 - Marzo 2008
- L'Editoriale - Il bianco e il nero
- Il gemello Nolano del Vesuvio
- L'isola di spazzatura
- Ecco l'altra Sicilia
- L'ultima estate di Krakatoa
- Quel promontorio del cilento dove i filosofi discutevano sulla luna
- La cittadella monastica sulla baia di Sorrento
- Napoli, finì la Belle Epoque e cominciò il pallone
- L'eco musicale di Emilia Gubitosi ad Anacapri
- Marie Galante, l'isola rotonda dei Caraibi
- Alla scoperta di Marsiglia
- In viaggio con Enea
- Il golfo incantevole sulla costa sud dell'Elba
- Il profumo dei libri antichi in una villa fiorentina
- A bordo del Don Pedros nel silenzio del mare puntando su Palmarola
- Omaggio delle Eolie al cardiochirurgo inventore del by-pass
- Il reporter dell'Isola
Alla scoperta di Marsiglia
- di Valeria Serra
Un viaggio con i romanzi di Jean Claude Izzo in tasca e nel cuore.
I bistrot del porto e il mercato di Rue Vacon. La sponda di una etnia nera e meticcia. L'isola penitenziario del conte di Montecristo.
Il pastis e una sosta a "Les trois coins".
Le Goudes: in una insenatura il borgo dei pescatori.
La città vecchia.
Marsiglia l'avevo desiderata tante volte. Me la facevano sognare i romanzi di Jean Claude Izzo. Lui, Marsiglia, l'aveva fatta diventare un personaggio: il più sensuale e appassionante delle sue storie noir.
Volevo vedere se era vero - come scriveva lui - che la mattina, Marsiglia era trasparente. Volevo anch'io vedere il blu dei tetti, il rosa del mare. O l'inverso.
Volevo vederlo coi miei occhi quel quadro rovesciato. Sentire la carezza salata o dolce amara che quella Marsiglia prometteva.
Ci sono andata la primavera scorsa con l'eco delle sue parole, la risonanza di quelle sue malinconie sempre mescolate a una speranza; sempre sovrapposte ad un urgenza di giustizia e fratellanza.
Jean Claude Izzo, l'ultimo dei romantici francesi, con la potenza emotiva dei suoi dialoghi mi aveva tenuto sveglia le notti di qualche estate fa: quando, tardivamente, lo scoprii. Parlava del mare e di Marsiglia come fossero per lui due amanti, fedeli e fuggenti.
Cercavo loro: quello scalo del mondo e la sua umanità policroma che Izzo aveva saputo così disperatamente e romanticamente raccontare.
Avrei voluto conoscere anche lui, lo scrittore che mi aveva folgorato ma era troppo tardi: nel gennaio del 2000 era mancato. Aveva solo 55 anni ed era nato a Marsiglia da madre franco-spagnola e da un padre italiano emigrato giovanissimo da Castel San Giorgio, un paesino alle porte di Salerno. In uno scritto, ricorda la sua infanzia e la costante nostalgia del padre che instancabilmente ascoltava un 45 giri con Renato Carosone che cantava Maruzzella.
La nostalgia, l'esilio, la sete di libertà, la vocazione all'uguaglianza: le micce che accesero la poetica di Jean Claude Izzo.
Lessi, prima di ogni altro, "Marinai perduti", il romanzo che subito rivela l'assoluto amore per il mare, che vuol dire amore per chi non ha bandiera, per un senso di cittadinanza al genere umano che va al di là dei passaporti, che fa appello ad altre affinità elettive.
Il suo marinaio perduto si chiama Diamantis: comanda un vecchio cargo tenuto sotto sequestro per troppo tempo nel porto di Marsiglia, a causa di oscure faccende armatoriali. I marinai a terra, proprio come gli albatros di Baudelaire, sono uomini in apnea, feriti, privati di un orizzonte che è salvezza: "In mare, e soltanto lì, si sentiva libero. In mare non si sentiva né vivo né morto. Solo altrove". Ma il cargo Aldebaran non salpava più: si lasciava mangiare dalla ruggine e dai giochi sporchi del profitto multinazionale. Diamantis, nella vana attesa, si perdeva nei bassi di Marsiglia, sui quei moli dove da secoli approda il Sud del mondo per cercare la terra che non ha.
Izzo, per questo amava quella sua città, che ogni volta accoglieva nel suo golfo tanti differenti sogni. Scrisse che A Marsiglia, non esistono stranieri, e una volta in mare chi era lo straniero e rispetto a chi?
Appena arrivata nell'antica Focea, sono scesa verso il mare per andare a fare colazione a La Samartaine, un bistrot del porto e mi sono seduta fuori al primo sole. Ma più che profumo di croissant, sentivo spargersi nell'aria il curry, il cumino, i chiodi di garofano. Il barista parlava uno slang franco malgascio, ma ci siamo intesi subito. Gli ho chiesto da dove arrivassero quelle fragranze così forti.
Venivano da un isolato più lontano, dal mercato di Rue Vacon, a ridosso del boulevard della Canebière, la spina dorsale di Marsiglia. Oggi, sette marsigliesi su dieci non sono originari di questa città e il noir non è più solo un genere di letteratura, ma il colore che per strada domina il paesaggio umano. Sono arrivati dal Maghreb, dall'Africa sub sahariana, dalle aree caraibiche e dell'Oceano Indiano: terre di colonie del passato o territori francesi d'oltremare. E su questa sponda hanno potuto disegnare la città che non avevano.
Marsiglia è insieme spezia esotica e pastis: Francia solo fino a un certo punto. Lui, diceva che Marsiglia è la geografia delle felicità possibili.
Intanto, quel mattino guardavo il mare cercando un varco tra le barche ormeggiate al vecchio porto.
Un grasso gabbiano che aveva scortato una barca da pesca di ritorno, ha provato a scipparmi l'avanzo di croissant: ha sorvolato il tavolo, ma poi ci ha ripensato e virato all'ultimo momento per posarsi su una bitta. Lontano, intravedevo lo Chateau d'If, l'isola penitenziario dove il Conte di Montecristo era in esilio.
L'aveva capito già Dumas che Marsiglia, con quell'indole da terra di nessuno, poteva esserlo di tutti.
Con un milione di abitanti, questa metropoli francese vestita più di batique che di Chanel ha rimescolato il mazzo di carte della geografia, per costruirsene una trasversale: quella che non compare su nessun atlante.
Quella dove il luogo, sono le persone.
E le persone di Marsiglia, le più intense, sono quelle che Jean Claude Izzo ha raccontato.
Il sole alle 10 era già tiepido e mi scaldava il cuore. Il mondo attorno a me percorreva il lungomare e mi diceva che la vita vera appartiene sempre e solo a chi la vive. Tra i tanti passanti reali e immaginari, il più complesso, tormentato e passionale, l'ha inventato lui: si chiama Fabio Montale. È il protagonista della sua celebre trilogia pubblicata in Italia con i titoli Il cuore di Marsiglia, Casino totale e Solea.
Montale aveva smesso la divisa di poliziotto perché il suo senso di giustizia andava oltre i gradi e le stellette. Era un sognatore e si chiedeva, infine, dove realmente stessero di casa il bene e dove il male. Sviscerava Marsiglia e vi trovava "fiori nel letame" e niente, invece, che nascesse dai diamanti. Diceva che per capir qualcosa "Bisogna vivere a metà tra la miseria e il sole".
E poi si innamorava, eccome se si innamorava, anche se amare è come partire per la guerra, non sai se torni vivo. L'amore. Sempre mescolato alla tensione di una politica senza partito ma radicale e intransigente contro prepotenza, intolleranza e corruzione.
Io a Marsiglia ero con lui: lo immaginavo con un bavero alzato di panno di cotone blu e lo sguardo perduto verso il mondo che non c'è.
Dunque, eccomi nel vecchio quartiere del Panier. Izzo, alias Montale, che mi parla degli amori rincorsi, dei desideri e degli intimi drammi di una città che è la somma necessaria di variegati mondi. È con me dopo il tramonto a versare un bicchiere - forse di troppo - al tavolo di Les trois coins dove il Pastis, lancia ponti tra gli uomini. È con me per mostrarmi anche il versante scabroso della vita e la poesia che nonostante tutto vi germoglia e vi fiorisce. È con me per portarmi dalla sua vecchia tata Onorine, che ha preparato peperoni ripieni di erbette di Provenza, con basilico fresco e una generosa grattugiata d'aglio. È con me sul lungomare che corre verso la Corniche.
Sì, vado a Le Goudes, il borgo di pescatori dove Izzo trovava il suo senso della vita. Aveva scritto che questo era Uno di quei luoghi dove Marsiglia si trasforma nello sguardo posato su di lei.
Le Goudes: un'insenatura che precede le Calanques. Laggiù, Jean Claude si sentiva salvo e lontano da quel mondo che non gli piaceva e combatteva.
Come quando, a vent'anni, era evaso dalle convenzioni e se n'era andato in giro per l'Etiopia all'inseguimento di una traccia di Rimbaud.
Saliva sul suo gozzo, innescava l'amo e pescava, perchè Di fronte al mare, la felicità era un'idea semplice.
Il mare lo guariva o perlomeno medicava le ferite, dava esca alle illusioni. Non importavano le prede, anzi. Scriveva che Pescare era secondario. Solo un omaggio da rendere a questa immensità. Lontano, al largo, imparavo di nuovo l'umiltà.
Tornavo a terra sempre pieno di bontà per gli uomini.
Bontà per gli uomini. Allora, al ritorno, ho camminato nella città vecchia.
S'era fatta ora di cena. Desideravo una bouillabesse speziata, com'era il mondo attorno a me. E avrei voluto che una radio trasmettesse Rouge di Miles Davis o Come le sponde del mare di Gian Maria Testa, il musicista che Izzo amava. C'era invece il brusio dei marciapiedi di Marsiglia che mescolava voci e idiomi, e lo stesso mi è parso che suonasse bene.

