Bach e Romantica, un amore alla Gaiola

- di Peppe Pari

Lui era un cane pastore, quasi maremmano, di pelo bianco, lanoso, arruffato, tormentato dalla passione per lei, una levriera di pura razza afgana, elegante, altera, dal pelo rossiccio, che se ne stava su un pianoro, accovacciata sulle zampe posteriori, il corpo eretto, lo sguardo rivolto al mare. La corteggiavano due pastori alsaziani, più desiderabili. Bach, geloso, si fece coraggio assalendoli. Dalla rissa uscì malconcio con uno squarcio su una spalla. Fu allora che lei cedette all'eroe ed ebbero tre cuccioli.

Quella che sto per raccontare è una storia vera, ma che ha sapore di favola. E' una storia di un tempo di tanto tempo fa. E narra di Bach che amò disperatamente Romantica di un amore che non fu mai ricambiato (almeno fino a quando ne fui testimone).
Bach e Romantica vivevano o, meglio, in parte trascorsero la loro vita in un luogo incantato dove, in primavera, uccellini cinguettanti e farfalle di mille colori svolazzavano tra i fiori e dove ogni erba, ogni cespuglio cresceva a vista d'occhio e diventava ogni giorno più verde.
Fu quella l'ultima primavera di questa storia e non fu una primavera come tante, ma una molto particolare, di quelle che gli uomini, un po' avanti negli anni, vogliono far credere ai giovani che le loro primavere non sono più come quelle di una volta.
Naturalmente non è così. Il fatto è che chi ha la mia età, quelli, come dire, un po' "cresciuti", la loro "particolare" primavera se la portano con sé per il resto della vita, per cui essa diventa il "tempo" di una favola e la chiamano, appunto, la favolosa primavera del 19... e cioè di un tempo senza tempo.
Ora, per ritornare in argomento, occorre dire chi erano Bach e Romantica. Bach era un cane pastore ... quasi maremmano, di pelo bianco, lanoso, arruffato, sempre pronto a saltarti addosso festoso, appoggiandoti sulle spalle due zamponi morbidi e... sporchi;
Romantica era, invece, una levriera di pura razza afgana, dal pelo lungo e rossiccio, elegante altera superba. I due facevano parte del gruppo familiare (umanoide) di nome Roberto-Verena, al quale, dopo un certo tempo, s'aggiunse un cucciolo d'uomo.

Di quel luogo incantato, che era allora un piccolo borgo chiamato Gaiola (a quel tempo un vero paradiso terrestre), Roberto e Verena, e io stesso, non eravamo i soli abitanti: a non molta distanza ma un po' più lontani dal mare, che avevamo invece a dieci metri sotto di noi e quasi lambiva il nostro diroccato palazzo settecentesco, vivevano poche famiglie di pescatori, in tre o quattro povere case: famiglie con bambini vocianti e chiassosi e cagnolini ululanti e gattini sempre in amore.
Il mio era un lavoro notturno, tornavo a casa da piazza Municipio, zona porto, e salivo per via Posillipo in "Vespa". Percorrendo quelle strade mi accadeva, non raramente, di assistere a uno spettacolo di grande bellezza e soavità. Tornavo a volte all'alba e quando, a oriente, sembrava che il sole sorgesse dal Vesuvio e i suoi raggi cominciavano a diffondersi sul grande mare del Golfo, come s'aprisse un sipario, lentamente, riappariva la città: prima la parte rivierasca, il porto, il Maschio Angioino, Castel dell'Ovo, via Caracciolo; poi su, pian piano, la costa, fino al Vomero e finalmente fino a castel Sant'Elmo e alla certosa di San Martino; mentre si illuminava l'ampio arco della penisola sorrentina, monte Faito, i Lattari e punta Campanella. Lontana, ancora avvolta dalla foschia, si cominciava a scorgere Capri, tutta sola nelle acque azzurre. Dell'isola già si intravedevano i contorni armoniosi, le linee eleganti e pensavi a una bella donna che pigramente si risvegliava. E quando la luce illuminava ormai ogni cosa e i riflessi dei raggi sull'acqua diventavano ridenti e accecanti, ecco che dal lato opposto al vulcano, laggiù a Posillipo, come per magia, sembrava riemergere dal buio un grande scoglio, con pretese di isolotto, tutto giallo e tenero, di natura tufacea, forse caduto là per un lancio maldestro del Vesuvio quando, nel 79 dopo Cristo, la montagna di fuoco impazzì. Ed è questo appunto lo scoglio della Gaiola, che dà il nome anche alla vicina terraferma, dove si viveva tutti insieme, uomini e cani.

E non per far date ma, per intenderci, era il tempo in cui a Londra le ragazze andavano in minigonna e a Parigi gli studenti occupavano la Sorbona; qui in Italia, i giovani inventavano le "comuni" e dormivano nei sacchi a pelo. E inneggiavano alla libertà e all'amore libero.
Detto questo e, scusandomi per aver divagato, riprendo il ricordo di Romantica e di Bach, di qualche gattino e anche di qualche umano, amici miei di allora, tutti. E con tutti vissi per quasi quattro anni, ma soprattutto vissi con Bach: diventammo subito grandi amici. Bach era espansivo e fanfarone, quando non soffriva di mal d'amore. Ne condividevo gli umori e forse capiva quel che provavo per lui e sembrava ricambiarmi. Chissà, l'amicizia è un sentimento curioso e misterioso. Come l'innamoramento, ma a differenza dell'amore che, per ovvie ragioni, può esistere solo tra individui della stessa specie, l'amicizia ha un carattere assolutamente universale e avviene che cani e gatti si vedano spesso starsene felicemente insieme e che, a volte, convivano addirittura gatti e topi.
Così fu per me e Bach. Avevamo anche gli stessi orari. Eravamo svegli di notte e dormivamo nello stesso letto fino a mattina inoltrata. Ma i pomeriggi erano strazianti per Bach, perché erano le ore in cui si vedeva ignorato da Romantica. Spesso al tramonto se ne stava disteso sull'erba, lo sguardo mesto, i suoi grandi occhi tumidi rivolti al cielo, il testone bianco tra le due zampe allungate in avanti e i grandi sospiri che i cani emettono dal naso con un lieve sibilo; mentre Romantica, a una decina di metri da lui, su un pianoro appena più in alto, se ne stava accovacciata sulle due zampe posteriori, il corpo eretto, lo sguardo rivolto al mare e la brezza che le scompigliava e le tirava indietro i lunghi peli rossicci, altera, distante, a perdersi nell'infinito ... manco fosse stata la Rossella O' Hara di "Via col vento".
Che carogna, mentre Bach moriva d'amore per lei. E niente la incuriosiva di Bach.

Una volta il povero cane tornò dalla vicina campagna con un gattino che coi denti, ma delicatamente, teneva per la collottola. Il gattino piangeva con strida disperate, terrorizzato e forse affamato. Tutti (eravamo lì a goderci l'ultimo tepore) vedemmo la piccola deviazione di Bach per sfiorare Romantica per mostrarle la sua impresa, prima di avvicinarsi a una grossa gatta che allattava i suoi piccoli e accanto alla quale depositò dolcemente l'orfanella che fu accolta da mamma gatta. Ci fu un' esplosione di "bravo" e di applausi e di risate. Ma lei, Romantica, niente. Continuò immobile a farsi accarezzare dal vento, come se nulla fosse accaduto e nulla avesse visto.
Eppure una ragione c'era che spiegava questo comportamento. Le ragioni anzi erano due. I due magnifici pastori alsaziani a guardia di una splendida villa situata proprio di fronte al nostro borgo, su un grande scoglio e di proprietà di un eccentrico barone, morto ormai da tanti anni. I due cani erano addestrati alla difesa e quindi feroci e dunque tenuti alla catena. E perciò ancor più desiderabili da parte di Romantica. E come poteva competere un rozzo e mite pastore con due aristocratici esemplari d'Alsazia!

Si può immaginare quel che accadde una notte, dopo mesi e mesi di sofferenza e di umiliazioni. Bach non ne poteva più e forse pensò che o dimostrava a Romantica di essere un "vero" cane (noi avremmo detto un "vero" uomo, ma che differenza c'è se c'è la gelosia?) o sarebbe stato meglio farla finita. Così (la ricostruzione dei fatti è facilmente intuibile), notte tempo, mentre grossi nuvoloni si addensavano sulla Gaiola, Bach si avvicinò guardingo, costeggiando un sentiero che portava alla villa, e quando sentii ringhiare sinistramente i due guardiani dagli occhi di fuoco, Bach capì che doveva fuggire o saltare. Bach esitò per un attimo poi fece un balzo in avanti e fu un groviglio di corpi e di bianco e di nero e di ringhi e di ululati. Ma durò poco perché scoppiò un temporale furioso, un diluvio si abbatté sui cani che scapparono ciascuno dalla propria parte mentre lampi e tuoni svegliarono Roberto e Verena che videro tornare il loro cane, barcollante e sanguinante, dalla direzione della villa e fu quindi facile immaginare quel che era accaduto. Lo accolsero con affetto e da eroe. Con ago e filo gli ricucirono un largo squarcio sulla spalla senza che Bach emettesse un solo gemito. Io seppi tutto all'alba, quando tornai dal lavoro. Stetti con lui e lo accarezzai a lungo.
Trascorsero una ventina di giorni. La lunga cicatrice cominciava a vedersi meno, a mano a mano che i bianchi peli ricrescevano e la ricoprivano. Bach riprendeva vigore e, questo il fatto nuovo, Romantica, che pur sempre se ne stava lì superba a godersi la brezza pomeridiana, di tanto in tanto volgeva lo sguardo verso di lui, uno sguardo soffuso e dolce. Così sembrava. E allora Bach muoveva la coda, come covando una speranza.

Ma una decina di giorni dopo accadde un fatto, a dir poco tragico. Arrivò un ingegnere del Genio Civile. Era fine maggio o i primi di giugno, non ricordo esattamente. Ci fu ingiunto di lasciare la casa entro ventiquattro ore perché pericolante. Raccogliemmo le nostre cose e il giorno dopo andammo via: io da una parte, Roberto, Verena, il loro bambino e i cani da un'altra.
Non ci siamo mai più rivisti. Dopo un anno, più o meno, incontrai un amico comune. "Ciao Peppe. Come va? Sai, giorni fa, ho rivisto Roberto e Verena. Ora abitano in un castello diroccato ai Camaldoli, non cambiano mai". "Ma hai visto i cani, Romantica e Bach?" chiesi.
"Certo - disse - trotterellavano insieme, nel cortile del castello, seguiti da tre cuccioli che procedevano inciampando e rotolando tra le lunghe zampe di Romantica, nati tre mesi fa". Non vi dico la mia gioia, ne fui commosso ..."Amor che a nullo amato...". Ma questa è un'altra storia. E un'altra fiaba.