C'è uno scrittore in mezzo al mare

- di Vittorio Paliotti

Non solo Salgari.
Sono numerosi i romanzieri italiani nella narrativa marina.
Giovanni Verga e i pescatori siciliani.
L'avventurosa vita di Mario Appelius che iniziò dal porto di Napoli il giro del mondo sugli oceani e ne ricavò articoli e romanzi.
Quel napoletano verace nascosto sotto lo pseudonimo norvegese di Pietro Gerardo Jansen che scrisse "La nave del tesoro" e "L'arcipelago delle perle".
La grande prosa del ligure Vittorio G. Rossi.
"Orcynus Orca", il capolavoro del messinese Stefano D'Arrigo.
I libri di Raffaello Brignetti premiati col Viareggio e lo Strega.

E' proprio vero che il mare è estraneo alla tradizione letteraria italiana? E che, addirittura, la nostra letteratura non contempla validi romanzi di mare, o romanzi di mare che abbiano ottenuto il consenso dei lettori? No, non è vero.
E chi lo sostiene o è poco informato o mente. Certo, se per scrittori di mare ci si riferisce ad autori della statura di Conrad o di Melville o di London, ogni discorso risulta privo di sbocco. Ma se ci si vuol mantenere nei limiti di quella che è pur sempre una narrativa di grande respiro, senza entrare nel novero dei capolavori immortali, allora bisogna dire che il mare, anche il tranquillo e casalingo mare Mediterraneo, ha svegliato l'estro di scrittori italiani di sicuro talento. Dal mare, dalle vicende basate sul mare e perfino sui naufragi, prende peraltro l'avvio l'intero filone della letteratura italiana contemporanea. Che cos'è Giovanni Verga nel momento in cui, siamo nel 1881, pubblica "I Malavoglia"? E' precisamente uno scrittore di mare.

E se qualcuno obietta che l'oceano in cui naviga il capitano Achab per inseguire Moby Dick la balena bianca sia nient'altro che una metafora, non ci vuol molto a ricordargli che anche lo specchio di mare siciliano in cui affonda l'imbarcazione di Padron 'Ntoni è una metafora. E che ogni paese ha gli scrittori di mare che più gli sono congeniali. Da "I Malavoglia"di Verga, ambientato in un paesino di mare della Sicilia e non da "I promessi sposi" di Manzoni, collocato in una Milano toscanofona, discende l'intera letteratura italiana contemporanea. Basterebbe peraltro già il caso dei "Malavoglia" a zittire chi sostiene che la letteratura di mare sia estranea alla tradizione italiana. Ma lasciamo stare Verga, che è un gigante, e occupiamoci di scrittori meno togati. Facciamo, anzi, un salto nella letteratura d'appendice.

Il più grande narratore italiano di questo genere, chi è se non il veronese Emilio Salgari? Vero è che fino a qualche decennio fa il papà di Sandokan e del Corsaro Nero veniva guardato con sospetto dai cattedratici, ma è anche vero, verissimo anzi, che perfino la cultura accademica gli ha restituito tutto ciò che gli era dovuto. Prima la facoltà di lettere dell'università Federico II di Napoli con in testa il professor Antonio Palermo, poi l'istituto di italianistica dell'Univer-sità di Torino, quindi la facoltà di lettere dell'Università di Catania e, ancora, l'istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli, hanno perfettamente conferito dignità letteraria al "capitano" Emilio Salgari. Dei suoi ottanta romanzi, dei suoi cento racconti, la maggior parte sono ambientati sul mare. Sugli oceani anzi. Con abbordaggi, arrembaggi e naufragi a più non posso. Così innamorato del mare era Emilio Salgari da decidersi a firmare i suoi libri facendo precedere nome e cognome dalla parola "capitano"; tanto per lasciar credere ai lettori di aver comandato piroscafi e velieri. Dell'inganno si accorse un giornalista veronese sicché Emilio Salgari venne sbugiardato su un quotidiano della sua città. Non avendo concrete possibilità di smentire il giornalista, Emilio volle compiere il bel gesto di sfidarlo a duello. Vinse, scontò alcuni giorni di "fortezza" poi tornò a firmare i sui scritti con un "cap:" che diventava sempre più piccolo e che alfine scomparve.

Il titolo di capitano, capitano di mare, volle poi attribuirselo un epigono di Salgari, vale a dire lo scrittore Luigi Motta. Uno fra i più fortunato dei suoi romanzi s'intitola "I misteri del mare indiano". Un altro scrittore italiano che pubblicò romanzi di mare tra fine Ottocento e primo Novecento fu Augusto Vecchi (1842-1932) che si firmava, si pensi, Jack La Bolina. E la "bolina" è uno strumento di cui si avvalgono i marinai per sistemare le vele delle navi.
Molti altri scrittori di italiani di mare si potrebbero ricordare; mi limiterò a pochi nomi. Primo fra tutti quello di Mario Appelius, che oltre ad aver scritto molti libri di mare, girò più volte il mondo e fu uno dei più grandi inviati speciali che mai abbia annoverato il giornalismo italiano.

"Mozzo! Il mio povero padre credeva di infliggermi una grave punizione mentre mi faceva il più grande regalo che potessi sperare". Si espresse esattamente in questi termini Mario Appelius in un suo libro autobiografico intitolato "Da mozzo a scrittore". Nato ad Arezzo nel 1892, figlio di un capitano dei carabinieri, Mario Appelius manifestò, da ragazzo, grande insofferenza per ogni forma di disciplina. In cambio, era un appassionato lettore dei romanzi di Salgari, Verne, Kipling, Conrad e London. I genitori ritennero opportuno rinchiuderlo in un severo collegio di Castellamare di Stabia da dove però lui, attorcigliando un lenzuolo e calandosi da una finestra, riuscì nottetempo a fuggire. Il padre lo rintracciò dopo un mese ad Aversa e, deciso a dargli una lezione, lo accompagnò al dipartimento marittimo di Napoli dove gli trovò un imbarco, appunto come mozzo, su un piroscafo diretto in Egitto e in Turchia. Mario aveva, allora, quindici anni. Il romanzo-verità di Appelius inizia, così, dal porto di Napoli. Clochard e poi garzone in una bettola di Alessandria d'Egitto, Appelius ebbe il coraggio di andarsene, a piedi, a Porto Said. Qui si nascose nella scialuppa di una nave in partenza e si trovò in Indocina. Con sistemi analoghi si spostò a Saigon, ad Hanoi, a Hong Kong. Lavorò in uno zuccherificio a Shangai, in una rivendita di tartarughe a Manila, alla costruzione di una strada ferrata in Tasmania. Nel 1910, tornato ad Alessandria d'Egitto, si aggregò a un gruppo di napoletani e s'improvvisò "magliaro" vendendo, a ingenui arabi, stoffe scadenti che lui spacciava per preziosissime e diceva di aver salvato da un naufragio.

Marinaio, giramondo, avventuriero, donnaiolo; ma coltivava un sogno segreto, Mario Appelius: diventare giornalista e scrivere libri di mare. L'occasione gli fu offerta, ai primi del 1922, dal poeta Guelfo Civinini, il quale gli fece un biglietto di presentazione per Arnaldo Mussolini, amministratore del "Popolo d'Italia" e fratello del futuro Duce. Articoli di Appelius, spediti da tutti i continenti, presero a uscire non solo sul quotidiano milanese, ma anche su "La Nazione" di Firenze e su "Il Mattino" di Napoli. Una vera e propria prosa salgariana in cui erano narrate vicende e descritti personaggi del Cile, della Patagonia, del Messico, dell'Africa, incominciò a invadere i maggiori quotidiani italiani. Fu poi la volta dei libri, i tanti sospirati libri di mare, veri best-seller pubblicati prima da Alpes e poi da Mondadori. Il ritorno in Italia, avvenuto nel 1940 allo scoppio della guerra risultò fatale ad Appelius. Unitamente a Giovanni Ansaldo, a Rino Alessi e ad Ezio Maria Gray, fu invitato a tenere una rubrica alla radio, e il successo fu enorme. Si trovava al policlinico di Roma, gravemente ammalato, nell'estate del 1943, quando vennero ad arrestarlo per i suoi trascorsi politici: le trasmissioni radiofoniche, appunto. Amnistiato nel 1946, morì poco dopo aver riacquistato la libertà. La sua biografia, intitolata "Mal d'avventura" e scritta da Livio Sposito, è a dir poco affascinante. Non dissimile, anzi ancora più avventurosa, fu la vita di Pietro Gerardo Jansen, il cui cognome norvegese nascondeva un napoletano verace nato in via Mergellina il 28 aprile 1893. Jansen riuscì a realizzare per se stesso quella che di Salgari era stata solo una leggenda.

Davvero Jansen conseguì (presso l'istituto nautico di Napoli) il diploma di capitano di lungo corso, davvero solcò mari e oceani al comando di velieri e piroscafi, davvero soggiornò in tutti e cinque i continenti (si era laureato all'istituto universitario orientale di Napoli e parlava diciotto fra lingue e dialetti), davvero fu prigioniero di pirati e rivoltosi e, come se tutto ciò non bastasse, durante la seconda guerra mondiale fece parte del Servizio informazioni militari. Morì il 26 gennaio 1963. Aveva tentato, da giovane, di imbarcarsi come mozzo. Cito, fra i suoi tanti romanzi, "La nave del tesoro" e "L'arcipelago delle perle". Nonché un "Manuale di attrezzatura navale".

Fu sicuramente uno splendido scrittore di mare anche Vittorio G. Rossi, nato a Santa Margherita Ligure nel 1898. Ufficiale di marina nella prima guerra mondiale, Vittorio G. Rossi divenne poi inviato speciale del "Corriere della sera" e del settimanale "Epoca"; ma, soprattutto, si fece notare come autore di libri dedicati al mare. Con un libro dal titolo "Oceano" vinse, nel 1938, il premio Viareggio. Si spense a Roma nel 1978. Aveva fatto, del mare, argomento di tutti i suoi numerosissimi libri, tranne uno: quello che, uscito nel 1963, s'intitola "Miserere coi fichi" e che s'impernia sulla rivolta napoletana di Masaniello.
A proposito di Napoli, città tutta protesa sul golfo, vien fatto di osservare che il suo mare, più che dagli scrittori, è stato celebrato dai poeti, soprattutto dagli autori di canzoni. Molto felice mi è parsa l'iniziativa di Ernesto Mazzetti, giornalista e docente universitario, il quale, poco più di un anno fa, dando alle stampe un volume di dotta saggistica intitolato semplicemente "Il mare", ha fatto precedere ciascun capitolo da uno o due versi di canzoni napoletane celebri.

Del tutto particolare il contributo dato alla letteratura di mare dallo scrittore messinese Stefano D'Arrigo (1919-1992) il quale nel 1975 consegnò all'editore Mondadori il manoscritto di un romanzo intitolato "Orcynus Orca"alla cui stesura, più volte rifatta, aveva lavorato notte e giorno per ben vent'anni. Vent'anni, si seppe, durante i quali l'editore non aveva mai smesso di inviare uno stipendio mensile all'autore. Atteso con ansia da tutta la critica paludata che prim'ancora di leggerlo già l'aveva elevato al rango di capolavoro, il libro risultò, una volta stampato, ricco di ben 1275 pagine. Si narrava in esso la vicenda di un reduce il quale dopo l'armistizio dell'8 settembre, compie un solitario viaggio per tornare nella sua Sicilia. Durante l'attraversamento dello stretto di Messina, il reduce è costretto a vivere avventure più spaventose di quelle sofferte in guerra; e tutto ciò per colpa di un'orca marina, immane cetaceo inferocito che insegue la sua imbarcazione.

Il romanzo "Orcynus Orca", presentato come punto altissimo della letteratura italiana, non dovette avere però molti lettori. Fece rotta verso l'oblio e lì rimane.
Ma l'Italia ha avuto un grandissimo, un immenso scrittore di mare in Raffaello Brignetti. Nato nell'isola del Giglio nel 1921, figlio del guardiano di un faro, Brignetti si laureò in lettere, a Roma, con Giuseppe Ungaretti. Fu inviato speciale del "Giornale d'Italia" ma scrisse racconti, romanzi, commedie. Protagonista il mare, protagonista anche dei lavori teatrali.
Vinse il premio Viareggio nel 1967 con "Il gabbiano azzurro" e il premio Strega nel 1971 con "La spiaggia d'oro". Morì nel 1978 per i postumi di un devastante incidente automobilistico. Mi accorgo che questa è la prima volta che scrivo di Raffaello Brignetti. Era mio amico, non ho parole.