Celeste, che s'è portati via i colori di Capri

- di Maria Pina Sacco

Fa un anno dalla scomparsa della signora Canfora Cosentino, la magica artigiana della moda nella boutique di via Li Campi.
Un negozio di laboriosità e allegria fra sete fruscianti, rasi, schantungs.
Le lavoranti dagli abiti vivaci.<br>
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Le mani esperte di Gennaro Santelia e Pietro Spatola. L'America l'avrebbe voluta, ma lei non lasciò mai l'isola che amava. Il turchese, il verde acqua, il rosa intenso nella sua splendida tavolozza di sarta magnifica, padrona di lingue straniere che le facilitavano l'elegante contatto con le clienti di tutto il mondo.

A distanza di un anno dalla sua morte vorrei fare un omaggio a Celeste ricordandola in queste pagine. Raccontare di lei vuol dire raccontare di Capri e di una boutique di fronte al Grand Hotel Quisisana.
Oggi le boutiques hanno fatto il loro tempo, ceduto il passo alle griffes e potrebbe sembrare retorico scrivere di questo negozio d'angolo a via Li Campi, ma io avverto ancora la vitalità pulsante di idee che Celeste Canfora Cosentino, fino a non molto tempo fa, concepiva e immediatamente poneva in opera: disegnando lo schizzo di un abito da sera, di un vestito da mare, scegliendo i colori in vista della nuova stagione spesso anticipando il trend che avrebbero dettato poi i nomi altisonanti.
Tutte le persone che componevano il cast del negozio erano mobilitate da questa forza creativa: si saliva e si scendeva dalle scale del soppalco dove erano le sete fantasia, le "tamburelle", la materia prima che serviva a dar vita ad un nuovo capo. Quando entrava dalla porta una cliente, quasi sempre proveniente dal Quisisana, era un'alacre gara per sciorinare sull'antico "bancone" le sete fruscianti, i rasi, gli schantungs, tutto il campionario, di gamma vastissima, dei colori dei pantaloni. Questi ultimi si "facevano" solo da Celeste perché uscivano dalle mani più che esperte, prima di Gennaro Santelia e poi di Pietro Spatola: erano realizzati uno per uno per la singola cliente.
La globalizzazione non aveva ancora ingoiato l'arte delegata alle mani laboriose dell'artigiano.
Durante la prova dei capi era Celeste che metteva gli spilli a correzione di eventuali difetti: una spalla più curva, un seno troppo procace, poi si mandavano "messaggi" ai sarti su ciò che doveva essere modificato.
Celeste andava incontro sulla soglia ai clienti con il suo portamento signorile e gentile, li accoglieva spaziando senza tentennamenti dall'inglese al tedesco, sicura nella dizione e precisa nella grammatica: lo studio delle lingue presso la signora Mjrna Doris le fruttarono più di una laurea, la musicalità innata certamente le fu di grande aiuto.
La conobbero soprattutto negli States, dove molti avrebbero voluto che si trasferisse, ma lei non se la sentì di abbandonare l'isola della quale era innamorata, infatti non lasciò Capri neanche quando sposò Heitel che era già a capo di una avviata attività di ricami fatti a mano.
I suoi figli, poco prima che li lasciasse, ricevettero dagli Stati Uniti una e-mail, corredata di foto, con la richiesta della storia della sua attività perché volevano esporre in un museo della moda un suo capo, precisamente un pigiama palazzo che questi signori ritenevano più significativo di quelli di Emilio Pucci.
E' inutile dire che i vip di allora frequentarono molto la boutique di via Li Campi per proseguire poi verso il negozio di calzature di suo fratello Amedeo. Comunque, non passava giorno in cui dall'Europa così come dagli Stati Uniti non arrivava una lettera recante un ordine o quanto meno la richiesta di un consiglio o di un capo creato ad personam.
Forse le migliori amiche erano le sue clienti, le quali appartenessero o meno al jet-set seguivano sempre fiduciose i suoi suggerimenti.
Le ragazze che lavoravano da Celeste indossavano abiti dai colori vivaci quando facevano la spola tra i suoi negozi - che all'origine erano tre e poi divennero due - per scambiare i capi da mostrare ai clienti. Tuttora il procedimento è lo stesso, ma le signorine di oggi sciamano per le strade tristemente vestite di nero secondo i rigorosi canoni della nuova moda.
Con la scomparsa di Celeste si è perso il gusto dei colori: lei amava i turchesi, il verde acqua, i rosa intensi: quelli che le sue clienti chiamavano "shocking", in poche parole la tavolozza dei colori di Capri , del suo mare e dei suoi tramonti.
E' singolare che nei vari libri in cui si celebra il passato aureo di Capri non si faccia menzione di questa donna così combattiva, così vulcanica per le idee che non poco lustro ha dato alla sua isola e che è stata protagonista dell'alta moda di Capri per circa cinquant'anni.
Probabilmente il suo carattere schivo che rifuggiva dalla mondanità e dalla gloria l'ha riparata dietro un velo che ha fatto da sipario alla sua vita privata. E' là che amava starsene attorniata dal marito e, dopo la morte di Heitel, dai figli e dai nipoti. Evidentemente Celeste ha saputo coniugare la creatività con la modestia.