Che cosa ci faccio a Procida?

- di Luigi Pingitore

Ma poi cosa ti ammazza, necessità o possibilità? E forse avremmo parlato di questo, se solo fossi stata con me; e potevo immaginarti guardando dalla finestra dell'albergo, ti vedevo inginocchiata e con la mano destra sulla ghiera dei diaframmi finché la striscia di mare della Corricella acquista profondità nel tuo obbiettivo.
Cosa ci faccio ancora a Procida?
Perché non trovo la forza di mettere assieme tutti i tasselli nella mia testa, e poi sparire? Ma è il richiamo di queste migliaia di stanza bianche e anonime, di alberghi sempre più piccoli che alle otto di sera si imbevono di tutta la salsedine che viene dal porto. E allora mi piace stendermi sul letto e sentire che il peso del mio corpo ha un senso, e metto le cuffie nelle orecchie per spararmi a tutto volume i Placebo, twenty years, e ripetere sulla voce di Brian Molko "We need to concentrate on more then meets the eye / And thems the breaks for we designer fakes".
E solo quando urlo mi sembra di riuscire a pensare e ricordarti, e ritorno in quell'aprile dell'anno scorso, che era un lunedì sera e avevo preso molti autobus, salendo e scendendo a caso, e spesso mi sono addormentato perché sembrava che fosse una ninna nanna cantata per me quella striscia bianca al centro della strada, solo a tratti interrotta, quasi una successione di dittonghi e vocali, e quando il cielo si è fatto blu cobalto eravamo già a via Marina e devo aver pensato 'cazzo, è troppo ed è troppo tardi, e a quest'ora non so camminare e non so ritornare sui miei passi. E avevo sonno e ricordo la tua mano addosso e il mio mal di testa, allora ci siamo fermati e ho messo la testa sotto l'acqua fredda, dove sono andati i tuoi giorni?
"Hai fatto tutte le cose sbagliate?" mi hai chiesto. "Si, ho fatto tutte le cose sbagliate" è la mia risposta. Ma ieri e poi l'altro e l'altro ancora, ho ripensato a tutti i gigli che avrei potuto sputare dalla bocca invece di tutte quelle stupide parole, sempre così pesanti e inutili, e quando ho cominciato il gioco dei bus perché volevo allontanarmi, invece continuavo a chiedermi perché ogni vetrata che mi separa dal mare è per me una domanda a cui assisto, muto e immobile, incapace di un senso diverso che non siano due piccoli occhi verdi da puntare contro tutto.
E' la vetrata la domanda?
Così devo rimettere indietro il pezzo dei Placebo e immaginarti mentre mi risponderai da qualche bar tra Furore e Conca dei Marini, è lì che ti avrà portato la tua Opel nera, e berrai qualcosa di cui non ti importa - purché abbia il colore della sabbia -, poggiando la testa sul braccio per osservarti nel tavolino cromato che ti riflette, e ci sarà un deejay venezuelano o forse scozzese con musica smooth che viene dai grandi altoparlanti mentre tutt'attorno la gente entra ed esce dalla grande porta che dà alla spiaggia, e sarà anche per te quest'ora immagino, perché era il nostro gioco, aspettare il blu.
Perché è il blu la domanda, vero? La possibilità di una scelta tra il blu alle tue spalle e l'altro blu, quello più grande e intenso, ma se è la vetrata la domanda tu concedimi due minuti ancora, e ancora due, io non so scegliere nulla, non so farmi bastare ma so capire quello che pensi se aprendo la bocca mi dai la pace del tuo suono...