Così ho visto i Faraglioni

- di Alessandra de Martino

Come evitare un "clic" usuale e scontato.
A caccia di una inquadratura originale dal Monte Solaro sino a un belvedere con due anfore.
Nella cornice formata dal braccio di una terracotta, la macchina fotografica scatta
l'immagine nuova.

È scoraggiante fotografare i Faraglioni di Capri.
Sono là, fotografati milioni di volte. Come cavarne un'immagine originale sfuggendo alla condanna del clic da cartolina? Fotografati perfettamente da ogni posizione. Che cosa inventare? Non ho ancora visto una foto o un quadro in cui questi schizzi di roccia calcarea, come soggetti protagonisti o solo come scenografie, non siano venuti bene. In tutte le condizioni di luce naturale, dalla foschia alla luce di mezzogiorno, dal temporale al tramonto, in ogni stagione sono veramente fotogenici. Ogni veduta dai belvedere rimanda ad immagini viste già su qualche rivista. Imprigionandoli nel mirino, l'avvilimento è immediato: eccoli eternamente "in posa" come nelle cartoline che li propongono inquadrati dai giardini di Augusto o da una scontata terrazza con colonna e pergolato.
Fotografare i Faraglioni è come fotografare un monumento: non riesci a trasmettere emozioni, ma soltanto il piacere di guardare un oggetto che la nostra mente trova attraente. Non si tratta di cogliere una condizione atmosferica particolare, né di usare una macchina fotografica o un rullino speciali e non c'è la difficoltà del soggetto in movimento. Voglio una foto dei Faraglioni che sia diversa dalle altre. Bel proponimento, soluzione difficile. Il clic ai Faraglioni è rimandato.
Torno in piazzetta. L'ombra della chiesa che si fa lunga mi dice che la mattinata è trascorsa. Vorrei scattare qualche altra foto. Cerco velocemente di orientarmi per capire la direzione della discesa del sole. Decido di andare sul punto più alto dell'isola alla ricerca della luce e della conferma della mia ipotesi sul versante del tramonto. Giunta ad Anacapri, scarto l'idea di raggiungere a piedi i 589 del Monte Solaro. Temo di perdere la gara del tempo contro la luce che sta per andare via. Con la seggiovia, in dodici minuti, raggiungo la vetta. Viaggio sospesa sugli orti degli anacapresi , concentrandomi sui richiami degli uccelli e sugli odori della vegetazione, facendomi distrarre continuamente dal panorama e dalla curiosità di individuare dall'alto strade e case. In cima, seguo le frecce delle indicazioni turistiche che mi conducono a questo e a quel belvedere. Orizzonti infiniti, strapiombi di roccia, una luce diffusa che a Capri non ho sentito.
Continuando il percorso indicato, incontro di nuovo loro: i Faraglioni. Sembrano vicinissimi. Il campo visivo mi permette di inquadrare a destra la statua di Augusto di Primaporta, quella famosa con il braccio alzato, e, in basso a sinistra, due dei Faraglioni. Immagine già fissata da tutti, già vista cento volte. Un altro belvedere si trova più giù, nel giardino. Da qui si possono ammirare i Faraglioni inquadrati da due anfore. Il mondo non si presenta pronto ad essere conosciuto: siamo noi che operiamo dei tagli, ne definiamo le visuali che ne segnano i confini. Ed ecco i Faraglioni tra le due anfore, belli e pronti per il clic.
Mi avvicino. Lo sguardo ha incontrato qualcosa: è fisso e sfocato sull'anfora a destra. L'anfora, forse, viene dal mare e mi rimanda al pensiero della vita sull'isola al tempo delle dimore degli imperatori. Doveva contenere vino. Le terrecotte mi danno il senso dello stare, dell'abitare, di un rapporto dell'uomo con l'ambiente. Mi viene in mente che, forse, un imperatore di duemila anni fa, dopo aver bevuto il vino abbia guardato i Faraglioni inquadrandoli nel buco che forma il braccio dell'anfora. Clicco. Forse, ho proprio fissato lo sguardo dell'imperatore, il suo modo di vedere i Faraglioni nel braccio dell'anfora. Forse, è questa l'immagine nuova delle rocce più famose del mondo.