Da Viareggio alla Martinica

- di Caterina Calandrino

Vi proponiamo la prima parte del diario di bordo della traversata di una milanese avventurosa che rinuncia a fare l'enologa per inseguire un sogno di libertà sull'Atlantico e, improvvisamente, sceglie il suo destino sul mare: vuole diventare skipper. La vita sulla barca, le sorprese, i turni di guardia, l'armatore bulgaro. Le tappe a Ibiza, Gibilterra, Las Palmas, Capo Verde, l'oceano e l'avvistamento di una balena.

Caterina è sbarcata qualche anno fa a Pantelleria alla fine di una deludente storia d'amore, grazie a un progetto di studio sul campo che le aveva procurato-indicato il suo professore di enologia. Cate era decisa a occuparsi di vigne e botti. Milanese, ma agitata da qualcosa dentro che assomiglia allo scirocco e agli umori irrequieti che quel vento procura, Cate ha pian piano trovato una sua profonda natura meridionale, mediterranea, marina. Così da un amore con un pescatore alle vigne di De Bartoli a Pantelleria, passando poi alla direzione di una casa vinicola a Linguaglossa alle falde dell'Etna, scoprendo la passione per l'apnea profonda e per il barocco catanese (al punto di comprare una casa a forma di tuga nel centro storico di Catania), ha anche scoperto che le rotte fisse dei solchi di vigna le interessavano meno dei bordi zigzag a risalire il vento di un veliero (da velocità, d'epoca, da regata, da traversata atlantica). Insomma la ragazza è inquieta assai, e non si è fermata di fronte alla difficoltà di fare il mozzo pur di avere un primo imbarco e di studiare navigazione d'altura e poi per corrispondenza all'Istituto navale e a far parte di equipaggi via via più professionali fino a desiderare, cercare e ottenere un imbarco per la prima traversata atlantica. Di questo primo grande salto "oltre gli stretti" pubblichiamo il diario.
Che è quello di una bella avventura umana, molto femminile, molto indicativa del nostro tempo e delle rotte difficili dell'anima che i giovani si trovano a fronteggiare. Ma anche molto coraggiosa e per molti versi invidiabile. Perché Caterina, da brava "Anima-Isola", i suoi sogni se li crea, li insegue, li conquista. Ed è subito pronta a inventarsene un altro.
Buon Vento a lei. E a voi che leggerete questa storia.
(Carlo Nicotera).

Traversata atlantica Viareggio-Martinica sul Centurion, un barcone non molto bello di 88 piedi, circa 27 metri, ma molto ben costruito per le traversate oceaniche. Pensavo di fare l'enologa.
Mi imbarco e scopro che voglio diventare skipper. Equipaggio da Viareggio a Las Palmas: Vieri Mannucci fiorentino, Comandante; Martin, bulgaro marinaio; Neri Marrani, fiorentino, marinaio;
Caterina catano-milanese, cioè io, marinaio; Francesco Dinelli, viareggino, rigger e marinaio. Da Las Palmas a Martinica, sbarca il Dinelli, ma si aggiungono Fabio Licio Sperduti fiorentino, in qualità di esperto culinario e marittimo; Iagor, bulgaro, armatore; fidanzata figa bulgara dell'armatore; Claudio, amico lucchese dell'armatore.
22 settembre. Viareggio. Accesi motori e generatori. Sbarcano, dopo saluti e consegna di porzioni di lasagne e altri manicaretti da congelare, la moglie, il figlio, la nuora di Francesco, fidanzata e cuoca di Fabio Martin in cuccetta. Usciti dal porto. Martin si riprende (forse a cena, prima della partenza, aveva bevuto un po' troppo, più stanchezza delle ultime ore fatali per i preparativi).
Uscita dal canale. Al traverso della Piazza di Viareggio inizia accostata. Mare calmo, temperatura freddo umida, niente vento.
Puntiamo a sud di Minorca.
Andiamo a motore, secco di vele, autopilota e guardia nella deck house, super protetti, riscaldati, pancia piena, difficile restare svegli sulla troppo confortevole poltrona del comando davanti alla ruota del timone. Non conosco nessuno, ma eccomi qui: l'ho voluta e ho trovato la maniera di fare la mia prima traversata atlantica. Settimana scorsa ero a zonzo tra Barcellona, Palma de Maiorca, Las Palmas in balia della ryan air, di me stessa e delle mie timidezze, cercando un imbarco alla pari nei porti, in banchina, poi all'ultimo salta fuori un imbarco direttamente dall'Italia. Ci tenevo a partire dal Mediterraneo, a fare il Golfo del Leone e passare Gibilterra via mare.

Cielo parzialmente nuvoloso, mare calmo, vento assente. Comandante, Francesco e Neri dormono. Al traverso dell'isola della Gorgona, Vieri e Cate (io) di guardia. Riconoscimento stelle:
Sirio, Orione. Dedico a mio fratello Arturo un pensiero. Così lontano e diverso da me, così bravo e brillante. Mi ha sempre visto per come sono senza cercare di catalogare, definire. Uomo di intelligenza brillante, sempre con lo sguardo e il cervello oltre, ma sempre attaccato alla realtà della città dove siamo cresciuti: Milano. Amo molto questa sua polivalenza, vi riconosco tutto l'eclettismo tipico della famiglia. Prima di partire qualche spiegazione sul suo tatuaggio. L'ohm, la via, il supremo Brahma. Incredibile come si sia interessato negli ultimi anni alla filosofia indiana. Io più semplicemente ne estrapolo una sorta di tranquillità: se tutto è brahma, perché dovrei aver paura di cadere in mare e perdermi nell'oceano? Siamo un tutt'uno con tutto. "Attaccati bene e pensa al supremo brahma!" mi scrive in un sms.
Turno di riposo. Sveglia: trovo trinchetta issata. Ammainata trinca. Onda e vento in prua, tendenza a ruotare verso nord-ovest, cielo parzialmente coperto, vento sud-ovest in rotazione. Cielo coperto ormai da qualche ora, vento da sud-sud-ovest con mare formato in prua: rispetto alla tendenza osservata stamane c'è stata un contro-rotazione.
23 novembre. Mal di mare tutto il giorno, sembro l'unica a soffrirne. Bella figura presentarsi come marinaia e poi vomitare l'anima. Dormo molte ore. Il Comandante passa quasi tutto il tempo al tavolo da carteggio ad interpretare la meteo. Proviamo il nuovo sestante, prendendo altezze del Sole. Vieri passa il resto della giornata a fare conti.
Arriviamo alle Baleari. Prova di vele e timone manuale. Solo verso sera mi ripiglio un po' e faccio un turno di guardia fino alle 23. Salto la seconda cena bulgara preparata da Martin. Doccia!! Scopro che Francesco è molto amico del Comandante, saccenti della Marina Militare. Il Comandante, quest'estate, mi ha aiutato a preparare l'esame di navigazione per il terzo anno dell'Istituto tecnico nautico. Che palle rimettersi a studiare a 34 anni: più motivazione, più fatica, meno tempo, meno memoria e soprattutto meno capacità espositiva!
Non riesco a credere che ho fatto e finito l'Università. Sarà per questo che continuo a sognare anche in queste notti di arrivare al giorno della laurea e scoprire di aver ancora esami da fare. Che ansia!
24 novembre. Sveglia al largo di Ibiza (in vista del faro). Sto quasi perfetta. In coperta per prendere aria. Finalmente la prima sensazione di Sud: più o meno siamo alla stessa latitudine di Catania.

Primo caffè decente di bordo: evviva la moka!! Cielo sereno, vento in prua, mare calmo. Passaggio al traverso di Formentera.
Causa cinghia rotta spegniamo motore: circa a tre miglia dal meridiano di Greenwich. Silenzio, immobili noi, il vento, il mare, stelle."Aaaaaaaaahhaaa, è bellissimo!" grida Vieri. Siamo io e lui in coperta. Un po' mi imbarazzo. Non so che dire, condivido. Mancano sempre le parole giuste al momento giusto, e le sue sono insufficienti. Aspetto che se ne vada per gustare tutto il sapore dell'emozione, quasi eccitazione, e penso tra me e me che è più che bellissimo.
25 novembre. Rotta su Gibilterra a circa 170 miglia. Lasciamo a sinistra schema di separazione traffico di Capo de Gata ed entriamo in zona di navigazione costiera. Al traverso di Punta Sabinal, mare calmo, segni di corrente, cielo coperto, 132 miglia al faro di Punta Europa: rocca di Gibilterra. Percorse finora circa 753 miglia da Viareggio non stop. 26 novembre. All'ancora in Gibilterra.
Finalmente si dorme fermi.
Dopo la manovra siamo spariti tutti nelle rispettive cuccette. Nei giorni scorsi ho praticamente fatto guardie, vomitato e dormito. Se fossi un po' più in confidenza con l'equipaggio sarebbe meno imbarazzante. Tra di loro si conoscono, ruotano tutti intorno a Viareggio, a parte Martin che è il marinaio della barca da qualche anno e, come l'armatore, è bulgaro. Domattina ripartiamo subito dopo aver fatto gasolio. Non si esplora Gibilterra, ma a dire la verità, a parte questa bellezza un po' strana delle navi enormi all'ancora piene di luci, non sembra un granché. La rocca è imponente, ma non si riesce a vedere la corrispondente sulla costa africana così si perde un po' l'idea delle Colonne d'Ercole. Devo smetterla di vivere di miti. Ci sono posti che, per cultura, per sentito dire e letto, sono nella nostra immaginazione epici e forse così dovrebbero rimanere. Di fatto per me Gibilterra, le colonne d'Ercole lo sono: è il limite del mondo a me familiare, quello che si sviluppa intorno al Mediterraneo.
Bene, Gibilterra è bruttina: la realtà è deludente rispetto alle epiche aspettative.

Fatto gasolio e acqua, si riparte. Cielo coperto con pioggia, scarsa visibilità. Previsto mare. Uscita in Oceano dopo aver percorso il canale. Si decide di proseguire per un po' prima di accostare a sinistra in modo da sfruttare favorevolmente la rotazione verso ovest del vento. Non si è visto molto di questo passaggio, pare di stare in Brianza a novembre per la nebbia. Ben poco esotico. Mi sono stufata di stare troppo vestita, odio e amo la cerata: scatta il pantalone corto con calzette a righe e stivale di gomma.
Un bel chissenefrega sul risultato estetico. L'umore non è dei migliori. Non sono abbastanza operativa (anche se effettivamente non c'è un granché da fare a parte le guardie) e sento lo sguardo severo del Comandante. Forse si è pentito di avermi presa a bordo. Poi, nei momenti in cui non sto male, sono presa da una sorta di eccitazione che non riesco a trattenere. Insomma faccio la brillantona (con accento milanese per di più, che pare essere veramente antipatico). Un po' civetta, in fondo sono l'unica donna a bordo, per Francesco e Neri risulta anche simpatico. Io mi sento un idiota che, per qualche strano meccanismo, interpreta una parte in modo maldestro (odio e amo la mia autoconsapevolezza, spesso sfocia in ironia e mi ritrovo sola a ridere di me stessa) e il burbero Comandante sembra quasi infastidito.
Forse non lo è, però sorride ben poco, magari dipende dal fatto che capisce un terzo delle cose che si dicono. Per esempio, quando siamo a tavola tutti insieme, a causa di residui di un febbrone con raffreddore che gli ha momentaneamente tolto parte dell'udito. Oppure è preoccupato per le condizioni meteo. E' da quando siamo partiti che "fuggiamo" il maltempo. Il mio stomaco ringrazia.
27 novembre. Ormai fuori, in Oceano, si sceglie di tenersi un po' alti per tagliare una bassa pressione.
Mi addormento verso le 15 del 26 novembre e mi risveglio verso le 23 dello stesso giorno. Do il cambio a Francesco. Finalmente una guardia da sola.

L'impressione è che non si fidino. Il Capitano mi rivolge la parola di solito per darmi istruzioni o notizie sul sottocoperta. Buffo perché lo fa quasi con aria complice come se, sapere che il compattatore della rumenta funziona, dovesse rallegrarmi particolarmente la mattinata. Certo è uno strumento utilissimo, ma non regola il mio umore. Francesco ha colto meglio cosa mi spinge ad essere qui. Svegliata verso le 06,30 ora locale (almeno credo), trovo Francesco di guardia, rotta sulle Canarie, onda lunga al traverso, vento. Si rolla.
30 novembre. Arrivo alle Canarie. Torno a Las Palmas, da dove sono partita poche settimane fa. Mi fa sempre strano tornare in un posto dove sono già stata e di cui avevo pensato che non sarebbe stato strano tornare. Soprattutto mi fa strano se accade a poche settimane di distanza. E forse ci tornerò ancora con Ashanti IV, a gennaio, per la seconda traversata. 14 dicembre. Avvistata balena!!!
Vicinissima! Dopo dieci giorni di noia a Las Palmas siamo ripartiti in direzione di Capo Verde. Si decide di scendere per cercare gli alisei. Las Palmas, noia, congestione, solitudine, ma anche rasserenamento di rapporti col Capitano (forse era solo tensione per maltempo in navigazione e nuovo comando, o forse mi sono inventata tutto, ma l'impressione che avevo è che gli stessi un po' sui coglioni). Francesco era sbarcato dopo pochi giorni, una volta arrivati alle Canarie. Grandi chiacchiere, pochi momenti per lavorare e imparare da lui, ma ultimo giorno prima di approdare abbiamo fatto prove col gennaker (Gennaro) e, waaaaaa, che figata stare al timone con qualcuno che ti spiega vento, onde, risposte del timone, poi finalmente un po' di vela dopo giorni di motore spesso accompagnati dal mal di mare. Imbarcati a Las Palmas armatore bulgaro over 50 e legittima "fidanzata" stronzetta, figa, intelligente sportiva. Claudio, amico lucchese e gestore della barca in Italia (già incontrato a Viareggio prima della partenza), un altro che pensa che io sia un'hostess e mi mette in mano delle lenzuola nuove nuove, tutte colorate, di sua fabbricazione. Anche lui con un sorriso complice. Ehi, ehi, ok, il Comandante ha una giusta visione del lavoro a bordo, ma poveracci, arricchiti che non siete altro, se volete una hostess, la pagate e bene! Buon affiatamento con equipaggio. Vieri non mi è indifferente. Situazione piuttosto banale.

15 dicembre. Due canne da pesca. Non si prende nulla. Partono le due frizioni contemporaneamente. Senza togliere la canna dal suo sostegno comincio di malavoglia a tirare su la lenza. "Oh Neri, per me non c'é nulla". L'armatore, una tanticchia macho, prende la cintura, si mette la canna sul bacino e comincia a tirare con sforzi sovrumani e piena manifestazione di tutta la sua massa muscolare da canottiere invecchiato. A un certo punto entra in competizione. Mi guarda e mi dice in italiano corretto e accento bulgaro da paura: "Il mio pesce è più grosso". "Lo spero bene", rispondo laconicamente. Per fortuna non coglie l'ironia. Ma perché certe lingue hanno un accento e un timbro che sembrano sempre incazzati? Morale: due dorados presi, coppia femmina e maschio. Uno l'ho preso a mani nude per metterlo in coperta e questo ha stupito molto Claudio e anche me. Basta veramente poco per farsi sentire dire "tu sei una donna di mare, selvatica, coraggiosa!" Mioddio. Ma cosa vede la gente? Un gancio e un secchio persi a mare. Una bottiglia di gin nelle branchie per uccidere gli animali mentre li tengo bloccati contro la coperta. Sangue sul teak. Una sfilza di ricette proposte dallo Sperduti. Il povero Neri a pulire il pesce (nooooo, l'acqua dolce noooooooo). Il Capitano simula contentezza: non gli piace rallentare per issare il pesce e non é un mangiatore di pesce. Rotta verso Capo Verde. Mancano 180 miglia. Giornata di stelle e pesce. Abbiamo quasi finito l'acqua delle cisterne. Il watermaker è rotto. Domani si arriva a Capoverde. 16 dicembre. Una rondine ci segue da tre giorni, dormirà a bordo?
Rilevata barca a vela per 298°, la prima da quando siamo partiti dalle Canarie. Dirige su capo Verde. Regolato trichetta, sistemato volante sopravvento. Il mio compagno di turno dorme. Da quando abbiamo lasciato le Canarie turni regolari, coppie fisse: quattro ore di turno e otto di riposo. Posso ascoltare musica, pensare, scrivere. Ieri sera ho cucinato io: un gigantesco risotto con salsiccia e funghi, indigeribile, e porzioni per un esercito.
Avvistata terra. Come sempre ho perso la cognizione del tempo. Si riparte oggi, a minuti, da quest'isola (Sao Vincente) scura e vulcanica, da questa gente che sorride. Temo la delusione dei Caraibi, temo che non siano selvatici e forse il selvatico è quello che cerco da quando ho lasciato Pantelleria.
L'emozione di incontrare qui, in banchina, Federico, anche se marginale della mia vita all'isola.
Temo anche la fine del viaggio. Sarà retorico, come dice il Comandante Vieri, ma per me è importante, è una condizione che mi dà vita: vedere cosa c'è dietro la curva, dietro all'orizzonte. L'isola, questa, è piena di musica.
Oggi dev'essere il 18 dicembre. Controllo per sicurezza. Non mi sento sola. Ho momenti di profonda malinconia di tanto in tanto.

Tornano prepotenti i complessi di sempre, le debolezze e le timidezze. La solita pigrizia. Canzone di questi giorni Witchi tai to di Jack Johnson. Con l'armatore va meglio, più simpatico. Con Vieri non riesco a rompere il ghiaccio. E' uno di quegli uomini il cui giudizio può calmarmi, come mortificarmi fino al midollo. Una sua battuta può rovinarmi l'umore per una serata intera. Cazzo, devo emanciparmi! Musica, musica, musica...
Usciti dal canale tra le isole strambiamo. Si scende un po', per poi trovare più vento e al lasco. Delusione: altro cambio di turno. Io e Neri faremo quello da mezzanotte alle quattro e dalla dodici alle sedici. Né alba né tramonto per prendere le rette d'altezza ed esercitarci con la navigazione astronomica. Moh, mi passa. Strambata appena usciti dal canale, spento motore, fiocco, trinchetta a collo, randa con una mano di terzaroli. Meglio che vada a studiare un po'. Ammainate vele. Non riesco a riconoscere le stelle. Vento calato. Praticamente non ce n'è.
19 dicembre. Si rolla il giusto. Finalmente un po' di secchiate d'acqua salata e costume. Alle dodici, inizia il mio turno di guardia.
L'aria è strana a bordo, la luce è strana. Tutto molto silenzioso, quasi senza gioia, il che è in forte contrasto con l'eccitazione di quando siamo partiti. Non c'è stato un passaggio graduale, ma netto. Paradossalmente il più sorridente è diventato quel viso indurito sotto un nuovo taglio nazi dell'armatore. Stanotte devo aver pianto in sogno, emozionata, perché ripercorrevo, trainata dall'amico marinaio Fabietto, la strada per Bormio, riconoscendo tra l'altro il ponte del diavolo (ora non esiste più, distrutto dalla frana in Valtellina dell'87). Altro sprazzo di sogno: in navigazione in un Oceano con zone di bollore da cui uscivano getti di lava e fumi, non pericolosi. Anche oggi nell'indifferenza di Vieri. Lui e l'armatrice sono le uniche persone a bordo con cui non riesco a relazionarmi. Brava! Giusto il tuo capo e la fidanzata del padrone. Un colpo di genio!

Cerco di imparare, di incuriosirmi, ma il ritmo lento dei turni e la buona musica mi impigriscono. Stamane visto il poco vento, che ruota spesso verso poppa dal gran lasco, abbiamo usato il boma della randa e la controscotta del genoa per tangonare lo stesso e farlo sbattere di meno. Continuiamo a scendere verso ovest-sudovest alla ricerca dell'angolo giusto con un aliseo indebolito da alcune basse pressioni, che, invece di dirigersi in Europa, stanno scendendo, disturbando l'anticiclone delle Azzorre che è un potenziatore di alisei. Misteri della meteorologia!
Pare risolto il problema del watermaker (Fabio: lui aggiusta tutto!), così mi sono concessa una doccia. Nella mia mente ricostruisco il pezzo di storia pantesco legato a Federico: ricordo di aver lavorato con la sua ex fidanzata, altra milanese piantata all'isola, ma lei per amore. Sarà lei la madre del terzo figlio.
Chissà se mi chiamerà davvero quando rientrerà in Italia. Il numero l'ha chiesto lui ed entrambi abbiamo scoperto di averlo già, ancora dopo cinque anni, mai usato!
20 dicembre. Comandante molto raffreddato. Poverino a queste latitudini! Continuiamo a scendere. Oggi provato gennaker. Con Vieri giornata più serena. Ho provato la parte dell'infermierina preparandogli per colazione un arsenale di medicine, accompagnato da biglietto "aj cura capt!"!
Dopo un mese di quotidianità ancora mi è sconosciuto. Neri, sempre molto carino. A volte mi sento un po' troppo cercata da lui. Difficile a volte capirlo, ma non potevo avere compagno di turno migliore. Per lui terza traversata. In Martinica lo aspetta la sua estroversa, innamoratissima e ricambiatissima fidanzata. A bordo si tende a stare spesso tutti insieme, nello stesso luogo, a prescindere dagli spazi a disposizione.
Apprezzo l'attitudine alla gentilezza del comandante Sperduti e il buon carattere di Martino (Martin). Gli alisei ancora stentano, mentre arrivano bollettini meteo spaventosi (burrasca!!) sul Nord Atlantico. Mi fa specie come tutto sia collegato: come una bassa pressione a migliaia di miglia da qui possa influenzare le nostre scelte di navigazione. Altro pensiero costante è la paura di quanto si deve sapere, studiare e praticare per essere un buon Comandante. La strada mi sembra sempre più lunga e ramificata e i dubbi sulle mie capacità, volontà e desiderio di diventarlo aumentano.
Cielo coperto, mare calmo.

Vento. Buongiorno!
Svegliata da puzza di elettrico bruciato. Non si sa ancora cos'è, ma si sono spenti Navtex e GPS. Ora la puzza lentamente sta sparendo, macchine spente per sicurezza, procediamo a vela. Comunque è un cortocircuito. Annusando qua e là, svegliato Comandante, alla ricerca della fonte di bruciato. Ci vorrebbe un cane. Ulisse! Stretta allo stomaco e subito, ancora dopo tre anni, sale il magone e la sua immagine e la mia mano istintivamente si muove in carezza su una testa gialla di cane che io vedo accanto. Lo sguardo giallo e sorridente di quel cane. Mi ricordo solo ora della sua comparsa.
Sulla strada di Khamma, piccolissimo, sfuggito all'attenzione della madre troppo stanca e presa dalla numerosa cucciolata. Mi ha sempre destato ammirazione e stima l'innata, precoce indipendenza del cane Ulisse, amico, compagno di avventura, mare e traslochi, affetto fortissimo.
Intanto a bordo cercano, cercano. Fabio fa mille ipotesi, tutte più o meno equivalenti. Il Comandante Vieri, malgrado il forte rincoglionimento da raffreddore, cerca soluzioni e ipotesi tra le scartoffie dell'impiantistica di bordo.
Martin si dà un gran da fare con quell'aria grave che assume quando c'è da far qualcosa e ancor di più ora con l'armatore a bordo (in effetti lui è quello da più tempo su questa barca, nonché equipaggio stipendiato e permanente).
Il gigantesco Zagor/Tavor/Iagor e altri mille nomignoli mantiene una certa calma e sorta di ironia ottimista, parlando col suo buon italiano e il suo forte accento bulgaro che suona sempre imperativo e duro. Gira con una torretta a dinamo, cercando fusibili bruciati dietro il quadro elettrico. Claudio, quasi anziano, amico lucchese di Tavor, malcela un po' di preoccupazione. Neri e sexiplexiarmatrice Mila dormono. Io scrivo.

(Continua nel prossimo numero).