Dalla Sardegna ad Anacapri in cerca della piscina perfetta

- di Alessandro Cardito

Era una giornata di metà luglio. Faceva caldo quel giorno, la sabbia era rovente. Spalle bruciate e salsedine addosso mi fecero pensare ad una bella doccia, anzi meglio, ad un bagno. Una piscina fresca, pulita, azzurra.
Alle ore cinque del pomeriggio all'incirca il desiderio di pulizia, freschezza e libertà mi assaliva nella mia auto calda, sulla strada sterrata che porta a quella spiaggia conosciuta da italiani e vip frequentatori della Sardegna come Liscia Ruja.
Era stata una bella giornata, rovinata da uno spiacevole inconveniente. Quel giorno avevo perso le ciabatte. Avevano si e no un mese. Mi piacevano particolarmente, le avevo comprate in un negozio a Posillipo.
In quell'occasione i miei neuroni, influenzati dal malumore, riuscirono a farmi pensare alla piscina del mio villaggio, brutta, calda e affollata. Non mi dava alcun senso di pulizia in confronto a quella dell'albergo di mio nonno e mia zia, così pulita e fresca, con quei massi situati in una zona della piscina poco profonda e una fontana al centro circondata da un ammasso di pietroni granitici e qualche palma, cosicché sembrasse un piccolo laghetto in un deserto con una isoletta al centro, sorgente di tutta quella meraviglia.
Un'oasi intoccabile.... ma il ricordo dell'acqua bassa e poco adatta a nuotate subacquee non permettevano a quel posto di raggiungere gli standard di perfezione da me stabiliti. Era un oasi, certo, ma non la più bella.
Un rapido collegamento: piscina-acqua profonda-serenità. Poche idee, pensieri rapidi come la luce.
Eccola. Eccola quella che, per anni, era stata il mio ideale di oasi, quella della mia vita, una piscina con acqua sempre fresca e pulita, profonda al punto giusto per divertirmi a nuotare in tutta comodità sentendomi una sogliola, o meglio una razza, che plana rasente al fondale.
Da un'isola ad un'altra, dalla Sardegna a Capri: lì, o meglio ad Anacapri, c'era quella casa che tanto avevo amato, nella quale era racchiusa una miriade di ricordi. Avevo amato quel posto per la calma che vi si poteva trovare.
Nella piscina, pochi metri sopra la Grotta Azzurra, c'era un silenzio impagabile. Mi tuffavo e per ore nuotavo, trattenevo il fiato, mi rinfrescavo.
Ormai quel posto non mi apparteneva più, dovevo tenere ben stretti quei ricordi. Erano l'unica cosa che mi rimaneva di quel posto. I sentimenti non sono fatti per le case, ma provavo un grande affetto per quella villa. Dai primi anni della mia vita mi ero arrampicato su quegli ulivi, avevo fatto merenda sulle piante di fichi, riposato sotto i pini, e mangiato le albicocche che dava l'albero dietro la casa.
Il pensiero di non poterci più tornare mi rattristava, mi fece rabbia a tal punto da spingermi a scriverlo. Come si dice? È inutile piangere sul latte versato, e anche se i miei occhi non lasciano uscire alcun liquido, il desiderio c'era, forse più forte della speranza che un giorno avrei potuto riconquistarla e farla mia come una volta, e per sempre.
In quel preciso istante ero al limite. Quel cocktail di fastidio, caldo, rabbia e tristezza avevano quasi fatto traboccare il vaso. I sentimenti bussavano forte alla porta del mio cuore, come non mai.
Spero di lasciare in questo scritto, impresse a fuoco, la rabbia e la tristezza, non fa mai bene portarsele dietro. La speranza no. Quella la porto con me. Come si dice? È l'ultima a morire. Meglio tenersela stretta, ti fa andare avanti. La rabbia e la tristezza appartengono al passato, la speranza al futuro; è quella che ti permette di sognare. Di sognare che tornerai in quella casa, che tutti i ricordi ti verranno incontro, come cani dal padrone, e che quel posto sarà di nuovo tuo.