Diario intimo di un velista felice

- di Antonio Cianniello

La voglia di mare sbocciata a sei anni, il regalo di un dinghy e poi le grandi barche a vela, l'orizzonte da conquistare, porti e rifugi lontano dall'affannoso vivere quotidiano. L'approdo a Capo Spartivento, rocce e sabbia dorata, i fondali di poseidonia. Sulle onde evitando il mare dei week-end, la pazza folla nautica, il teatro grottesco dei marinai della domenica. Compagno di viaggio, il silenzio. Le notti di luna, il vento che sferza le vele, la fatica di navigare di bolina. La rotta verso l'isola sarda di San Pietro, bella e selvaggia. Porto Zafferano, Porto Malfatana, posti d'incanto, paesaggi caraibici.

Diario intimo di un velista felice

Sono partito di nuovo, sono di nuovo con Lei, l'ultima che ho incontrato alla mia età di oltre quaranta. Lei fa parte delle altre lei, ne sono state tante veloci, lente, belle, brutte, grandi e piccoline, sono quelle che mi hanno fatto viaggiare e regatare ed emozionare ogni volta di più, emozioni che entrano dentro di me quando sale il vento e quando con lei alzo le sue vele bianche. Le vele bianche piene di sale, cotte dal sale, le vele sono l'anima di tutte le mie compagne di viaggio, raccontano ogni attimo della navigazione, ne racchiudono la storia, le difficoltà, i piaceri. Vele strappate dal vento che hanno incontrato la paura. Vele che si specchiano al sole come lamiere d'acciaio sono, invece, quelle che hanno incontrato la vittoria. Sono partito stanco, tanto stanco ma felice, faccia di città e mani pallide. Vedo un lontano orizzonte e sento solo vento e mare, un silenzio che rilassa e mi porta a sognare e a scrivere. Mi porta a scrivere del mio grande amore, un amore fedele e fantastico dal quale non riesco a scappare. Sono legato, sono appassionato, una passione forte dai colori indelebili. Oggi voglio scrivere, voglio raccontare, voglio far innamorare tutti e vorrei che tutti potessero vivere la mia passione ed il mio amore.

I racconti iniziano dalle origini.
Ho iniziato da metà per poi fare un passo indietro ed uno avanti. Sono stralci di un diario di bordo e di vita con la speranza che le mie parole possano interessare quelli che cercano il giusto approccio con il mare.
Capo Spartivento è un luogo la cui descrizione anche poco dettagliata potrebbe avvicinare alcuni al vero senso di stare in barca, il mio senso e forse non quello di tutti. Nei dintorni del Capo, all'estremo sud della Sardegna, sorgono bellissime baie ridossate da tutti i venti, ma non da sud/sud-est, con fondali di poseidonia, roccia e sabbia, spiagge di fine sabbia dorata che si alterna a sabbia più chiara offrendo, così, dei colori meravigliosi al mare. L'entroterra è praticamente disabitato, si intravvede solo qualche stradina e ciò contribuisce ad avere acqua pulita. Qui si possono trascorrere diversi giorni in barca senza sentire alcuna necessità di un attracco. Nelle rade si trovano solo barche a vela di piccole e medie dimensioni e qualche motoscafo che, diversamente dal solito, si avvicina all'ancoraggio per qualche ora con fare timido e rispettoso. La tranquillità è tale che ormeggiare con un motoscafo invece che con una vela in quel paradiso genera in modo lampante il senso di essere fuori posto e non a proprio agio. Come entrare in abito grigio e cellulare all'orecchio in una sauna di nudisti finlandesi.

E poi ... i motoscafi ... Qui sono finalmente in minoranza. Il pacchiano fracasso dei week-end dei nostri navigatori e gommonauti del napoletano è troppo lontano, non si sentono arare le catene, non ci sono ragazzini che con le pance esposte al sole e le mani gelatinose girano in tender.
Non ci sono barche accostate l'una all'altra come una grande tavolata della domenica. Non ci sono grassoni incatenati d'oro col berretto e donne pittate con in mostra carne vecchia ricoperta di strass e luccichii. Non ci sono moto d'acqua che si aggirano con trappari tatuati e bionde pettorute al silicone. Non ci sono odori di cucina e scarichi di olio, di creme abbronzanti e insalate di pomodoro finite in acqua. Non ci sono dvd, tv al plasma, generatori sempre accesi e il fracasso dell'ultima formula 1 seguita dal tavolo da pranzo imbandito a dovere e ricco di mozzarelle, pane cafone e pasta al ragù. Non ci sono marinai panzuti e sudati, non ci sono polacche, peruviane, tailandesi, filippine, russe e slave che col mal di mare coccolano piccoli neonati sotto il sole delle 14, mentre giovani mamme color oro fumano e schiamazzano ai figli più grandi ... Nooooo. Non ci sono. Qui non prende la tv, non ci sono porti, non ci sono negozi con le firme, non ci sono sdraio ed ombrelloni non c'è linea al cellulare, non c'è niente di niente, ma per me c'è tutto.

Questo è un paradiso fatto di persone rispettose e silenziose, fatto per chi ama il mare e non per chi usa il mare come se fosse un teatro grottesco. Qui ogni giorno si alternano tante barche.
Chi arriva all'alba e chi parte al tramonto. Si scorgono bandiere di paesi lontani ma non di paradisi fiscali, bandiere di navigatori, di coppie di anziani signori, di giovani amanti nudi e belli, che dopo tante miglia approdano qui, sistemano la loro barca e si immergono in una natura selvaggia e serena, fatta di sole, roccia, bassa vegetazione, sabbia e mare. Sulle spiagge qualche capanno è attrezzato per uno spuntino a pranzo ed a cena e una bella birra fredda da bere guardando lei al tramonto.
La sera sorge una luna talmente vivida che illumina la spiaggia con una luce pallida ma chiara.
Il mare è cristallino anche di notte e diventa nero e buio quando sale la profondità. Si intravvedono a specchio le barche bianche come un chiarore illuminato dalla luna mentre quelle scure rimangono nell'ombra come se fossero più riservate e timide.

In questo posto meraviglioso è possibile trascorrere momenti di profonda unione non solo con la natura ma con chi si ama. Qui tutto si ferma mentre l'amore cresce ogni giorno donando momenti di grande intimità, momenti che servono per dare carica ai tempi frenetici ed incessanti del quotidiano, dove tutto vola via senza potersi soffermare per un attimo e poter gustare un sorriso, un gesto di affetto, una carezza, una chiacchierata in silenzio e intimità seduti sul dinghy su una spiaggia deserta. Tutti gesti che, qui, si sentono forti e ti lasciano un segno.
Il mare così vissuto distacca dal quotidiano che si lascia scorrere sempre più lontano. E' come voler abbandonare la vita di sempre (quella in parte necessaria, ma troppo piena di negatività) per dedicarsi ad una vita vera, ma tanto diversa e bella da sentirsi anche in colpa.
Qui fare una telefonata pesa come alzare un macigno sulla testa ... rimandi sempre ... Chiamo dopo, ora no, chiamo stasera ... e poi non chiami perché non è mai il momento di collegarti alla tua vita. Sentire il drin-drin del cellulare che di tanto in tanto prende la linea ti porta subito e tristemente a quella vita che stai cercando di lasciare, di chiudere in un gavone a prua sotto la sacca di una vela.

Al telefono è il tuo migliore amico o forse un caro parente o forse una dolce compagna lasciata in città con la speranza di poter partire con te. Persone con le quali avresti piacere di parlare e, invece, in quel momento no, no, no, non dovevano telefonare .... Stai facendo ben altro. E' il tuo momento, è il tuo riposo e le antenne non devono funzionare. Ma fuggire così è tanto da egoisti. Stare in un posto meraviglioso e buttare il resto via non si dovrebbe proprio fare se non da giovanissimi. Poi, se penso che anche altri stanno iniziando le loro vacanze ... E' quasi agosto e tutti stanno per partire. Partono in tanti e in gruppi mescolati, proseguendo la vita frenetica, pacchiana e sterile dei motoscafisti da week end. Allora mi sento rinfrancato e penso ... ad ognuno la propria vacanza!
Ma qualcuno potrebbe chiedermi ... non ti annoi tutto il giorno senza amici ... cosa fai e come passi il tuo tempo senza cellulare, tv al plasma, prenotazioni di maxi cene, shopping, silicone, Hogan e super tette paiettate? Noi puoi mollare, non puoi lasciare e, poi, se non stai dentro rimani fuori... Ma fuori da cosa? Qui il tempo passa e i minuti che trascorrono ti lasciano dentro una ricchezza enorme di ricordi, sensazioni, gusti, colori, silenzio, odori, sale, mare e spruzzi di schiuma bianca che si forma nel solco della mia lei che naviga serena e potente.

Questo è il bello, il bellissimo, ma poi arriva anche il tempo che il mare è contro di te, ma tu sei riposato, sereno, e cerchi di affrontare il vento che pompa.
D'improvviso un dolce ancoraggio diventa un pericoloso e potente nemico, gli animi divengono tesi, le preoccupazioni aumentano insieme al grigiore del cielo e del mare che ti avvolgono sempre di più. Ma c'è lei, la mia compagna che mi protegge e nella quale confido. Conosco le sue possibilità, i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi limiti bisbigliati nel vento. Cerco di proteggerla, di preservarla, di nascondere al vento i suoi limiti. Cerco di rasserenare le sue improvvise tensioni sotto le frustate del vento. Le vele si gonfiano come panni al vento. Le proteggo, le regolo al meglio, elimino il "grasso" e le rendo lame di coltello che si infilano invisibili nel vento. Io credo in lei, la conosco a fondo ho passato tanto tempo con lei per migliorarla, per renderla più sicura, più confortevole e più veloce. Lei lo sente. Si sente curata e ora non mi abbandona e mi porterà in una rada sicura.

L'importante e sentirla in ogni momento. E' la tua compagna di viaggio. Va curata, amata, rispettata perché lei ti protegge e ti fa sentire sempre a casa anche quando sei lontano, in mezzo al mare, e cerchi conforto in lei. Quando ami tanto, ami tutto, ami i momenti belli e quelli cattivi e devi prenderti tutto.
10 agosto - Ieri sono arrivato nell'enorme porto di Carloforte, utilizzato anche da tante navi che collegano l'isola di San Pietro con la terraferma, anzi con la Sardegna. Una grande isola che, rispetto a San Pietro, è come terra ferma. Nel porto, in estate, attrezzano delle banchine galleggianti per diporto. Tante, troppe banchine e troppe barche, troppe persone, pompe, manichette, cavi elettrici aggrovigliati uno sull'altro, passerelle, corpi morti e cime di ormeggio che tirano le barche come cavalli imbizzarriti con la voglia di mollare. Parabordi strizzati e un forte cattivo odore di porto commerciale, di gasolio bruciato nel vento, di bancarelle e di festa di paese. Voglio fuggire, è un paesaggio da inferno dantesco. Porto Zafferano, Porto Malfatano, paesaggi caraibici e privi di qualunque segno di civiltà moderna.
Eppure Carloforte è tappa di migliaia di turisti che trovano la località molto carina e suggestiva. Allora sono io fuori, sono out rispetto alle migliaia. Hanno ragione loro e sono io un privilegiato. Sono egoista, sono uno dei pochi eletti a godersi il mare, quello vero. Sono un menefreghista del mondo che mi circonda.

Mi chiedo quanti ce ne sono come me, quanti vogliono veramente questo, quanti sono disposti a chiudere il cellulare, oggetto terrorizzante di cui nessuno può fare a meno (e io mi metto in prima linea).
Ho lasciato il porto maledetto di Carloforte appena finiti i rifornimenti. Dopo nove giorni di rada era terminato tutto. Acqua ai serbatoi (450 litri centellinati), acqua da bere, gas per cucina cambusa, sigarette che ho centellinato, che bello due di giorno e due di notte (un vero rito il momento della sigaretta ... ero dedicato solo a quello ... almeno alle prime tre tirate).
Cerco una rada tranquilla, al riparo dal maestrale. L'isola di San Pietro, al di fuori delle rotte commerciali, è altrettanto bella e sel vaggia, intensa, anche poco ridente, con rocce che cadono a picco. Pescosissima, piena di mille pesci che vivono la loro giornata nelle tane. Murene, cernie e polpi sono gli abitanti di questi mari. Lei sta bene. Prima di lasciare il porto ho controllato gli impianti e i livelli del motore, i filtri, bozzelli, drizze, eccetera. Tutto funziona bene e sono sereno.
Devo confessare, però, di averla un po' tradita. Mi sono invaghito di un'altra, una HR 36, una vera casetta galleggiante con un pozzetto ben protetto nel quale poter navigare in tranquillità con tutto a portata di mano, manovre del genoa e randa, timone, strumenti di navigazione e un comodo portaoggetti per binocolo, macchina fotografica, libri, carte nautiche, sigarette e, perché no?, un bel caffè in tazza grande, caldissimo e amaro. Dentro, un solido rifugio.

Tanto carburante e acqua, serbatoi a centro barca, una vera cucina con spazi per stivare di tutto, riscaldamento, una vera cabina armatoriale a poppa, sala macchine e tanto altro, che bella! Ma questa magnifica barca va vissuta in due, anzi in tre, lei, la mia Lei ed io. Basta così. Solo mare e amore. Non è un tradimento, ma solo un pensiero per il futuro. Un futuro da vero egoista che forse mai arriverà. Ma è anche un modo per sognare perché i sogni sono sempre tanto più belli della realtà e l'HR 36 è una barca per sognare, il sogno che forse piace solo a me e che amo ripetere tante volte.
La mia Lei è contenta e, per il grande amore nei miei confronti, cerca di apprezzare tutto questo, la vela, le navigazioni, le rade, vincendo una sua grande paura, la paura del mare che ti prende e ti angoscia perché ti senti un puntino nell'oceano senza possibilità di salvezza. La capisco, ma questa sensazione non la conosco. Ho avuto una grande fortuna quando avevo appena sei anni e il mio amato papà, vedendomi già innamorato del mare, mi regalò un dinghy in vetroresina di appena un metro e qualche centimetro. Per me era un enorme vascello con il quale facevo piccole esperienze allontanandomi ogni giorno per ore dalla spiaggia dei bagni Tiberio di Capri verso le mie prime avventure marinaresche. Sempre ad opera di mio padre proseguii la successione di barche, la seconda, la terza e cosi via. Sempre più lontano. Sin da piccolissimo, durante l'inverno, non le lasciavo mai abbandonate e mi recavo con costanza da loro per fare piccoli aggiusti, pulizie e manutenzioni. Un giorno mio padre mi propose di accompagnare un suo amico per il trasferimento di una barca a vela da Napoli a Genova. Lui si chiamava Carlo, ed aveva un'Alpa 8.50 fino a quel momento a me sconosciuta.

Era giugno e partimmo in quattro: Carlo, la figlia Carlotta, io e Alfonso, un mio caro amico che già faceva vela. La barca era blu notte. Bellissima. Navigammo per circa sette-otto giorni fermandoci un paio di giorni all'Elba per cattivo tempo. Avevo 14 anni da poco compiuti e conobbi la vela e l'amore o l'amore e la vela, non lo so, ma fu bellissimo. Mi innamorai perdutamente della barca e della figlia di Carlo, una ragazza di alcuni anni più grande di me che non ho visto più, ma che non dimenticherò mai.
Quei giorni passati per mare cambiarono radicalmente la mia vita.
Da allora capii che la mia grande passione era la vela, uno strumento a fiato che si amalgamava splendidamente con il mare. Un connubio perfetto: mare, vela, vento e libertà. Tutto questo la mia Lei non lo ha mai vissuto, da qui forse la sua terribile angoscia. Angoscia che lentamente, dopo venti anni passati insieme, va pian piano via, ma poi ritorna, facendo perdere molte volte quel che invece Lei dovrebbe apprezzare quando si è soli come un puntino in mezzo al mare.
Sono le 18,30. Cielo velato e vento da nord-ovest,forza 4. Calo ancora qualche metro di catena per la notte. Cenetta sulla barca accanto e chitarra.
19 agosto, ore 7,30 - Si torna verso casa. Facce stanche e abbronzate, capelli sbiaditi e cresciuti, mani callose, visi tristi in attesa di un ritorno senza certezze.
Silenzio dal pozzetto di comando. Siamo da circa 23 giorni in barca e a me sembra di aver appena iniziato.

Troppo, troppo diversi gli altri. Ma il diverso sono io e non loro. Un diverso egoista e felice. Vento da nord-est, 25 nodi, ormai è così da tre giorni e non molla. Aspetto il nord-ovet da qualche tempo, ma non vuole arrivare. Abbiamo atteso in rada due giorni prima di partire, ma niente cambiamento. Il vento soffia fisso da nord-est.
La rotta è di bolina, una navigazione lunga e impegnativa. Più di 260 miglia con piccoli aiuti da parte dei figli. Torno indietro? Mi dirigo a porto Corallo e passo ancora una notte in Sardegna? I miei figli sono stanchi, la mia Lei rimarrebbe ancora per farmi felice e un po' teme la navigazione, ma sarebbe ben felice di tornare verso casa, il suo rifugio.
Continuo a navigare di bolina, ma perdo angolo e velocità e allungo la rotta. Lei viene frustata dal vento con violenza, giù è tutto a terra, ma bisogna bulinare. Tender stivato tutto legato, la prua è libera, il sole sorge con forza sul mio viso teso e le onde spazzano la tuga. Il timone automatico non c'è la fa. Perde la rotta e mi tocca stare a timone. Dai, amica mia, portami dolcemente verso casa. Non per me, che non vorrei mai tornare, ma per loro. Hai visto? Sono stanchi, ma non facciamoli spaventare, io ti aiuto, ma non frustare così sulle onde. Dai, ti carico un po' di paterazzo e smagrisco il fiocco, fammi aprire la balumina, porto indietro il carrello del fiocco, base randa cazzata a palla e trasto randa sotto vento. Come ti senti ora? Va meglio? Siiii, vai meglio. Stiamo anche recuperando qualche nodo. Secondo previsione alle 15,30 dovrebbe girare il vento a ovest-nord-ovest. Rimarrà ancora onda, ma la navigazione sarà fantastica.

E' sempre vento di bolina, mai al traverso o al giardinetto, quella bella andatura che bacia le poppe della barche dove gli antichi navigatori, essendo una zona molto protetta, ci facevano crescere il loro orto.
Il tempo migliora leggermente e porta qualche sorriso, che esce dal tambugio, e minori mal di mare. Il mal di mare è un malore bruttissimo perché porta sconforto, paura, senso di angoscia e solitudine, contagiando anche quelli che lo non soffrono.
E' una negatività dello stare in barca.
Anche portare gli occhiali da vista in barca diventa una piccola negatività e schiavitù. Sono sempre pieni di sale e con milioni di goccioline non ti fanno veder chiaro e ti rendono l'animo scuro ed appannato come la tua vista. Parlando di negatività, c'è anche il sole che batte in poppa e ti riscalda, come in un micro-onde, la testa e le orecchie che si sfogliano come cipolle.
Finalmente vento da nord-ovest, 15 nodi. E'l'alba. Però sarebbe dovuto arrivare prima. Comunque niente male.
Isso jennaker e la barca vola ad oltre 9 nodi. E' bellissimo, non voglio tornare ...