Indice
- Numero 28 - Marzo 2007
- L'Editoriale - Marzo e il marinaio
- Navigare necesse est. Su internet
- Il Garbì soffia a Valencia
- Pescatori a Montecristo
- L'uomo che si imbarcò a Marsiglia e divenne lo scrittore del mare
- L'isola di Stevenson
- La vita felice di Jorge e Maria del Carmen nell'isola di Ons
- C'è un vuoto quest'anno sulla terrazza di Gradola
- Ponza in terra d'Africa
- Gli agricoltori del mare delle isole Kerkennah
- Un viaggio originale da Aversa a Capri
- Il guardiano del faro
- Massalubrense sospesa tra passato e presente
- Ricchezze e miseria di Caracas
- Un mondo tutto blu
- Quel santuario all'Elba che Napoleone raggiungeva a cavallo
- Difendiamo la Terra per non finire su un cammello
- Il reporter dell'Isola
Difendiamo la Terra per non finire su un cammello
- di Alessandro Cecchi Paone
La salvezza del pianeta è iniziata in Svezia.
Dal petrolio alle energie rinnovabili.
L'interessante esperienza di Woking, cittadina britannica del Surrey.
La salvezza del nostro pianeta parte dalla Svezia. Alcuni mesi fa, la nazione scandinava ha annunciato che diventerà la prima economia del mondo a liberarsi dal petrolio e a sostituirlo con le energie rinnovabili.
In pratica, entro il 2020, in tutto il paese non ci sarà più una sola casa o una sola automobile ad aver bisogno dell'oro nero. Visto che, come dimostra la loro economia, quando gli svedesi ci si mettono, fanno sul serio, è probabile che il traguardo sarà raggiunto.
E l'Italia? E il resto del mondo? Speriamo non stiano a guardare, ma condividano al più presto lo stesso progetto.
Le ragioni che dovrebbero spingerci a dire addio al greggio sono diverse.
Tanto per cominciare, il petrolio non è inesauribile. Presto si raggiungerà il picco massimo di produzione, dopodiché questa comincerà a diminuire e i prezzi saliranno, con gravi conseguenze a livello economico e geopolitico. Non si sa di preciso quando succederà, i pronostici sono diversi, comunque i più insigni geologi sostengono che è questione di pochi anni. Alcuni affermano che si potrebbero scoprire nuovi giacimenti, ma la situazione non è affatto così: perché il petrolio si sviluppi, sono necessarie condizioni geologiche particolari, presenti solo in pochissimi punti del pianeta, la maggior parte dei quali già individuati.
Se anche fosse inesauribile, ci sarebbe un altro, ancora più importante motivo, per farne a meno: la combustione dei prodotti ricavati dal petrolio va a incrementare l'effetto serra, con danni gravissimi per il nostro pianeta. Con l'innalzamento della temperatura globale, le calotte polari e i ghiacciai si sciolgono, il livello del mare sale, aumentano frane e smottamenti; alcune zone della Terra vengono colpite dalle tempeste e altre dalla siccità.
Le conseguenze del riscaldamento globale sono anche economiche: di recente, Nicholas Stern, consigliere economico di Tony Blair, ha scritto un lunghissimo rapporto su questo problema, lanciando un allarme: ci stiamo avviando verso una catastrofe climatica e, se non interverremo, ci ritroveremo in una crisi economica simile a quella del 1929.
Per non parlare dei costi del petrolio. Oggi un barile di greggio costa circa 58 dollari. Ma ben più alto di queste decine di bigliettoni verdi è il suo prezzo. Pensate a quante guerre nel mondo si sono combattute nel Novecento e si combattono ancora oggi per accaparrarselo. Guerre che spesso vengono giustificate in modo ipocrita, dicendo che servono per esportare la democrazia. In realtà si concentrano solo in zone dove ci sono interessanti giacimenti, vedi il Medio Oriente. Città rase al suolo, migliaia di morti e di feriti in nome del dio degli idrocarburi.
A questo si aggiunga il costo sanitario dell'oro nero. Nel senso che ogni anno milioni di persone si ammalano per l'inquinamento. Molte muoiono. Ma a parte le associazioni ambientaliste e qualche studioso, che cercano di far sentire la loro voce, nessuno fa niente.
E invece qualcosa si può fare, come dimostrano i nostri amici svedesi. Jeremy Leggett, famoso geologo, nel suo recentissimo libro "Fine corsa" (Einaudi), spiega bene come si può uscire dalla schiavitù del petrolio, rifugiandosi nelle energie rinnovabili.
Prendiamo l'energia solare, per esempio: «Ricoprendo di pannelli solari una porzione del deserto del Sahara pari a seicento chilometri quadrati, si produrrebbe la stessa quantità di energia elettrica complessivamente generata dall'insieme di tutte le centrali esistenti nel mondo ».
Ma si potrebbe sfruttare pure l'energia eolica, quella marina, le biomasse, i biocombustibili, l'energia idraulica.
Anche nel settore dei trasporti, si potrebbero utilizzare carburanti prodotti con sostanze vegetali. Non è fantascienza, è già stato fatto, si tratta solo di estendere la scoperta su larga scala. Per non parlare dell'idrogeno, mezzo utilissimo per immagazzinare energia, sul quale si dovrebbe puntare, visto che è possibile estrarlo senza alcuna emissione di gas serra.
Leggett cita un caso interessante, quello di Woking, una cittadina britannica di ottantamila abitanti, nel Surrey, dove, a partire dal 1990, c'è stato un taglio delle emissioni di anidride carbonica del 77 per cento. Come è stato possibile? Migliorando l'efficienza energetica e puntando molto sulle energie rinnovabili.
Anche se la rete elettrica nazionale smettesse di funzionare, la popolazione avrebbe luce e riscaldamento.
Woking è la dimostrazione che ci si può liberare dal petrolio. Basta volerlo.
Nell'attesa che chi ha potere prenda le decisioni giuste, non sediamoci ad aspettare. Facciamo sentire la nostra voce, scriviamo ai giornali e alle aziende, sosteniamo le campagne ambientaliste, non sprechiamo l'energia, combattiamo dalla parte della Terra.
Gli arabi hanno un detto: «Mio padre aveva un cammello, io guido un'automobile, mio figlio pilota un jet, suo figlio avrà un cammello». Se non faremo qualcosa, nell'ipotesi più rosea, ci ritroveremo tutti in groppa a un cammello.

