Indice
- Numero 14 - Marzo 2005
- L'Editoriale - Sotto il segno dei pesci
- Le isole dei bambini
- Le 12 sindromi capresi
- Le serate del barone Krupp nella trattoria di Costantina
- Quell'angelo biondo della Colombaia che divenne demonio
- Da Mergellina a Mykonos su un sloop di 9 metri
- Piccola Roccia che va per mare
- Diario di bordo veleggiando tra Ischia, Ponza e Ventotene
- La leggenda di Alessandro
- Quando l'isola diventa una spugna
- Ho visto un Re
- Il gossip inventato della Regina Giovanna nuda nel mare di Sorrento
- L'architetto che porta al mare della Versilia
- Fuga nella prigione di Napoleone fra cielo e mare
- Il viaggio dell'italiano che scoprì un affluente del Rio delle Amazzoni
- C'è un'isola in fondo al viale che aspetta il ritorno di Eleonora
- La donna di Panarea coi capelli corvini
- Il pittore che vuole fuggire da Capri
- Ilde Naro
- Quando a Capri si andava in vaporetto
- Castellammare al tempo della dolce vita
- Il reporter dell'Isola
Fuga nella prigione di Napoleone fra cielo e mare
- di Clara Caroli
Le emozioni dello scrittore Ernesto Ferrero che da ventinove anni lascia Torino e passa le estati all'Elba.
I trecento giorni dell'esilio dell'imperatore.
Come è nato il romanzo "N."
La parte più suggestiva dell'isola è quella montuosa e collinare a ovest con le rocce, i boschi, i limoni.
Che cos'è un'isola? L'avventura, il sogno, la fantasia, l'utopia.
Lo scrittore racconta.
La geografia letteraria di Ernesto Ferrero ha la forma di un'isola. Lo scrittore abita a Torino, in una casa rosa affacciata sul Po che, per una coincidenza romanzesca, si trova accanto a quella dove visse Emilio Salgari.
Ferrero è un intellettuale dalle radici che affondano profondamente nella sua città. E' stato navigatore di lungo corso alla casa editrice Einaudi, quella di Pavese, di Fenoglio, di Primo Levi. E' stato direttore della Fiera del libro di Torino. Tutto lo lega ai suoi luoghi.
Eppure l'immaginazione lo ha portato e lo porta lontano. E la sua mente crea idee, concetti e metafore come arcipelaghi. Nel 2000 vince il Premio Strega, il riconoscimento più prestigioso dell'editoria italiana, con un romanzo storico e filosofico, "N.", che ricostruisce i trecento giorni dell'esilio di Napoleone all'Elba.
E così quell'isola, che l'autore ama e frequenta da trent'anni, diventa il luogo dove si incontrano privato e letterario, dove sfumano i confini tra realtà e immaginazione.
"Ho imparato ad amarla come una patria - spiega Ferrero. -. Fuggivo dallo scempio della Liguria di mia madre, devastata da un'edilizia scandalosa. Sono arrivato per la prima volta all'Elba nel 1961, ci passo regolarmente le estati dal 1976. La trovo ogni volta più bella. Ho guardato e fotografato i suoi paesaggi mille volte. Continuano a darmi l'emozione che danno la grande arte, la grande musica, la grande letteratura. Amo soprattutto l'Elba occidentale, montuosa e collinare, da Procchio a Marciana, a Sant'Andrea, a Pomonte. L'Elba delle rocce, dei boschi, dei castagni, dei limoni".
Squarci di luce, colori e profumi mediterranei, ma anche echi della Storia. Ernesto Ferrero ha trovato all'Isola d'Elba uno spazio privilegiato e una fonte d'ispirazione.
"All'inizio degli anni '90 ho visto a Portoferraio una mostra dei libri che Napoleone si era portato dietro - racconta. - La cosa mi ha stupito. Dunque un generale può anche essere un forte lettore? Si può capire un uomo, un uomo come N. poi, dai libri che legge? Di lì è partita l'idea di far raccontare i trecento giorni dell'esilio da un elbano che fosse anche un appassionato bibliofilo, un bibliotecario, anche se nella realtà storica Napoleone all'Elba non lo aveva".
Quello di isola può essere un concetto vasto e profondo, che supera la geografia e si estende alla letteratura, alla filosofia, all'animo umano. Certamente lo è per Ferrero, cacciatore di metafore.
"L'isola continua ad essere il luogo deputato dell'avventura, del sogno, della fantasia, dell'utopia - dice. - E il rifugio momentaneo della smemoratezza, struggente nella consapevolezza della sua forzata brevità. Ma l'isola è anzitutto la famiglia, il luogo ristretto dal quale dobbiamo uscire per crescere, per prenderne le misure; la sua mappatura può dirsi davvero completa soltanto se possiamo compiere le nostre rilevazioni all'esterno. Occorre circumnavigarla, vederla nella distanza. L'isola ci dà al tempo stesso il senso del limite e la necessità di superarlo".
E dunque è un esilio ma anche una possibilità esistenziale...
"Certo. L'isola è la gabbia che ci serve per misurare le nostre capacità, per superare il limite che gli altri ci hanno imposto o che ci siamo dati noi stessi. Coltivare dentro di sé il senso di quel limite significa darsi un metodo rigoroso, perché non può darsi vera creatività senza disciplina interiore. Napoleone è capace di ragionare in grande perché ha esplorato e interiorizzato l'hortus conclusus di una piccola economia domestica che non andava oltre i confini dei magri poderi paterni: un po' di vigne, qualche capra, qualche bosco di castagni. Introiettando l'isola dentro di sé, N. ha scoperto i percorsi per venirne fuori".
E chissà a che cosa pensava Napoleone, con lo sguardo all'orizzonte, in quei trecento giorni all'Elba.
"Pensava a come uscirne. Pensava a parare i colpi dei suoi nemici, che già progettavano di portarlo altrove, si parlava delle Azzorre. Pensava a tornare in patria. Aveva la testa di un giocatore di scacchi, di un computer. Non si faceva attardare da sentimenti improduttivi. Guardava in là, costruiva il suo futuro con determinazione, da bravo artigiano".
L'isola è anche sogno. Quello di Ferrero è di mollare tutto e starsene all'Elba tutto l'anno.
"Ma so bene - ammette - che è un sogno pericoloso. Isolamento significa implosione, regressione, anche se ogni attività creativa richiede concentrazione e silenzio, che si possono trovare anche in città".
L'isola è utopia.
"Quando Tommaso Moro vuole progettare una società perfetta, la iscrive nel perimetro dell'isola di Utopia: le assegna un limite, cioè una misura padroneggiabile dalla mente. L'isola di Utopia è un non-luogo che comprende tutti i luoghi possibili, la mèta inesistente verso cui dobbiamo dirigere tutte le nostre navigazioni".
L'isola è soprattutto una possibilità.
"E' la consapevolezza di una forte identità che non deve rinchiudersi in se stessa, implodendo nella separatezza - conclude Ferrero - ma mettersi al servizio della vita di relazione, del rapporto con gli altri. L'isola presuppone una arcipelago. Il nostro vero sogno dovrebbe essere la costruzione di un grande arcipelago in cui c'è posto per tutti. Ma probabilmente non siamo ancora pronti per questo".

