Indice
- Numero 57 - Aprile 2011
- L'Editoriale - Pagine di mare
- La Cina è più bella e vicina
- Una sosta romantica al bar di Kalavarda
- Quando i cervi divennero delfini
- Quando a Capri arrivò la "Naiade"
- Te voglio bene assaje, il mistero di una canzone
- Ginostra, la solitaria fra rocce e ginestre
- Memorie e nostalgia di un maestro d'ascia
- Le case-barca della tribù Toraja
- In volo da Francoforte alla Fiera di Orlando
- Mamma li turchi!
- Quelle estati magiche sull'isola di Vulcano
- A bordo dell'Araldo con Georges Simenon
- Gli amanti perduti delle isole Aran
- Due secoli di navigazione nel golfo di Napoli
- Le Eolie e l'Argentina
- Il reporter dell'Isola
Ginostra, la solitaria fra rocce e ginestre
- di Maria Rispoli
Ventisette abitanti, nove asinelli, un bazar, l'ufficio postale, una manciata di telefoni pubblici e, d'estate, due ristoranti. È l'incanto del minuscolo villaggio di Stromboli, un'isola nell'isola, dove si giunge solo via mare entrando nel porto più piccolo del mondo. Il vulcano è "iddu", lui, centosessantamila anni di vita, di esplosioni, lapilli, blocchi incandescenti e cenere. Borbotta, chiacchiera, rimbomba, sbotta.
L'energia del mondo esplode in zampate violente e si riversa sulla tela della Sciara del Fuoco.
Sabbia nera come la notte. Si appiccica alla pelle. Si attacca ai ricordi. Granelli sottilissimi, colpiti dal sole cocente. Granelli luccicanti, levigati dal vento che profuma di salsedine e di libertà. Granelli di bistro, corteggiati dalla riva vestita di cobalto. Quella sabbia nerissima è la forza della terra. Sono briciole di fuoco. Attrazione magnetica, timore ancestrale.
Quella sabbia nerissima è il colore intenso che ricopre il respiro di Stromboli. Donna scontrosa, selvaggia, ribelle ed imprevedibile.
La più settentrionale delle sette sorelle eoliane fa le bizze. Sbuffa e lascia che chi la guarda si invaghisca perdutamente di lei.
Stromboli è l'ebano di un profilo disegnato dai secoli e il candore abbacinante delle casette. Pennellate di calce tra il blu pastello delle porte e delle finestre. Stradine larghe quanto un fazzoletto e ali di gabbiani sul riposo delle reti. Balconcini traboccanti di piante e l'odore dei supplì fumanti tra i vicoletti in salita. Acque caldissime e rinfrescanti granite alla mandorla.
Stromboli è l'approdo di Scari con i suoi ciottoli di cioccolato ed il borbottio dei marinai. Florida pesca e stentata agricoltura. Totani e malvasia. Calette di pietra lavica, deliziosi anfratti di memorie cinematografiche. Stromboli è la natura che a volte ti aiuta e a volte ti gira le spalle. È la testardaggine di chi abita la "trottola" sulla quale è nato e che spinge a vincerne le asperità per non mollare le ancore. Sono i duecento scalini che conducono al faro della Marina che da Strombolicchio guida i naviganti.
È la faccia da pirata e il cuore di artista di Mario Cusolito. Capelli ribelli e bianchissimi. Irrinunciabile barba lunga e pelle di sole per l'ormeggiatore più famoso dell'isola, uomo di mare con la passione per la pittura.
Stromboli è la straordinaria conclusione di un avventuroso viaggio al centro della terra da parte di un professore di Edimburgo e di suo nipote Axel, narrato dalla penna di Jules Verne. Ma, sopra ogni altra cosa, Stromboli è Iddu.
160.000 anni di vita per un vulcano che non smette di far sentire la sua voce. Esplosioni, lapilli, blocchi incandescenti e ceneri.
Inquietudine ed identità popolare.
Nell'aria brandelli di lava. Negli occhi saraceni degli uomini l'istinto dei capitani. Agli albori della sua storia Stromboli percorre gli anni come colonia agricola di Lipari. All'epoca era abitata solo nel periodo della semina e del raccolto. Poi, lo sviluppo. Giocando con il suo essere tappa obbligata per quanti attraversavano il Tirreno, l'isola impara a sfruttare le proprie risorse naturali ed umane.
Nell'800 la dimora di Eolo arriva a contare una flotta di oltre sessanta velieri che solcano il Mediterraneo collegando la Sicilia a Napoli. La creazione delle navi a vapore e l'inaugurazione del collegamento ferroviario tra la città borbonica e Reggio Calabria, però, ne mettono in crisi l'economia.
Nel 1930 l'isola assiste indifesa alle violente intemperanze del suo gigante nero. Enormi infiltrazioni d'acqua marina all'interno del camino stromboliano causano feroci esplosioni di scorie e bombe infuocate. Le colate arrivano a sfiorare per soli venti metri la località di Piscità. La popolazione fugge. Si rincorre la speranza di un futuro diverso in Nuova Zelanda, Australia e Argentina.
Oggi, i circa quattrocento abitanti di Stromboli si dividono tra il borgo di San Vincenzo e quello di Ficogrande, tra la contrada di Piscità e il porto di Scari. A sud ovest una ripida salita conduce a Ginostra. Un minuscolo villaggio fatto di mare, tranquillità e sguardo nell'infinito. 27 abitanti e 9 asinelli per quella che iene definita un'isola nell'isola.
Ginostra è raggiungibile solo via mare attraverso il porto più piccolo al mondo. Sino a pochi anni fa si sbarcava con il rollo, romanticissima lancia a motore che traghettava dalle navi persone e viveri aspettando l'onda giusta per infilarsi nel ridottissimo attracco.
Una lunga scalinata conduce alla piazzetta. Due sole strade dividono il paese. Una porta alla chiesa e al Timpone del Fuoco, dove di notte le eruzioni sono inimmaginabile emozione per chi guarda.
Lungo la stradina che porta a Punta Lazzaro la brulla Ginostra accoglie un'edicola bianca sormontata da una croce di legno, antica tappa della Via Crucis un tempo celebrata all'aperto durante il periodo quaresimale. Tra le rocce e le nuvole di ginestra il paesino stromboliano un po' si accoccola un po' si nasconde.
Non cerca obiettivi né prime pagine.
Vive delle sue radici e della solitudine gelosamente preservata.
È il vento sul viso e il rumore degli zoccoli dei muli che fanno da taxi lungo i sentieri che appartengono solo alla natura. Muretti a secco e colonne bianche.
Volo di uccelli e bisuoli di pietra.
Case di latte con grandi terrazze e lunghe verande per dolcissimi tramonti sulle isole. Cubi di zucchero dove respirare l'odore del silenzio.
Le abitazioni hanno conquistato da pochissimo tempo energia elettrica e acqua corrente. Ma strade e viottoli la sera continuano ad affidarsi all'incanto della luna. L'occhio spazia tra canaloni di roccia e insenature vulcaniche. Le rughe degli ulivi e la gioia di qualche bouganville. L'ispido viso dei fichi d'India e nobili fronde di alloro. Al calar del sole la luce amica di una lampada a petrolio accarezza sentieri e vecchie mulattiere. Ginostra è spilli di rosmarino e legni ormeggiati al Pertuso. Chicchi di melograno e scogli per vivere il blu. Un bazar, un Ufficio postale, una manciata di telefoni pubblici e, d'estate, due ristoranti. Un solo negozio di generi alimentari.
La gente attende il proprio turno in piazzetta chiacchierando tutti insieme come parte di una grande famiglia. Non ci sono bancomat. Non ci sono carte di credito. Ginostra è un meraviglioso anfiteatro per guardarsi intorno.
È un preziosissimo eremo per guardarsi dentro.
La piccola chiesa di San Vincenzo si aggrappa al suo paesino e ai suoi fedeli. Nel 1940 le offerte degli emigranti ginostresi ne avevano salvato il decoro. Oggi, crepe e degrado. La noncuranza e l'insensibilità di chi governa offendono quotidianamente il simbolo della memoria collettiva del villaggio. La gente di Ginostra respira e cattura la forza del mare. Fatica ed orgoglio scandiscono giornate dannatamente belle e tremendamente difficili.
Nella piazzetta del villaggio un monumento ricorda gli abitanti caduti durante la prima guerra mondiale. Pochi nomi per un piccolo paese dal cuore enorme.
Finalmente, cala la sera. Iddu sembra dormire tranquillo. Un leggero pennacchio gli copre la testa. La nostra barca si adagia tra le increspature del sale. Un bicchierino di malvasia e qualche sesamino. L'attesa si mescola ad una spasmodica curiosità. Il mare si fa complice. Tutto sembra annullarsi. C'è solo lui: il vulcano.
L'anima dell'isola che, simpatica e prepotente, cattura da sempre tutti gli applausi.
Una nube di grigio. Un falso allarme. Il sole si nasconde quasi del tutto. Sulla pelle il sapore di una giornata d'azzurro e d'incanto. Iddu si fa attendere. Una timida goccia di luna ci illumina il viso. Poi, un colpo di tosse. Una fontana di fuoco colora il cielo e scende giù a bagnare le labbra del cratere. Il battito percorre la roccia. Incandescente e pauroso, affascinante e primordiale. Brucia, lascia il segno. È inarrestabile. L'energia del mondo si riversa sulla tela della Sciara del Fuoco. Il manto di sabbia che ricopre la costa è pelle d'Africa graffiata dal magma. Zampate violente fatte di vita e di distruzione. Un pizzico di brivido ma lo sguardo è fisso lungo la luce che nasce dal centro della terra. Rosso e nero. Fuoco e polvere. La paura si scioglie nella voglia di avvicinarsi sempre di più. Una strana alchimia, un'inspiegabile magia.
La colata prosegue la sua discesa verso il mare tra folate di cenere. Il vulcano chiacchiera, sbotta. E noi ascoltiamo rapiti i suoi bellicosi discorsi. Quando l'azzurro di Stromboli brinda con il fuoco, eburnee volute di vapore imbiancano lo sguardo. La barca riprende la navigazione per far rientro a Lipari. Ci sistemiamo a poppa per catturare ancora per un po' l'adrenalinica scossa di energia che Iddu regala. Gli occhi non si stancano di cercare rive di fuoco. Il palco brunito della costa nord orientale dell'isola pian piano si allontana. La spinta delle eliche frulla schiuma di sale. Ciuffi di meduse come inaspettate abatjour illuminano le acque eoliane nell'ora che le vuole specchio di Diana. Le stelle ci cadono addosso come polvere di sogno. La Sciara del Fuoco ci è ormai entrata nel cuore.

