Ho visto la fine del mondo

- di Adriano Cisternino

Reportage da Ushuaia, nella Terra del Fuoco, la città più meridionale del pianeta.
La colonia penale dove finirono Carlos Gardel e il "Nano orecchiuto" trasformata in Museo Marittimo. Il ricordo dell'impresa del gruppo di emigranti italiani condotti dall'imprenditore bolognese Carlo Borsari che fondò una città dal nulla.

Ad emigrare fu una comunità autosufficiente con muratori, elettricisti, falegnami, un medico e un prete. Il boom turistico degli ultimi anni. Lo spettacolo del canale di Beagle con i grandi scogli abitati da cormorani e albatri e il "balletto" dei leoni marini.
La minicrociera per Capo Horn.

Ushuaia, nella Terra del Fuoco, estremo sud dell'Argentina, è la città più meridionale del mondo, la porta dell'Antartide. Se un giorno decidete di arrivarci (non ci si passa, né ci si arriva per caso: è una scelta precisa), non perdetevi una visita al Museo Marittimo situato nei locali dell'ex-colonia penale, un carcere costruito alla fine dell'800 dagli stessi detenuti e destinato ad ergastolani o condannati a pene molto lunghe, ma utilizzato anche in tempi più recenti dal governo argentino per spedirvi i detenuti politici e tenerli il più lontano possibile da Buenos Aires (oltre 3000 chilometri) e quindi difficilmente raggiungibili anche dagli stessi parenti.
Dal corpo centrale a forma poligonale partono a raggiera sei bracci a due piani. Lungo i corridoi sono allineate le celle, rigorosamente individuali, due metri per due. Ciascun braccio ospita adesso un settore del museo, a tema. Tra gli ospiti più famosi del bagno penale pare vi abbia soggiornato anche Carlos Gardel, il celebre tanghista che è una specie di Enrico Caruso argentino (anche se era nato in Francia) e che ebbe una vita un po' tumultuosa. Si racconta che, per sfuggire alla polizia, Gardel cambiasse spesso nome.
Una cella è dedicata al "Nano orecchiuto", al secolo Cayetano Santos Godino, un ragazzo dalle grandi orecchie a sventola ai lati di una testa piccola e tonda come si può vedere dalle numerose foto in vendita anche allo shop del museo. Il "Nano orecchiuto" cominciò la sua carriera di incorreggibile assassino all'età di otto anni, quando ammazzò una coetanea compagna di giochi piantandole un chiodo in testa.
E c'è anche un po' d'Italia, ma in un braccio di ben diverso argomento. Una cella ricorda infatti la storia di un imprenditore bolognese, Carlo Borsari, che nel settembre del 1948, nei difficili tempi post-bellici italiani, organizzò una comunità di emigranti - circa un migliaio di persone fra cui molti emiliani, ma anche friulani, veneti, abruzzesi - e la imbarcò su una nave per trasferirla in blocco nella Terra del Fuoco, proprio nell'estremo sud del mondo, dove d'accordo col governo argentino si era assunto l'onere di fondare una città laddove c'era solo il carcere e poche case per lo più abitate dalle famiglie dei carcerieri.
Fu una vera e propria sfida ad una natura aspra e spesso inospitale dove, con l'Antartide dietro l'angolo, vento e freddo lasciano poco spazio al calore del sole anche durante la stagione geograficamente definita estate, dove tuttora d'inverno, quando la luce del giorno si riduce a poche ore e neve e ghiaccio avvolgono tutto paralizzando ogni attività, chi può torna al nord più mite e chi non può va praticamente in letargo insieme alla natura.
Qui si trasferì nel dopoguerra la comunità Borsari sotto la spinta di uno spirito di iniziativa che affondava le sue radici nel bisogno di trovare risorse e magari un po' di fortuna a costo di qualsiasi sacrificio. Era una comunità pressoché autosufficiente, c'erano muratori, elettricisti, falegnami. Erano contemplate insomma tutte le esigenze, compresa l'assistenza sanitaria di un medico e quella spirituale di un prete.
L'iniziativa fece scalpore già alla partenza dall'Italia. Nella cella del museo infatti sono conservati ritagli del "Corriere della Sera" e del "Resto del Carlino" dell'epoca che illustravano l'impresa esaltandone l'audacia, ma anche i rischi. Un anno dopo il "Corsera" mandò addirittura un inviato in Terra del Fuoco per verificare se e come questo esercito di coraggiosi emigranti fosse riuscito ad organizzarsi in un posto simile. L'ampio articolo del giornalista verificò che l'idea di Borsari si era rivelata vincente e che ancora una volta lo spirito di iniziativa, di sacrificio e il coraggio imprenditoriale degli italiani avevano trionfato sulle difficoltà climatiche, ambientali, di distanza e di comunicazione che l'impresa stessa presentava.
Lettere ingiallite dal tempo scritte con incerte grafie testimoniano la gratitudine di alcuni di questi emigranti verso il tenace imprenditore bolognese per averli aiutati a risolvere i loro problemi di sopravvivenza in maniera soddisfacente, seppure a prezzo di enormi sacrifici per le inevitabili difficoltà incontrate in un luogo dove bisognava cominciare praticamente da zero.
Insegne di negozi con nomi chiaramente italiani sono tuttora una traccia concreta delle numerose radici italiane di Ushuaia. Un'altra significativa testimonianza la si incontra sul porticciolo turistico della cittadina patagonica, dove su una piccola stele c'è una targa di qualche anno fa che esprime con poche, semplici parole la gratitudine dell'Ente Friuli nel mondo al Comune di Ushuaia per la squisita accoglienza ed ospitalità offerta in passato ai nostri emigranti del nord-est arrivati laggiù in cerca di fortuna.
Questa cittadina di qualche decina di migliaia di abitanti, degradante sul mare e circondata da montagne perennemente imbiancate, questa capitale mondiale del freddo conserva insomma una consistente traccia di italianità che si inserisce con efficacia nel variopinto panorama di etnie che hanno contribuito col tempo a far crescere e sviluppare una località ai confini del mondo.
Oggi Ushuaia è uno dei siti turisticamente più accattivanti dell'Argentina. Lo slogan "Fin del Mundo" funziona, richiama gente, soprattutto nel periodo della loro estate, cioè intorno al nostro periodo natalizio, l'unico in cui il clima risulta abbastanza accettabile per le nostre abitudini. L'industria del turismo è decollata bene negli ultimi anni, nonostante le distanze. Dopo l'11 settembre tutta l'Argentina ha registrato un sensibile incremento del suo movimento turistico proveniente sia dal Nordamerica che dall'Europa e l'onda di questo movimento si è propagata fino all'estremo sud per le sue attrattive totalmente diverse dal resto del paese.
Al di là degli storici ricordi del suo museo più grande (ce ne sono anche altri minori), Ushuaia offre al turista una serie di attrattive che non possono non sedurre soprattutto chi ama la natura. Una gita sul canale di Beagle (tanto caro a Darwin) con i suoi scoglioni perennemente abitati da cormorani, albatri, da leoni marini che improvvisano incredibili balletti acquatici intorno al battello dei turisti, propone spettacoli unici per la delizia di telecamere e fotocamere digitali. Senza trascurare i parchi naturali, dove all'imbrunire si possono fotografare i castori e le "estancie", antiche fattorie a qualche ora di taxi dove si conservano intatte strutture ed abitudini di un secolo fa. Se vi interessa anche una mini-crociera a Capo Horn non avete che da prenotarla.
Quanto ai costi, si sa che in Argentina la vita non è cara. Chi non sa rinunciare alla buona tavola poi non ha di che preoccuparsi. E' superfluo ricordare che la carne argentina non teme confronti.
Ma ad Ushuaia è imperdibile un assaggio del "cordero fuegino", ovvero l'agnello della zona che si può cominciare ad ammirare visivamente già dalle prime ore del mattino, passeggiando per il lungomare di Maipù (la locale via Caracciolo), o la parallela superiore, la frequentatissima San Martin, dove ogni ristorante mette in vetrina la bestia spaccata e aperta in due che comincia a cuocersi lentamente sul fuoco a legna.
La sera è pronto per essere gustato, magari innaffiato con del buon vino cileno.
Chi poi preferisce il pesce, in una città di mare come questa ha solo da scegliere.

Ho visto la fine del mondo