I bambini del vulcano

- di Rosanna Di Giaimo

Il ritrovamento dei tre niños sacrificati al dio Inti dagli Incas.
Scelti tra la nobiltà, dovevano essere belli e in perfetta salute.
Il lungo corteo verso l'offerta sacra, un pellegrinaggio che durava mesi e mesi, nel freddo, sino alla vetta del Llullaillaco, la montagna di fuoco alta quasi settemila metri. I corpi sono ora conservati al Museo archeologico d'alta montagna di Salta, in Argentina.

"Non è un semplice oggetto in mostra. E' un essere umano. Il visitatore può, con rispetto ed in silenzio, scegliere di non guardare" avverte una didascalia posta alla base di una teca all'interno del Museo archeologico di alta montagna a Salta, in Argentina.
E ciò che vedo in quell'interno va direttamente al cuore. E' la "doncella", la "vergine" di circa quindici anni. "Dorme" da secoli, seduta con le gambe piegate e le braccia incrociate sul ventre. Sottili e lunghe trecce nascondono, in parte, il volto dai tratti marcati e sereni. Un mantello, sostenuto da ornamenti d'oro e d'argento, l'avvolge in un ultimo abbraccio. Poco più in là, c'è la niña del rayo, la bambina del fulmine, di circa sei anni: è seduta con le gambe piegate e le braccia posate su di esse. Dopo la sepoltura, un fulmine ha bruciato parte del volto, del collo, delle spalle. Indossa un vestito marrone chiaro stretto in vita da una cintura multicolore, sulle spalle ha uno scialle sostenuto da una spilla d'argento. L'intero corpo è avvolto in un mantello ricamato sul perimetro con colori rosso e giallo. I capelli sono pettinati con due piccole trecce che lasciano libera la fronte ornata da una placca di metallo. I suoi occhi sono chiusi.

Infine c'è il niño, il bambino, di circa sette anni; è seduto su una tunica grigia, con le gambe piegate e il volto in direzione del sole sorgente. Un mantello rosso e marrone copre la testa e parte del corpo. Come tutti gli uomini di rango, ha i capelli corti e, sulla fronte, una piuma bianca sostenuta da fili di lana avvolti intorno alla testa. Porta una cavigliera di lana bianca e un braccialetto d'argento al polso. I suoi pugni sono chiusi. Intorno è rapito silenzio.
Era il 1999 quando una spedizione di ricercatori argentini, statunitensi e peruviani, guidata dall'antropologo Johan Reinhard, ritrovò sulla cima del vulcano Llullaillaco i corpi dei tre bambini, in posizione rannicchiata, perfettamente conservati da quella Pacha Mama (la Madre Terra) perennemente ghiacciata.
La storia, però, ha origini remote, nel tempo e nello spazio. Sedicesimo secolo, nord-ovest dell'Argentina, ultimo lembo a sud dell'Impero Inca e ultimi anni di splendori prima dell'arrivo degli Spagnoli.

L'Inti Raymi, la Festa del dio Sole, è iniziata. Si celebra a Cuzco, nel solstizio d'inverno (24 giugno). Dalle quattro regioni dell'Impero giungono i principali membri delle famiglie nobili, portando doni e indossando ricchi costumi. Anche l'Inca, il sovrano, è vestito con sontuosi abiti cerimoniali ed è circondato da sacerdoti e vergini del Sole: per dieci giorni tutta la città si anima a festa e dappertutto si spande il suono del Tamburo del Tempo a ritmare il grande respiro degli astri. Tra i doni da offrire a Inti, ci sono anche tre bambini: cinque, sei e quindici anni. E' la cerimonia di Capacocha. I sacerdoti tracciano il percorso verso il sacrificio. Lungo è il corteo che accompagna le vittime al luogo sacrificale; la ritualità collettiva impone al singolo la tacita accettazione del proprio destino. E' lungo il cammino, 1500 chilometri. Il pellegrinaggio dura mesi, forse un anno, fra ostacoli naturali e canti e danze. Recinti di pietra attendono da sempre.
E lì, in una fossa, i tre bambini vengono adagiati, vivi, con le offerte a Inti: più di cento oggetti, statuette d'oro, d'argento, vasi e recipienti di ceramica, accompagnano i niños nel cammino verso l'oltre. Fa freddo ma la "chicha", bevanda sacra, inebria e annienta la paura. E poi, sono lì, non per morire, ma per ricongiungersi agli antenati e vegliare dalle alte vette sui villaggi delle valli. 6730 metri sul livello della Mama Cocha (madre mare), in cima al vulcano Llullaillaco, ultimo luogo terreno, transito dall'umano al divino, porta d'accesso alla divinità eterna. Già, perché le montagne sono la naturale sede degli dèi e lì si costruiscono "santuari".

La sacralità degli Incas nasce, infatti, in un teatro naturale fatto di catene montuose gigantesche, fiumi enormi, uno scenario dove gli uomini sono esseri piccolissimi ed il rispetto per la Pacha Mama, diventa venerazione. Il Sole, la Luna, il Tuono e laghi, fiumi, pietre, tutto è huaca, sacro. In questo panteismo naturalistico, i riti religiosi scandiscono i vari momenti dell'esistenza di ogni individuo. Ma chi erano questi bambini ritrovati nel 1999 nel loro sonno eterno? E perché si decise di sacrificarli in un luogo tanto remoto? Scelti tra la nobiltà, coloro che erano destinati a diventare capacochas dovevano essere, secondo il cronista Cristobal de Molina, "belli e in perfetta salute". Tramite il sacrificio di creature così pure, gli Incas ritenevano di offrire alle divinità il tributo più prezioso. Dal canto loro i fanciulli, una volta sacrificati, avrebbero avuto l'onore di entrare nel mondo degli dèi. Sacrifici che si praticavano in determinati momenti dell'anno o in occasione d'avvenimenti particolarmente importanti come un'epidemia, una sconfitta in guerra, la morte del sovrano.
Ci sono circa duecento montagne nelle Ande che custodiscono resti archeologici; quaranta ricadono nel territorio argentino. E per cinque secoli il Llullaillaco, il più alto luogo di sepoltura e uno dei più importanti luoghi di culto, ha mantenuto i segreti di un antico rituale. Ma i suoi niños sono ritornati a valle anche se sono ancora rannicchiati, in posizione primordiale, in viaggio verso l'oltre a custodire segreti irrivelabili.