I cantieri navali, un primato dei Borbone

- di Roberto Bianco

Realizzati a Castellammare di Stabia furono i più grandi del Mediterraneo. Nel 1783 il varo della prima di cinquanta navi. Il passaggio dal legno all'acciaio, dai vascelli a vela e a vapore alle corazzate. La "Caio Duilio" prese il mare nel 1864 sotto il Regno dei Savoia. La distruzione ad opera dei tedeschi nel 1943 e la rinascita.
Il batiscafo "Trieste" nel 1953 rilanciò nel mondo il nome dei cantieri stabiesi che sono stati la culla della
"Amerigo Vespucci", orgoglio della marineria italiana. Una nave-scuola in navigazione da 75 anni. Tre alberi, l'immensa velatura, 300 uomini d'equipaggio.

Pare che prima ci fosse un monastero dei Carmelitani poi un carcere, ma era proprio un posto ideale per costruirvi uno scalo per costruzioni navali. Sorsero così i cantieri di Castellammare di Stabia con una cupa leggenda. Nel 1783 vi fu varata la nave "Minerva". Sulla sua chiglia fu appeso l'ammiraglio Caracciolo, poi gettato in mare, macabra conclusione della restaurazione borbonica del 1799.
Poiché lo scalo di Napoli non era più sufficiente e la Marina borbonica chiedeva sempre più navi da guerra, il ministro dei Borbone, Giovanni Acton, fu incaricato di creare a Castellammare il più grande cantiere navale del Mediterraneo sull'area di un antico cantiere dei vascelli, favorito dalla vicinanza dei boschi del Faito che garantivano la fornitura del legname.
Nel giro di tre anni furono varate tre corvette. Lo scalo si arricchì di uno stabilimento per la produzione di cordame e di una Scuola per ingegneri navali. Fregate, corvette, vascelli uscivano puntualmente dai cantieri stabiesi.
Si sa che, sotto i Borbone, furono varate cinquanta navi, il nerbo della Marina italiana dopo l'Unità, e fu costruito il primo piroscafo a vapore.
Quella dei cantieri stabiesi è una lunga storia di oltre due secoli di lavoro e successi, inframmezzati da crisi e riprese, compresa la distruzione del 1943 ad opera dei tedeschi e l'orgogliosa e coraggiosa ricostruzione col varo della rinascita della nave posacavi "Salernum" e la realizzazione del batiscafo "Trieste" dello scienziato Auguste Piccard nel 1953. Il batiscafo rilanciò nel mondo il nome dei cantieri di Castellammare.

Il porto realizzato dai Borbone era ben difeso dai venti e la manodopera dei cantieri fu di prim'ordine potendo contare su mastri d'ascia, calafatai, bozzellai e falegnami del posto. Paradossalmente, con la nascita del Regno d'Italia, i cantieri stabiesi andarono incontro ad assurde difficoltà create dai politici del Regno che ne discussero l'ubicazione e il ridimensionamento pur rimanendo all'avanguardia delle costruzioni navali. L'acciaio che soppiantò il legno non pose pro blemi perché i lavoratori stabiesi, di grandi capacità tecniche e fortemente legati alla storia dei cantieri, passarono dalla costruzione dei vascelli a vela e a vapore alle corazzate con grande spirito innovativo.
Nel 1864 i cantieri vararono la prima corazzata del nuovo Regno e, sette anni dopo, la prima nave completamente in ferro. Nel 1876 dai cantieri di Castellammare di Stabia, uscì la più grande corazzata del mondo progettata da Benedetto Brin. Era la "Duilio".
Il Regno dei Savoia passò una mano di vernice sulle prue delle navi borboniche cancellandone i vecchi nomi e sostituendoli con quelli "d'attualità". Il "Monarca" diventò "Re Galantuomo" e la "Borbone" divenne "Garibaldi". Si usa sempre così quando cambia il vento. I cantieri di Castellammare rimasero inoperosi durante la prima guerra mondiale. Alla ripresa vararono due navi-scuola, la "Cristoforo Colombo" nel 1928 e l'"Amerigo Vespucci" nel 1931 tutt'ora vanto della marineria italiana.
I preparativi bellici per la seconda guerra mondiale portarono al potenziamento dei cantieri con una forza di lavoro di 3.600 unità. Erano seicento all'epoca borbonica. Sono tornati ad essere 654 oggi. Oggi c'è un scalo lungo più di duecento metri, dotato di quattro gru e di nove carri-ponte, due dei quali da duecento tonnellate. Diciotto navi-traghetto sono stati varati dal 1970 ad oggi.
Il giorno del varo della navescuola "Amerigo Vespucci", 22 febbraio 1931, rimane un giorno indimenticabile. La nave fu realizzata in soli dieci mesi, progettata dall'ingegnere foggiano Francesco Rotundi che firmò altre splendide progettazioni della marineria italiana, l'"Andrea Doria", la "Cristoforo Colombo", la "Caio Duilio".

La "Vespucci" fu costruita sul modello dell'ultima ammiraglia della Real Marina del Regno delle Due Sicilie. Le vele sono ancora di fibra naturale, le cime di materiale vegetale, ogni manovra viene eseguita a mano. Tutto nella tradizione. Tre anni fa è stato sostituito l'albero di trinchetto con uno simile all'originale usurato dopo 75 anni di navigazione. La "Vespucci" apparve nel porto di Castellammare di Stabia per il 75° anniversario del varo. La sua stazza è di oltre mille tonnellate, scafo in acciaio, lunghezza di 83 metri, 101 calcolando il magnifico bompresso. Tre alberi. Quello di maestra raggiunge i 54 metri. L'affascinante velatura, che copre una superficie di 2.800 metri quadri, comprende le vele quadre dei tre alberi, la randa della mezzana, quattro vele di strallo e quattro fiocchi. A vele spiegate, la nave raggiunge la velocità di dieci nodi (19 chilometri). Dotata anche di due motori diesel accoppiati a un motore elettrico, usati raramente. L'equipaggio comprende trecento persone. Gli ordini vengono impartiti alla voce dal comandante tramite il nostromo col fischietto. Il veliero è pitturato a strisce orizzontali bianche e nere alla maniera dei vascelli del XIX secolo. La precisa data del varo si riferiva al 22 febbraio 1522, il giorno della morte del navigatore toscano Amerigo Vespucci.

Lo scalo di Castellammare di Stabia si animò di primo mattino. Il comandante marittimo Oscar Cerio e il direttore del porto ingegner Giannelli controllarono che tutto fosse a posto. Alle 9,30 giunse da Napoli la motonave "Brenta" con cento ospiti di riguardo. Il vescovo di Castellammare, monsignor Ragosta, benedisse la folla che si era radunata per il varo. Fu il colonnello Giannelli a urlare il grido tanto atteso: "In nome di Dio, taglia!". La madrina del varo, Elena Cerio, figlia del comandante, lanciò la bottiglia beneaugurante di spumante e la scure si abbatté sulle corde che immobilizzavano la nave. Un momento che apparve lunghissimo precedette la discesa in acqua del veliero. La "Vespucci" ha girato il mondo, oggetto di ammirazione nei porti di tutti i Paesi. Ambasciatrice dell'arte, delle cultura e dell'ingegneria italiane è stata sempre presente ai più grandi avvenimenti mondiali dall'America's Cup ad Auckland in Nuova Zelanda, ad Atene in occasione delle Olimpiadi del 2004, a Portsmouth per la commemorazione della battaglia di Trafalgar. Nel 2007, durante una sosta nel porto di Napoli, ospitò sul ponte un'orchestra di musica classica per un memorabile concerto notturno.
Si può ritenere la "Vespucci" il gioiello dei cantieri di Castellamare di Stabia. Nel 2000 partecipò alla regata che mise a confronto i velieri ad alti alberi delle Marine militari d'ogni nazione percorrendo diecimila miglia in sei mesi e piazzandosi seconda dietro la "Gorch Fock" tedesca.