I pittori di Capri

- di Annamaria Siena Chianese

L'inventiva e l'eccitazione degli artisti dal tempo in cui l'isola offrì il clima ideale per uno scambio di stimoli e di esperienze ricchi di venti nuovi.
La "breccia" aperta dalla Scuola di Posillipo.
I vedutisti di superficie e i rabdomanti dell'anima caprese infida e struggente. Realismo magico e simbolismo. La guerra è stata il colpo di vento che spense luci e illusioni. Il ricordo di un mondo perduto in una serie di opere, testimoni di una grande energia creativa.

Le testimonianze forse più significative degli artisti che dipinsero Capri appartengono ad un tempo nel quale l'isola, da meta per pochi e spesso stravaganti visitatori, ma quasi esclusa dal Grand Tour verso le Terre del Sole e di quella classicità considerata culla di ogni sapere, si trovò a divenire punto di riferimento dell'avventura estetica che percorreva l'Europa e trovava a Napoli il clima ideale per uno scambio di stimoli e di esperienze ricchi di venti nuovi.

Il passo da Napoli a Capri è breve anche per quei tempi, nonostante le difficoltà di accesso all'isola.
Varcare il golfo luminoso verso la silhouette di addormentata Sirena, sigillo e linea di confine col mare aperto, diventa consuetudine, specie per gli artisti stranieri che vi tornano e, spesso, vi si stabiliscono mettendovi radici. Una letteratura sempre più specialistica presenta intanto al mondo l'isola in tutte le sue forme espressive:ecco la Capri fisica e geologica, contadina e marinara, archeologica e botanica, mondana e tradizionalista; religiosa, addirittura mistica con i suoi sacerdoti e le sue suore fondatrici di conventi; e pagana, trasgressiva, nella sua disinvolta accettazione di scandalose diversità e di esoterici riti.
La curiosità di intellettuali e di spiriti liberi insofferenti della convenzionalità di costumi e di pensieri lambisce l'isola come un'onda amorosa, cercandovi alimento per la creatività e insieme eccitazione e appagamento della fantasia dell'invenzione. Alcuni dei pittori di Capri se ne fermano alla superficie, diffondendone lo stereotipo policromo, ma molti si inoltrano nel percorso iniziatico aperto in buona misura dalla Scuola di Posillipo nell'universo paesaggistico del Sud d'Italia.

La pubblicazione a Parigi, nel 1828, dei Souvenirs du Golphe de Naples del conte Turpin de Crissé fa da spartiacque tra i vedutisti di superficie e i rabdomanti della dolcemente infida e struggente anima dell'isola.
Ed ecco sentieri e scogli, case e marine, rocce e cortili, frammenti di un universo troppo ampio perché ne sia possibile il possesso, membra aggraziate di un organismo che cela la sua totalità per lasciarsi centellinare: non luogo da trascrivere, ma interpretazione poetica di un fuggevole sogno.
Via via che la Capri contadina e marinara si trasforma in luogo turistico, il mercato dell'arte si intensifica: vi è spazio per tutti, e innumerevoli gouache - souvenir portano nel viaggio di ritorno la memoria dell'isola, conquista e scoperta, mentre l'evoluzione stilistica e contenutistica del concetto di paesaggio continua a tentare di diffonderne il respiro segreto.

Il paesaggio di Capri diventa documentario, passa da biglietto da visita a certificato anagrafico di un'identità culturale dove la storia si fa leggenda e la leggenda si è ormai fatta storia.
Le figure che lo abitano ne dichiarano la comune fatica quotidiana per la sopravvivenza, ma le giare tenute erette sulle teste da regina delle donne dell'isola ne testimoniano l'orgogliosa eredità della bellezza mentre gli occhi scuri, pensosi, assorti in un'inconoscibile lontananza, ne attestano la comune malinconia di vivere in un natura troppo trionfante per non divenire ricatto di pericolo o di dolore.
L'isola stessa si fa maestra di stili contraddittori offerta com'è ad ogni indagine, testimonianza di un realismo magico e di un simbolismo che la chiave interpretativa degli artisti cerca di penetrate per affermarne l'insularità, promessa di distacco da ogni continente di partenza o di arrivo.
La fedeltà al dato oggettivo, che appiattisce molta della iconografia del tempo, si tempera in una raffigurazione atemporale scandita dal suono delle campane e dall'ombra delle meridiane in un eterno mezzogiorno assolato dove la menta cedra, il lauro, il limone, il rosmarino esalano la loro anima profumata nel lento batticuore delle grotte solcate dal mare.

Ma Capri è anche l'isola delle inquietudini, delle esperienze straordinarie, delle misteriose vie di una storia millenaria, l'isola dove l'anima oscura dell'imperatore in cerca di una stella che gli cambi il destino ancora vaga col suo astrologo nelle notti senza luna.
L'arte e la letteratura fondono storia e leggenda, com'è giusto e ovvio che accada nelle terre antiche, ma è l'ammaliante splendore dell'isola che continua a sedurre i suoi innamorati fedeli, da Douglas a Munthe, da Mackenzie a Conrad, ad Andersen, a Rilke che scrissero di essa e la elessero a luogo ove meditare progetti e sperimentare stili di vita. Potremmo considerare i pittori che dipinsero Capri sperimentalisti anche di se stessi e della propria capacità di percezione, affinatasi via via a sempre nuove speculazioni interpretative. Forse ne sono prova le serie di Marine Grandi e Piccole e di scalette e di strade che alcuni di essi dipinsero giungendo, spesso per sottrazione di particolari, a quell'essenza fuggevole tanto a lungo cercata. Una classifica dei pittori di Capri non dovrebbe trascurare l'intensità della frequentazione dell'isola da parte di essi. Molti furono, come abbiamo detto, trascrittori del paesaggio, molti rabdomanti e interpreti della sua multiforme anima, tutti accomunati dallo stesso desiderio di bellezza dove si raccoglieva, come in languidi cerchi concentrici, il bisogno di solitudine, di silenzio e di pace e, insieme, l'inquietudine della ricerca che l'humus dell'isola offriva a piene mani.

Non a caso, la critica dell'opera si estendeva alla biografia dell'artista. I pittori di Capri che ne abitarono piccole e rustiche case o splendide ville passate anch'esse alla storia, dettero vita a cenacoli dai quali partivano e si diffondevano affascinanti provocazioni. Essi vissero un tempo nel quale l'innovazione non solo dell'arte, ma della tecnica, della scienza, della letteratura, dei concetti di vita, di storia, di morte esplose in un'energia creativa di sempre diversi orizzonti, in una ricerca appassionata della bellezza e della dolcezza del vivere che sembrò condurre la vita quasi in vista di quella felicità più volte prospettata dalla politica, dalla filosofia e dalla storia dei secoli precedenti.
La guerra fu il colpo di vento che spense luci e illusioni e appiattì a lungo i sogni di gloria su campi diversi da quelli di battaglia. I pittori di quel tempo irripetibile che assunsero Capri quale tema costante della loro ricerca paesaggistica, al di là della provenienza e dell'età anagrafica ed anche del posto che occupano nella critica d'arte, ebbero il merito di consegnare al nostro oggi un mondo quasi del tutto scomparso. Lungo un comune fil rouge, essi ne sono stati testimoni e solo se ci si sente eredi del passato si può valutare il merito di chi ha riposto in noi, sommessamente, la speranza di preservare la memoria e la grazia di un universo perduto.

Edwin Cerio scrive a tale proposito: "Noi non dimentichiamo che i primi fattori della fortuna dell'isola furono gli artisti, i letterati, gli studiosi di ogni paese che la illustrarono con le loro immagini infervorate dal nostro sole e scaldate dalla simpatia per la nostra terra ospitale".
I quadri che qui di seguito citiamo figurano, tra gli altri, nel bel volume 'Pittori e dintorni a Capri', edito dalla Wendalina editrice nel novembre del 2008 a cura di Pier Andrea De Rosa e Giovanni Schettino.
Gli autori mettono in luce come i pittori di Capri siano stati prevalentemente stranieri, nordici catturati dalla luce, dai colori dell'isola e da un ritorno all'innocenza in un mondo già, per loro, scomparso.
Tra gli artisti vissuti a Capri, molti furono gli stravaganti. Coleman a Villa Narcissus, nelle serate celebrative di nuove e vecchie amicizie, e di eccitanti progetti, mostrava le sue scene di vita agreste e paesana solcate da un pulviscolo luminoso o accese da colori che ne temperavano il realismo, inquadrando nell'ambiente isolano le donne abbigliate da antiche romane in una simbolica affermazione di eternità nel nome della storia.

Augusto Lovatti
(1852-1921).
Marina Grande da Largo Fontana.
Presenza fondamentale tra gli artisti di Capri, ha anch'egli un tema nel quale ritorna, Marina Grande, e che nella nostra raccolta figura insieme ad altre interessanti Marine. Le inquadrature si diversificano specialmente per la luce, come se ogni artista volesse fermare il paesaggio ad una sua ora preferita. Nella Marina Grande di Lovatti una sottile malinconia passa trepidante dal mare alla spiaggia e dalle vele alle colline, fino all'incerto profilo dei monti. Quadri, ma anche documenti, le diverse Marina Grande indicano le date dei cambiamenti topografici ed edilizi della spiaggia e della piccola fascia di terra che, da essenziale bagnasciuga, va trasformandosi in villaggio.

Attilio Pratella
(1856-1949).
Marina Grande.
Autore di paesaggi abitati da tutti gli elementi compositivi del paese: case, figure e mare, il mare di Marina Grande, ancora.

Bernard Hay
(1864-1934).
Largo Fontana 1895.
L'obiettivo segue il declino del giorno mentre la luce si attenua all'umbratile arrivo della sera, a Marina Grande.

Antonino Leto
(1844-1913).
Via Lo Palazzo e la Torre campanaria.
Nel 1882 si stabilisce a Capri ed è riconosciuto indiscusso maestro nel suo rapporto col paesaggio del quale pone in luce con brillante cromatismo la pacata spettacolarità, dominando con grande padronanza il raffinato artificio
della prospettiva.

Michail Ogranovitsch
(1878-1945).
Il Castiglione, 1928.
È in Italia nel 1902, si stabilisce e poi si sposa a Capri e intraprende ben presto un rapporto privilegiato col paesaggio dove attraverso delicati contrasti di colore e di luce compone una struggente, solare armonia; le mostre dei suoi quadri figurano anche nelle gallerie napoletane.

Holger Hivitfeld Jerichau
(1961-1900).
La strada da Marina Grande a Capri è colta come sfondo di una figura, una portatrice: entrambe immobili, la strada e la fanciulla in un'osmosi di equilibri di grande impatto emotivo.

Francesco Bergamini
(1851-post 1911).
Tacchini e seduzione a Marina Grande.
Siamo ancora sulla strada di Marina Grande, ma la differenza col quadro di Jerichau è infinita.
Un'agreste Biancaneve fa da guardiana di tacchini sotto l'arco d'ingresso coronato di ciuffi fioriti.
Accanto, una scena di cavalleria rusticana: il cavaliere è una donna, le figure di contorno, aggraziati esemplari del modello isolano nelle sue varietà.

Constantin Hansen
(1804-1880).
Alla fontana di Marucella, 1839.
Un modello perfetto di bambino isolano, ma il tema del quadro è l'acqua alla quale allude la brocca lucida e perfetta, la vegetazione e l'ombra umida della grotta, sfondo del piccolo acquaiuolo con la sua tunichetta da scugnizzo, o da piccolo coppiere degli dei.

Giacinto Gigante
(1806-1876).
Il borgo di Capri, 1849.
La veduta è animata da figure sulle quali sembrano modularsi case e alberi fino alla cima della collina che corona la linea ascendente del paesaggio, nitidamente luminoso sullo sfondo di un evanescente Vesuvio.

Francesco Mancini
(1830-1905).
La via nuova.
Ferma come in un passo di danza la figura che si delinea al centro della strada nuova verso Anacapri: siamo quasi ai Due Golfi dove l'isola "amoreggia con due mari" parola di Edwin Cerio.

Edward Binyon
(1827-1876).
Marina Grande, 1874.
Ancora una conferma della complicità tra scena e figura, entrambi immobili nella ricerca del reciproco equilibrio compositivo.

Giovanni Paolucci Sinibaldi
(1866-1938).
L'albergo La Palma, S. Stefano e Palazzo Ferraro.
Un agglomerato urbano sormontato dal Solaro, in un alternarsi di masse, luci,volumi intervallate dall'eterna fioritura della vegetazione caprese.

Carl Frederik Aagaard
(1833-1895).
La chiesa di S. Stefano
La luce si concentra sul panno steso a destra della scena mentre la palma ne è il contraltare con le sue foglie scure; la ricerca cromatica è controllata, le cupole sfumano senza materia, vele vaganti nella grigia luminosità del
cielo.

Thorald Læssøe
(1816-1878).
La Chiesa di S. Stefano.
La scena è quasi uguale a quella di Aagaard: i due artisti sembrano aver subito la stessa suggestione di archi e cupole e soprattutto la stessa visione della palma - meridiana tra luce ed ombre.

Carmine Ciardiello
(1871-1916).
Via Vittorio Emanuele.
Palma dinanzi all'albergo Pagano: uno scoppio di rami stellati; una portatrice d'acqua la cui fatica sembra qui autentica, priva di quella ieraticità talvolta compiaciuta che connota lo stesso soggetto.

Gonsalvo Carelli
(1818-1900).
Il Borgo di Capri.
Diverse tecniche concorrono ad impreziosire questo borgo di Capri alleggerito da un irreale gioco di luce e ombra: nell'omonimo olio, lo spessore cromatico conferisce alla scena una maggiore corposità che non ne altera il senso di serena sospensione del tempo.

Jerry Barrett
(1824-1906).
L'Albergo Quisisana da via La Strettoia 1881.
Alberi e piante e foglie in un gioco ascensionale accentuato dalla luce e coronato dalla svettante palma luminosa.

Carlo Perindani
(1899-1986).
Ingresso della Certosa di S. Giacomo 1926.
Il pittore del mare qui si sofferma sull'architettura, anzi sugli archi della Certosa. È il 1926, da due anni l'artista si è trasferito a Capri, dove già vivono Giordano, Welters, Briante. Dopo un periodo di tentazioni surrealiste, Perindani si immerge nel paesaggio dell'isola interpretandolo nel suo rapporto con l'uomo. L'uso della luce, decisamente innovativo, sembra alludere ad una felice antitesi col classicismo dello stile.

Giuseppe Casciaro
(1863-1941).
Chiostro piccolo della Certosa di S. Giacomo 1926.
"Un pittore poeta e musicista", fu definito Casciaro da Francesco Cangiullo, e sembra confermare tale giudizio questo chiostro piccolo della Certosa, raccolto nei suoi archi e nelle sue vetrate come in una pagina pentagrammata di pause, chiavi di basso e di violino lungo le quali i suoni si inarcano nel crescendo o sfumano nel piano pianissimo del rustico cortile.

Mino Delle Site
(1914-1996).
Via Krupp - Aeropittura 1994.
Una via Krupp in tutta la sua fisicità, replica dell'opera che figurò nella mostra "Marinetti e il futurismo a Napoli". Luogo di sperimentazione artistica per eccellenza, Capri accoglie i provocatori delle nuove politiche e dei nuovi stili con la stessa tollerante indifferenza.

Frank Hyde
(attivo 1872-1885).
Rosina Ferraro.
Una statua in tunica, una vestale custode della luce o una venditrice di lucerne isolana che potrebbe occupare il suo posto nel tempio delle antiche dee: interpretazioni a volontà per la modella più amata e ritratta dai pittori di Capri.

Lancelot-Théodore Turpin de Crissé
(1782-1859).
Il Borgo di Capri.
Un acquarello del 1828 che non si concede alla compiacenza ma sfiora con estrema ritrosia il paesaggio e la figura al balcone, in un luce meridiana incantata.

Emil Roberg
(1821-1859).
Il centro di Capri.
Questa la Capri 1855, con le sue cupole e i suoi archi e la macchia mediterranea in primo piano, chiaroscurata nel suo verde variegato e nelle vette scintillanti delle palme. Per strada, sintesi di diversi ruoli e mestieri.

Peder Mork Monsted
(1859-1941).
Via Le Boffe 1884.
Rocce e fichi d'India nella Anacapri del 1884, e il nitido gioco dei chiaroscuri tanto caro ai pittori del paesaggio caprese.

Andrea Cherubini
(1830-1905).
Arco naturale.
La linea ardita dell'arco è messa in risalto da una luce che ne accentua la morfologia fiabesca sormontata da una corona di roccia: sotto, l'abisso abbagliante del mare.

Konstantin Gorbatoff
(1876-1945).
Sole a Capri
Villa Massimino 1926.
Sapiente gioco cromatico nell'accostamento di architetture rustiche e vegetazione letteralmente intrise di luce.

Antonio Senape
(1788?-post 1832).
La Grotta del Castiglione.
Con una particolare tecnica ad inchiostro il pittore scandisce con luce e chiaroscuri il paesaggio.

Joseph Rebell
(1787-1828).
Tempesta a Marina Piccola.
Onde in rivolta nella staticità del paesaggio che sembra contemplare indifferente la barca alla ventura.

Karl Wilhelm Diefenbach
(1851-1913).
Mareggiata presso i Faraglioni.
Ectoplasmi luminosi, oscure presenze, luoghi dell'isola resi irriconoscibili da una stralunata visione che sembra talvolta attingere ad un Mondo Altro in stile Doré.

Friedrich Nerly
(1842-1912).
Pesca ai Faraglioni.
Splendido contrasto tra la vela ad ala di rondine nel buio come le figurine dei pescatori e la luce che si concentra sulle rocciose sentinelle dei Faraglioni.

Michele Federico
(1884-1966).
A punta Mulo.
Mareggiata di scogli scivolanti verso la luce d'Occidente, di là dal Faro, di là dal mondo.

Antal Haan
(1827-1888).
Giovane caprese con colomba.
Chi ha saputo cogliere nel viso e nello sguardo della portatrice di colomba la trasfigurazione stessa della malinconia e della bellezza, ha fatto di Capri la sua patria elettiva e ha scelto di morirvi, come Haan.

Edouard Alexandre Sain
(1830-1910).
Rito matrimoniale a Capri 1881.
Un rito reso celebre dall'artista; gruppo di famiglia in un ieratico interno dove le figure ricoprono i loro ruoli nella gerarchia familiare con grazia docile e consapevolezza rassegnata (o orgogliosa?): in primo piano, la sposa avvolta nel suo candore, incoronata dei fiori dell'innocenza.

Horace Basil Fisher
(1861-1928).
Tacchini e ragazza baciate dal sole, un asinello col suo carico, archi e architravi nella composizione felicemente agreste dell'artista.

Rosina Viva
(1899-1983).
Chiesa in olio, di un cromatismo luminoso nel suo giocoso alternarsi di luci.

Ernst Hanfstaengl
(1840-1897).
Piante, pergolati, alberi e pietre in disordinata animazione intorno alla casa solitaria.

James Talmage White
(1834-1907).
Acquarello che sospende la macchia mediterranea in un non spazio, dichiarandone l'eternità.