Il baciamano di uno chansonnier

- di Roberto Gianani

Ricordo di un musicista e cantautore.
Gli anni della Scuola Militare Nunziatella, il Premio Ischia, la passione per Capri, tre Festival di Napoli, il rifugio di San Lorenzello.
I complimenti di Roberto Murolo per la canzone "Suspiranno mon amour".
Il grande amore per Daria.

L'ultima volta che ho incontrato Ettore Lombardi d'Aquino, lo chansonnier aristocratico dal baciamano gentile, è stato qualche anno fa a Roma alla Reggia Taverna, il ristorante Piano Bar di Maurizio Ponchain. Una dimora patrizia con il laghetto, i ponticelli e rive di alghe verdi che ad Ettore ricordavano il mare. Un abbraccio durato a lungo con le mani a toccarci i capelli per dirci in silenzio che la fratellanza era quella di sempre. Un abbraccio amico, intenso con lo sguardo ad interrogare le nostre vite come se dagli occhi avessimo potuto scoprire e mettere a nudo subito tutto.
Il cuore, l'anima, lo scorrere di nuovi capitoli, i bisbigli di una storia appena nata, notizie segrete, nuvole, fili di malinconia. La certezza di un affetto, la conferma di una complicità che durava da trent'anni e che si rafforzava ad ogni incontro.
Un'affinità di sentimenti e di idee e la stessa voglia di guardare diritto in faccia il mondo. Un mondo che a Ettore piaceva sempre meno e qualche volta lo tradiva. I sorrisi e le nostalgie di una vita irrequieta. Giri di do per un amore perduto, una vela stracciata, il brillio di un'avventura, la risata ubriaca del sole all'alba dentro la Costiera, la nebbia bianca come il pane a Milano, le speranze segrete del cuore, le lusinghe romane, il nero di Napoli a Borgomarinari.
Canzoni come farfalle, parole come stelle filanti per avvolgere un'emozione. Canzoni che erano scatole magiche piene di storie antiche, vecchie fotografie della luna in abito da sera, rotte che gocciolavano schiuma di mare. Cantava e sussurrava poesie Ettore con un filo di voce che raggomitolava la vita. Cantava con gli occhi chiusi, il tratto nobile e le mani che quasi si allungavano per accarezzare ogni canzone.
Le note del suo pianoforte erano un contagio che faceva rumore nei cuori. Arrivava una voce di mare piena di onde e soffi di maestrale, la voce di un cantautore che aveva navigato i sospiri della laguna di Venezia e gli orizzonti di isole incantate. Ettore Lombardi era uno chansonier che, dopo il napoletano, parlava solo l'italiano degli uomini di cultura. Poesia, letteratura e buone maniere, uno che accarezzava i tasti e le canzoni te le portava in una coppa di champagne. Magie figlie di un uomo d'altri tempi con la gardenia all'occhiello e le labbra appena a sfiorare un baciamano. Come un gentleman, come l'ufficiale di un esercito perduto.
Sottile come il suo spadino di ex allievo della Nunziatella, delicato come un buon profumo. Famiglia di artisti. La madre Maria Luisa d'Aquino poetessa raffinata. I fratelli: Giacomo a "cucinare" per quarant'anni Il Mattino, Luciano ex caporedattore in Rai, Gianfranco musicista e direttore d'orchestra, Guido, morto dieci anni fa, poeta vagabondo e geniale che scriveva testi degni di un vero cantautore.
Quel mio rendez-vous di Roma con Ettore fu un incontro di affetto, parole e ricordi. Vecchie storie di pianobar, quando a Capri al New Penthotal, la sua voce faceva sognare anche le streghe ed io lo ascoltavo con il cuore affascinato e gli occhi immersi dentro un decoltè. Lui ad incantare le stelle, i play boy a navigare la vita dentro un bicchiere, le signore ad applaudirlo appassionate. Notti che finivano nell'abbaglio dell'alba e nel suono di una campana mattutina. Stagioni di amori e chitarre. Il mondo di Ettore ballava una musica più lenta e leggera e il tempo, ogni tanto, provava il gusto di non avere fretta e fermarsi a bere un caffè in riva al mare di Marina Piccola con le barche legate sulla riva, i remi stesi sulla spiaggia insieme alle conchiglie "Suspiranno mon amour".
Fu quel giorno che Roberto Murolo gli disse che quella lirica, tradotta in otto lingue, era la più bella canzone napoletana insieme a "Anema e core" e "Luna rossa". Ettore ringraziò, fece un inchino e se ne andò a dormire in un letto di lenzuola di seta da solo o in compagnia di una principessa. Questo è un segreto che non posso svelare. Segreti, confidenze, ricordi. Storie di musica, isole e rime d'amore. La vittoria al festival di Ischia e le serate al Rancio Fellone con il pianoforte quasi poggiato sul mare e la sua voce a cantare "A pianta e stelle". L'isola ballava una danza lenta per gente innamorata della musica e dello scintillio di un porticciolo. A Ischia Ponte, al Castello Aragonese, accompagnato dallo sciacquio della risacca, Ettore suonava il tempo lento di uno slow, il filo di una melodia che attraversava la scogliera e arrivava fino al limite del cuore. Musica e parole che ballavano sulle punte dei sassi e si inchinavano come marionette guidate dal pianoforte di un incantatore. Ettore era questo, un incantatore di sogni e malie che con una voce di velluto creava sospiri che, all'improvviso, diventavano bagliori.
Come una tela che diventa fiori, come un foglio che diventa poesia, come l'acqua del fiume che diventa mare. Era un musicista di vele e ciglia di luna, banchine di teneri amanti e barche cullate dalla brezza della notte. Notti senza sonno come quella volta in Val D'Aosta a godersi la vittoria al festival di Saint Vincent, con la faccia sotto la neve, gli occhi bagnati d'emozione e bicchieri di Barolo a fare festa.
Notti marchigiane sul lungomare di Pesaro dopo aver presentato la "Danza" di Rossini in versione napoletana. "Questo mare non mi piace, è senza scogli, troppo levigato, troppo sonnolento". E lo diceva con malinconia sulle labbra, lo sguardo ad accarezzare una mezzaluna zoppicante tra le nuvole e un gilet di velluto nero che lo rendeva ancora più smilzo e raffinato. Un filo di nobiltà e poesia sotto il cielo dell'Adriatico. Quante notti, quante parole, quante canzoni. "O ffuoco" per Mina, "Un uomo senza tempo" per Iva Zanicchi. Un uomo senza tempo che aveva partecipato a tre festival di Napoli, lo smoking tagliato su misura, le signore a guardarlo con ammirazione, il gesto raffinato delle mani, quel delizioso accenno di erre alla francese e tre canzoni tenere come poesie "Preghiera napuletana", "Scordame" e "Facimmoce 'a croce" scritte insieme a Palomba, Boselli e Nisa. Un cantautore con Napoli nel cuore e un'ombra di malinconia negli occhi che volava via solo dietro ai tasti di un pianoforte.
Quanto da dire in quella sera di Settembre in compagnia di troppe marlboro e di un whisky liscio e abbondante. Era quasi sera e il cielo si accendeva di tralci di nuvole rosa. Roma, lucida e grassa sotto il Ponentino, già si vestiva di autunno. Lui era magro e asciutto dentro un blazer blu che sembrava un figurino. Era lì per cantare alla festa di matrimonio di mia sorella Luciana. Lei con un tailleur giallo e il sorriso che andava incontro al mondo, lui con le mani incollate alla tastiera, la faccia aristocratica e quel filo di voce che cantava Napoli e la vita.
L'atmosfera era giusta e aveva un buon profumo come quello dei gelsomini dentro i sentieri di Capri prima che la luna venisse fuori a catturare tutte le attenzioni. Ettore amava la luna e le dedicava canzoni, le scriveva lettere, la invitava a cena. Erano amici Ettore e Luciana e credevano nell'amore, quello fatto di colpi duri dentro il cuore. Se ne sono andati tutti e due. La morte ha preso per mano Lulù molti anni fa, la vita di Ettore è fuggita via a giugno del 2006.
Con lui è scomparso un musicista vero, abituato a usare le note come piume per raccontare una vita di voli e cadute. L'incanto dell'arte, lo charme di interpretazioni che scendevano nell'anima leggere come un soffio di aria pulita. Negli ultimi anni Ettore era così, una piuma colorata di poesia, canzoni, rime, nostalgie. Un cantautore un po' dimenticato, forse un po' indifeso con le ali troppo nobili per volare in un mondo di cattiva musica e gente di poca memoria.
Eppure le canzoni di Ettore erano stelle filanti, passi di danza, fiori di luna. Parole intense che si infilavano nell'anima come affilati bisturi di miele. La voce si muoveva quasi spinta dal vento, i cuori diventavano cieli, un po' azzurri, un pò blu. Il profumo delle donne arrivava sempre più vicino, le mani si stringevano, molte storie diventavano amore. Il suo pianoforte suonava musiche dolci, sotto le sue dita i tasti erano ballerini in smoking con il papillon bianco. Un volo in punta di piedi che prendeva i sentimenti e li portava lontano in un mondo di gente elegante nel cuore, educata nell'anima.
Musica confidenziale, chiffon di note per vezzeggiare la vita e cullarla piano piano. Ritmi lenti, senza la fretta del tempo, melodie per accompagnare un amore, spruzzarlo di lavanda, sfiorarlo con un baciamano.
Uno chansonnier delicato e romantico che viveva la vita di lato senza protagonismi, con l'eleganza del nobiluomo. Un uomo del passato aggrappato a una nostalgia come la fiamma di una candela in riva al mare di Posillipo, come il chiarore di un lampione dopo una serata al Derby, nella nebbia di una notte milanese, come lo scintillio della fontana di Piazza Navona, come il brillio di una stella nel cielo di San Lorenzello.
Napoli, Capri, Milano, Roma, San Lorenzello, le tappe di una vita non sempre in discesa. San Lorenzello era diventata il suo rifugio, il palazzo di famiglia in Piazza Cestari il luogo delle rimembranze. Gli stucchi, il cortile, la passeggiata tra vicoli e campane, il centro storico, via Roma, il mercatino dell'antiquariato, il frantoio, lo scorrere lento del Titerno, il verde tremolante degli ulivi. Le poesie della madre Maria Luisa d'Aquino, una "Rosa d'autunno" profumata e gentile che aveva scritto: "San Lorenzello, dove il cuore mio s'acqueta tra visioni di verde e dove, calma, trascorrer vorrei l'ultima stagione". Le stagioni di Ettore non sempre furono felici. La pioggia oscura della malinconia, molte canzoni rimaste nel cassetto, qualche occasione perduta, il peso dei ricordi, le ombre del passato. Un passato di applausi e successi che si era piano piano sfilacciato nel silenzio della solitudine. Forse anche per l'incapacità e il pudore di vivere i nuovi tempi troppo spesso fasulli e bugiardi, lui musicista estraneo alle volgarità del mondo. Una vita di palcoscenici, microfoni, romantiche trasmissioni radiofoniche e salite amare con un pianoforte per amico e le ombre di una ribalta non sempre illuminata.
Le delusioni di una Napoli distratta e ingrata e un crisantemo bianco nel cuore, la morte di Daria. Un matrimonio e quindici anni d'amore annegati in un tumore. Rima baciata, la rima più tragica della sua vita.
Forse da allora Ettore non era più lo stesso, una storia spezzata, una mano diventata sola e la nostalgia che pesava sempre di più di ricordi incancellabili. Così, piano piano, Ettore ha staccato la spina e il suo pianoforte suonava solo per lui, il respiro della sua voce cantava solo per lui. Ma il suo talento lo sentiamo ancora addosso come una carezza, una poesia che ci gocciola sulla pelle dentro una piccola cala di mare nella quale ci piace ballare a piedi nudi abbracciati a una sua canzone.