Il cacciatore dell'isolotto di Vivara

- di Mariella Scotto

Quando lo chiamava (si chiamava Mauro), allora lui cominciava ad esistere. Accadeva sempre nelle ore che il sole era più forte, mai di mattina. Nell'atmosfera sospesa delle ore pomeridiane, sospesa nell'incredulità di tutto (sembrava che niente esistesse), neanche i passi di chi si muoveva a rintracciarla, preoccupato della sua assenza, lei udiva crepitare sulla terra secca. Nemmeno se tutto intorno era silenzio e qualunque rumore si sarebbe colto. Non sentiva niente. I calabroni, avvinti dalle danze nell'aria torbida di caldo, ronzavano come seghetti: erano insetti solitari come lei che legavano il giorno alla sera nell'attesa, mormorando.
Marina lo aveva sognato una volta: dalla porta immateriale di un castello in acqua. Mauro era entrato nella sua vita. Lo aveva poi perfezionato nel pezzo d'orto, seduta sotto l'arancio; lontano da lì mormoravano il mare e altri fruscii.
Dall'altro lato c'era una casa a piano terra: una volta era una cantina e anche Marina si ricordava delle botti grosse e tonde, delle larghe tinozze dove si schiacciava l'uva delle vendemmie, un liquido scuro come ruggine di ferro. Poi era diventata un appartamento. Vi alloggiavano le persone solo d'estate. Lei non ne aveva ancora viste del tipo di quelle che arrivavano, ogni anno, per i bagni nell'isola di Procida; mai prima di allora, con quelle voci e quelle intonazioni differenti dalle sue. La sera, quando i grandi uscivano, le ragazze qualche volta la chiamavano a giocare; giochi curiosi e neanche quelli Marina aveva mai fatto. I muretti di fuori erano malamente imbiancati, il verde del muschio si allargava come i pensieri della sua mente: vischiosi e sconosciuti, come tutto il resto. Non le faceva bene passare tante ore da sola e allora accettava gli inviti maliziosi delle villeggianti.

Non aveva paura: Marina, qualunque cosa facesse, non vi aderiva mai precisamente, era come "staccata". Come se avesse ereditato dall'appartenenza al mare le distanze che esso stabilisce tra sé e la terra. Questo accadeva da sempre, più o meno dal momento ch'era nata e anche dopo, nella vita adulta, non ci sarebbe stato un solo giorno in cui non fosse sempre, in una certa misura, in quel modo sganciata dal resto delle cose. Aveva ricevuto in dote una incapacità a comprenderle fino alla fine, destinata a non amarle. A non amare mai veramente del tutto o per sempre: una strana volubilità della fedeltà. Era libera, per quel verso, non dovendo niente ad altri che a sé, gli errori e i peccati mortali, le anomale felicità di un giorno. Con Mauro era facile perché con lui non doveva parlare e, per effetto di tale fortuna, raramente fu costretta, dentro a quell'estate, ad ascoltare neanche il suono della propria voce, l'emissione di tutte le parole necessarie per dare voce a pensieri che le avrebbero, alfine, creato sgomento.
Marina aveva conosciuto presto una strana paura di morire, ed era inspiegabile perché nessuno le aveva ancora parlato della morte, né mai le era capitato. Essa nella sua mente aveva assunto le apparenze di macchie brune che, già arresa a qualcosa che non era ancora accaduta, si aspettava di vedere apparire sulla pelle. Non erano che fobie, ma lei le temeva e si esaminava continuamente, atterrita. Rimaneva ore sotto il getto di acque che considerava purificatrici e protraeva i bagni in mare fino alle ultime soglie della stagione calda verso l'autunno, nel disegno tormentato di non lasciarle affiorare sulle sue mani bianche di bambina.
Mauro non la sapeva dissuadere da quella inquietudine; si limitava a farle compagnia, ogni sera sui balconi di casa, quando i tramonti le fermavano sui colori che mutano e si portano via la luce da un momento all'altro.

Le compagne estive erano arrivate a giugno e sarebbero ripartite a settembre, nella lunga villeggiatura, come s'usava. Marina era più piccola: veniva chiamata ad osservare soltanto i loro giochi proibiti di femmine adolescenti, mai coinvolta, prudentemente. Ma così fu che, ugualmente, capì le cose. Esse la spaventarono ancora più della morte; una paura scacciò l'altra e l'ultima restò. A volte andava per qualche settimana sulla terraferma, da una zia, e Mauro partiva con lei. Un suo cugino aveva occhi lunghi, pelle nera e lucida di tuffi a mare, ma non la guardò mai, neanche una volta. Fu per questo che si convinse che anche lei non c'era, che era come Mauro. Non esisteva.
Da grande risolse che era stato per quella convinzione che aveva prodotto sempre amori che non si realizzavano, impossibili per loro natura.
Mauro era un cacciatore, gironsolava per giorni nelle stradine solitarie della Vivara disabitata, al fianco marino di Procida. Aveva un fucile con cui sparava agli uccelli; così era quell'amico. Non le aveva mai parlato, mai una volta in tutta quella lunga stagione. Diceva qualcosa solo con gli occhi o con quegli spari. Quell'estate molta innocenza fu travolta dalle fucilate di lunghe giornate silenziose che finirono a ottobre.
A ottobre Mauro non si fece più trovare sotto l'arancio che cominciava appena a fiorire i suoi frutti estivi in tempo per l'autunno.