Indice
- Numero 36 - Aprile 2008
- L'Editoriale - Onda su onda
- La Cina č vicinissima
- Un matrimonio caprese nella grotta di Matermania
- Irlanda, tutto un film
- I portici di Cave de' Tirreni
- La cittā sommersa
- La donna mito di Forio d'Ischia
- A Maracaibo per cercare la figlia del Corsaro Nero
- Quel piccolo mondo antico a Marina di Capo
- L'ultimo paladino degli orologi da torre
- Quando Anna Magnani concluse con un lancio di piatti il suo amore per Rossellini
- L'uomo buono di Filicudi
- Il piccolo grande uomo uscito dai vicoli di Genova
- Una notte con i Tuaregh
- Il vecchio e il fiume
- Il cecchino delle stelle
- Il mare, culla degli uomini
- Una flotta di mascalzoni
- Il reporter dell'Isola
Il cecchino delle stelle
- di Giuseppe Pompameo
Cesare aveva smesso di fare il pescatore di frodo nel golfo di Napoli e inseguiva i suoi sogni. Andava per mare con la luna piena e con una carabina prendeva la mira.
Non aspettava la notte di San Lorenzo per vederle cadere ed esprimere un desiderio.
Sparava al cielo mirando le stelle perché cadessero solo per lui e per i suoi desideri.
Il desiderio più grande era ritrovare Lena, la donna che gli era sfuggita...
Nel buio e nel silenzio, uno sparo lontano. Succedeva così tutte le notti, tutte le notti di cielo sereno. Tutte, tranne quella di San Lorenzo. Cesare che prendeva il largo e dal suo gozzo, alla deriva in alto mare, puntava dritto il mirino della sua vecchia carabina in direzione delle stelle. Già, le stelle, che da lì quasi le toccava. Inquadrava l'obiettivo e pum pum, faceva fuoco. Uno due tre dieci colpi, chissà quanti. Nel mirino quel vago brusìo, che solo lui udiva, di puntini accesi e apparentemente distratti che facevano tana all'oscurità. Succedeva così tutte le notti di luna. I suoi occhi chiari e lunghi di nostalgia a bucare il nero seppia delle distanze, la barca che, quasi avesse voglia di indugiare, scivolava indolente sull'acqua morbida e torbida, il solito appostamento, le tremule luci dell'isola oramai alle spalle. Una ravviata ai capelli, i quattro capelli che gli avanzavano dietro la nuca, e via con quella specie di tiro a segno, attento a non sbagliare, a non sprecare neanche una pallottola. E sì, perché Cesare aveva in testa una strana idea, un'idea fissa che lo accompagnava, paziente, da tanto tempo: che per far da sé, e più presto, senza dover aspettare ogni anno il dieci d'agosto, bisognasse buttarle giù prima, molto prima, le stelle, una ad una, a colpi di fucile, quante più se ne poteva.
Così, mentre ognuna di loro precipitava nell'immenso vuoto del firmamento, lui, al diavolo la scaramanzia, urlava a squarciagola un desiderio, ogni scia luminosa una speranza e un'attesa, l'attesa che quel destino, alla fine, si avverasse.
Ma che meraviglia, raccontava con le dita alle sue rughe dispari di salsedine e luna, che bello, ripensava di giorno, fare, la notte, il cecchino delle stelle, il cacciatore di desideri. Che poi si realizzassero o no, tutti quei desideri, beh, questa era un'altra storia. Cesare aveva comprato la sua cara, benedetta carabina, unica compagna di viaggio di tante sere clandestine, un po' di anni fa. Il giorno che s'era presentato nell'armeria di Delio per chiedere, con un mezzo sorriso d'occasione "Scusi, vorrei un fucile, anzi una carabina di precisione, di grande precisione, sa' mi serve per sparare alle stelle...!", l'altro, prima aveva risposto, sorpreso "Come...!?", poi, quando lui, sicuro di sé, gli aveva mostrato il porto d'armi e, senza cambiare una virgola, aveva ribadito la richiesta, quel tale lo aveva fissato, per un istante, con una smorfia di sospetto misto a incredulità, l'aria di chi ha a che fare con un tipo a dir poco strano, comunque assai originale, uno, insomma, da non contraddire mai, da assecondare e basta, senza star lì a far troppe domande, né a pretendere troppe spiegazioni.
Ma a Cesare di ciò che pensava la gente importava niente, punto. Che sparlassero pure, tutta invidia! Mentre lui, invece... Vuoi mettere la fortuna di avere là, al largo dell'isola, a due passi da casa sua, il cielo intero a disposizione, nelle notti serene un cielo trapuntato di sogni, pieno di stelle da crivellare di belle speranze? Ogni volta che lasciava il molo della Corricella nascondeva il fucile sotto coperta, perché nessuno immaginasse quel che andava a fare. Non si sa mai, qualcuno avrebbe potuto rubargli l'idea, e, magari, pure qualche sogno.
Poche miglia di motore e, sconosciuto alla notte, raggiungeva una verticale di silenzio da cui tener d'occhio arcipelaghi di costellazioni e, di sottecchi, il traffico delle nuvole. Mentre l'eco dei colpi apriva crepe, laggiù, nel buio pesto della bonaccia, in paese ci si dava di gomito, come a dire: "Rieccolo, sentilo là, lui e il suo maledetto fucile... Anche stanotte ci sta provando. Ma chi si crede d'essere, quello lì? Pensa tu, spara alla realtà per farne polvere di sogni...! Cosa spera, eh? di poter rubare al cielo e agli altri, ad uno ad uno, tutti i desideri? Ma cosa vuole, sto' mezzo matto, e che si aspetta? che si realizzino, forse? Puah, povero illuso!". In realtà Cesare, una pertica d'uomo dal cuore di zucchero filato, rinnegato per sempre il suo vecchio mestiere, pescatore di frodo nel golfo di Napoli, a cinquant'anni suonati coltivava, ormai, soprattutto un desiderio: rivedere Lena, la sua donna, persa per molto, persa per poco, quando lui ancora non mirava alle stelle. Perduta quasi senza aprir bocca -andava ripetendo in giro -, soltanto per una bizzarra congiunzione astrale, una sera che fuori era nuvolo e i loro due destini, evidentemente, rispondevano a stelle che, quella notte, non vollero sentir ragioni, neppure si fecero vedere all'orizzonte. Così Lena era sparita, guarda un po' proprio alla vigilia della notte di San Lorenzo, la notte che Cesare detestava più di tutte, perché, diceva: "E' un giro di cielo da supermarket, da saldi di fine stagione. Troppo facile da aspettare, da dimenticare. Un giro di cielo da dividere con i desideri degli altri, con tante stelle cadenti e mentirose, menzognere, che uno non può neanche scegliere a quale stella votarsi!".
Lena era andata via e lui non aveva avuto neppure il tempo di chiederle "perché?", scappata via piuttosto che aspettare, ogni mattina, che il suo uomo tornasse a casa con il solito cesto colmo di belle promesse, di magre illusioni. Da quel giorno Cesare viveva solo di desideri da realizzare, ogni stella uno sparo, ogni sparo una stella, tutte le notti di luna. E su ogni luminosa che sognava di colpire c'era scritto, enorme, il nome di Lena, sempre Lena, Lena da ritrovare, da baciare sulla bocca, Lena da non perdere mai più. Adesso Cesare, per guadagnarsi da vivere, di pomeriggio faceva il cartomante giù al porto, là dove le onde sussurravano pensieri d'alto mare alla battigia. Singolare tipo di cartomante, però. A chi chiedeva di sve largli il futuro prima ripeteva la solita frase, la solita menata: "Il destino è un tiro di dadi", quindi prediva sempre tutto il bene possibile, spesso il contrario di tutto, bugiardo lui o i suoi tarocchi? Soltanto a se stesso, quando si faceva le carte, raccontava la verità, ma, in fondo, quale verità? quella della realtà o quella delle stelle cadenti e dei suoi benedetti, maledetti desideri?
Una notte di primavera, però, Cesare decise finalmente di far sul serio. Così venne a sapere che Lena non era molto lontana da lì. Abitava, da qualche tempo, in una città di mare che ora dormiva laggiù, di fronte a Procida, la sua isola, pastello e tufo, e presto, molto presto, sarebbe ritornata. Poi - strano, ma vero - i tarocchi spiegarono, una due tre volte, che non avrebbe dovuto cercarla, per nessuna ragione al mondo, ma solo attendere, magari sparare a salve alla stella più lucente e chiudere gli occhi, immaginare il futuro, il desiderio più grande che potesse. Lena, allora, gli sarebbe venuta incontro, senza che dovesse muovere neppure un dito, come non si sarebbe mai aspettato, come se la città in cui ora lei viveva avesse staccato la sua ombra da terra e fosse partita verso di lui, per un viaggio di sola andata, anzi di solo ritorno.
Già, sulle carte era scritto così. Singolare presagio, stramba specie di profezia. Da non credere... E invece accadde tutto, puntualmente, una notte di settembre, quando Cesare tornò di là, in camera da letto, con la scusa di dover terminare un sogno, appena interrotto qualche anno fa. Un sogno, sospeso tra realtà e fantasia, che, come un'isola, poco dopo si staccò dal suo sonno, proprio mentre Napoli si staccava dalla terraferma e prendeva lentamente il largo. Ora, nell'aria serena della mezzanotte, tutta la città galleggiava, puntava dritto verso Procida, quasi lo stesse cercando, quasi volesse entrare in quel presagio, nel desiderio più bello che lui potesse chiedere al suo tempo, alla vita. Proprio come sparare alla stella più lucente, poi socchiudere finalmente le palpebre e aspettare, impaziente e felice.
Notturno settembrino con sorpresa, e che sorpresa. Nel buio complice, un'isola immensa avanzava in mare aperto, tutte le luci accese, intercapedine di terra fra acqua e cielo, alla deriva di una storia così, senza finale. Notturno di settembre con parentesi di sogno, di realtà, chissà. L'assemblea delle stelle, da lassù, a promettere, come sempre, ad annunciare nuovi desideri. Nel golfo, il silenzio, ormai, era nient'altro che l'eco di uno sparo lontano.

