Il chitarrista che ha incontrato Ulisse in fondo al mare

- di Pietro Gargano

La cena con Rockefeller ai Caraibi e il richiamo della pista di Indianapolis.
Al fianco di Frank Sinatra a Miami.
Fa il sommozzatore anche nelle biblioteche, ricercatore di rarità musicali. Ha realizzato una "Antologia della canzone napoletana" in dieci volumi. Il mare è il suo secondo mestiere.

Carlo Missaglia non è solo un grande talento musicale, ma un sub accanito.
La scoperta di una nave romana a Bacoli e lo squalo arpionato ai Caraibi.
A dieci anni, la prima pizzicata sulle corde. Il pianoforte di zia Rosetta e il clan
degli artisti al Vomero.
Il debutto a Ponza, duemila lire a sera.
Una vita intensa.
Attore, pittore, pescatore, elegante girovago e star internazionale, ha suonato e cantato in ogni angolo del mondo.

Carlo Missaglia forse canta pure sott'acqua, lui, la chitarra e il mare. Ha svoltato i sessanta in allegria, i capelli biondi schiariti dal sole, l'appartata casa vomerese gonfia di pezzi di passato ripescati nel profondo blu; e caterve di dischi, attrezzi telematici, libri d'affezione, documenti scoperti nelle biblioteche di mezza Europa, perché lui fa il sub pure nelle carte di musica e ogni tanto emerge con una rarità.
Pensavate che Pianefforte 'e notte fosse una poesia innanzi tutto? Vi sbagliavate, ha svelato Carlo: Salvatore Di Giacomo la scrisse subito come canzone per la musica di De Leva, eccovi le prove.
Ragazzo di collina, e alla collina attaccato, si sente però meglio se respira aria di sale. Le passioni si possono far coesistere, come le donne, però con le donne è molto più difficile.
Carlo la chitarra la scoprì a dieci anni. Papà cantava come tutti i napoletani, non di più. Zia Rosetta era diplomata in pianoforte, l'orecchio fino forse l'avrà preso da lei. Frequentando l'Istituto dei Salesiani al Vomero, che ha moltiplicato gli artisti più che i devoti, conobbe Umberto Boselli, Fausto Cigliano e fratello Mario, Ugo Giugliano, Aldo Berardinelli, tutti rigorosamente accompagnati dalla chitarra. Il più bravo di tutti, Mario Centomani, tutte e cento in movimento sulle corde. Erano i tempi in cui la radio trasmetteva le canzoni di un altro vomerese, Roberto Murolo, un amico rimpianto, un maestro.
Carlo faceva pure teatro, nella "Cantata dei Pastori" secondo lui più bella del mondo. Aveva la parte della Madonna in una compagnia di futuri magistrati: Carlo Alemi faceva Benino, Italo Ormanni suo padre nella scena, Gerardo Cantore l'angelo.
Però Carlo preferiva voce e chitarra. Nel 1957, cantando e suonando, vinse il primo premio all'Anglo-Italo Club, presidente della giuria Francesco De Lorenzo, sì, 'o ministro. Arrivata l'estate andò a Ponza, scritturato in un locale chiamato "La Cernia", duemila lire al giorno più vitto, alloggio e mance. Cantava e suonava quando spuntavano le stelle; sotto il sole pescava: che chiedere di più alla vita?
Nonostante i primi ingaggi, ultimò il liceo artistico; i quadri dipinti in quel periodo stanno alle pareti di casa, risentono del gusto dei maestri dell'Ottocento napoletano.
Infine, la musica fu la scelta della vita. A un certo punto si stancò di stare solo sul palco e in pedana, e scelse l'orchestra. Già aveva fatto un'esperienza al Vomero, in un'improvvisata formazione con Nando Murolo (l'attore), Guglielmo Ruta fratello di Totò, Nando De Luca, Fulvio Trapani e un Alfredo di cui s'è scordato il cognome. Girò l'Italia con i Galeotti di Tonino Taccogna, a lungo con i Mattatori. Si esibì con Lucio Battisti. Cantava classici napoletani e hit americane, di quelle che, se non le sai, non ti puoi neppure affacciare in una sala da ballo.
Nel 1965 cantò al Festival di Napoli Notte d'estate, parole di Romolo Acampora, il giornalista sportivo, e note di Gigi Campanino che ancora non dirigeva l'opera lirica. Il successo lo spinse a formare un'orchestra tutta sua. La portò in America e vi restò sei mesi.
Girò finché non si stancò. Si sentiva esaurito e si appartò. Riprese dopo due anni, solo lui e la chitarra. Nel 1973 si presentò Peppino Di Capri, vecchio amico, e gli propose di incidere un disco con la sua etichetta. Nacque Napoli a modo mio, premessa di altri giri in solitario attorno al mondo, tra i grattacieli di New York e i balli di New Orleans, l'allegria del Sudamerica e i modernismi di Tokio e Hong Kong, la vecchia Europa e l'Africa della costa e dei deserti, Bangkok e i Caraibi.
Molti i luoghi di mare, per sommozzare e canticchiare sott'acqua tra una canzone e l'altra. Ai Caraibi prese qualche squalo, l'eterno sbadiglio di uno di essi sta appeso sul letto. Un industriale americano gli disse: "Vieni a Indianapolis, ché ti faccio correre sui bolidi". Ma non sono un pilota, si schermì Carlo. "Chi prende gli squali ha coraggio e quindi può correre pure negli autodromi" concluse l'altro, pur senza convincerlo.
Nei peripli canori gliene sono capitate di belle, da solo e in compagnia. Al Casino Waddan di Tripoli, Libia, il contratto scadeva a febbraio, ma l'orchestra di ricambio non arrivò. Gli sequestrarono i passaporti e li tennero a forza, finché Carlo non si mise a fare il pazzo apposta, a braccare le ballerine nei corridoi dell'albergo. Quando li scacciarono si era fatto aprile.
In Brasile arrivò da attrazione internazionale, Mister Missaglia. Vide i fotografi, non pensò che fossero lì per lui e s'incamminò all'uscita. Lo inseguirono, lo portarono di peso sulla scaletta dell'aereo vuoto per far esplodere i flash. A Saint Barthelemy ai Caraibi sulla spiaggia gli si avvicinò un tizio e lo invitò a cena a casa sua. Era Rockefeller teneva molti miliardi e belle donne di più.
I giornali parlavano di Carlo anche per le imprese sul fondo. Se gli chiedi che cos'è per lui il mare, spalanca la finestra e te lo fa vedere, il mare, lontano e vicino. Lo tiene davanti alla scrivania con lo stereo, il microfono e il computer. Cominciò a pescare a dieci anni, alla Rari Nantes, usando mozzarelle metalliche degli ombrelli: una fungeva da arco, l'altra da freccia. I pesci li pigliava così. La prima maschera per andare sotto se la fece con un pezzo rotondo di vetro e ritagli di copertoni d'auto.
Nel fatale Sessantotto, cercando cefali e dentici nelle acque calme di Bacoli, un poco al largo, trovò una nave romana. Non fu un caso, perché l'esperienza gli aveva insegnato che là sotto le cose importanti le trovi sulla "scaduta", il declivio su cui una cosa grossa naufragata si posa quasi per riposarsi ed essere protetta. Perciò i cefali li cercava proprio sulla "scaduta". Ed eccola lì, la nave. Apparvero utensili, un altare, monete d'oro, anfore, ma non si scavò veramente. Sta ancora laggiù, forse. Teniamo troppe cose belle, esponiamo le peggiori e le migliori le teniamo a marcire.
Poco dopo, il giorno della Befana del 1969, uno di Baia venne a chiamarlo di corsa. "Viene a vedere che cosa ho visto facendo i datteri". I datteri li stava strappando a un pezzo di marmo, il candore balenava sotto le croste del tempo. Carlo si mise a grattare tutt'attorno. Apparve la statua di Ulisse e quella di un suo compagno con l'otre. Venne Claudio Ripa, scese, pure se teneva la sciatica. Carlo fotografò. Gli esperti dissero che là vicino doveva stare anche la statua di Polifemo, ma non la trovarono. Comunque fu il recupero di una meraviglia, i primi tesori restituiti al ninfeo di Punta Epitaffio.
Il mare era oramai diventato un secondo mestiere. Carlo non pescava solo cefali, cernie e altre delizie; gli studi artistici gli furono preziosi per eseguire rilievi sottomarini, dalla secca fumosa a Lucrino detta 'A Torre 'e Pulicenella ai fondali di Sicilia per la posa di un acquedotto; dalla barriera antiquinamento nel porto di Napoli a Porto Torres.
Sommozzava, pescava, disegnava e cantava. La sua isola era Capri, dove gestì il Settebello con Anna Smiraglia.
Un giorno del 1980 andò in piazzetta, vide il luccicchio di una decina di rolex d'oro e cambiò aria perché l'ara caprese era cambiata. Scelse Procida, una casa in piazza Olmo con un noce di faccia alla finestra. Il 24 giugno stende la mano, prende le noci e ne ricava un nocillo tosto solo per gli amici.
Ha portato capolavori nel mondo, non per raccogliere le lacrime degli emigranti, ma per diffondere cultura. In Francia, ad Antenne Deux, ebbe i complimenti di Charles Trenet e Yves Montand. Al Fontainebleu di Miami divise la ribalta con Frank Sinatra.
Eppure la gioia più intensa, giura, l'ha avuta a Napoli. All'ultimo momento lo chiamarono a sostituire Il Teatraccio in uno spettacolo imperniato su Beppe Grillo. Accettò per sfida, difficile far convivere Grillo e Me' so 'mbriacato 'e sole. Fuori pioveva a zeffunno. Entrò e raccolse una valanga di fischi. Si sedette placido, lui e la chitarra in braccio, aspettando che passasse. Dal telone spertusato una goccia gli cadeva sui pantaloni. Quando i sibili calarono, cominciò a parlare attirando un'altra ondata di protesta. Si risedette, infine disse: "Io quando vado a comprare un quarto di prosciutto l'assaggio prima di gettarlo in faccia al salumiere". I fischi calarono. Alternò canzoni a fattarielli, dopo un'ora stava ancora là. Se ne andò tra gli applausi, lui non sa prenderli; Grillo dovette inseguirlo per riportarlo sulla scena.
Il resto si sa. Tanta tv pubblica e privata. Altri giri. Una preziosa Antologia della canzone napoletana in dieci volumi, con tanti inediti sulla base delle partiture originali trovate in lontane biblioteche (l'ultima è Ammore, inedito di Gaetano Donizetti). Per la Bmg Ricordi un volume di 56 trascrizioni per chitarra e voce di brani dal 1537 al 1872. Un cd-rom interattivo. E, giacché è pubblicista, gli articoli settimanali sul "Roma", ovviamente a proposito della canzone napoletana.
Di quella canzone, dice, oggi c'è una grande voglia. E lui pure la tiene. Di quanto è successo finora è contento: "Ho fatto quello che mi piaceva fare". In fondo - nel fondo del mare e della musica - è un ricercatore, uno che ama scoprire e trasferire agli altri la conoscenza.
Il 2 giugno 1999 Ciampi l'ha nominato commendatore al merito della Repubblica. Fa effetto, quel titolo, su questo ragazzone stagionato che continua a pescare cefali e capolavori.