Indice
- Numero 31 - Giugno 2007
- L'editoriale - Rotta sulla Maddalena
- Anacapri: la forza del coraggio
- Il pił grande archivio del mare
- Gli alunni del sole nel mito di Capri
- Caprera, il mio sogno per l'isola dell'eroe dei due mondi
- L'amore perduto del prigioniero di Porto Azzurro
- Cartoline da Porto Venere
- Quando Napoli perse il pino delle cartoline
- Le letture dell'estate
- Un principe a cavallo ideatore del Bagno Elena
- Alessandra Calise racconta Sant'Angelo
- Il combattente di Rio Marina
- Il fotografo che cattura una Capri diversa
- Ritorno a Cetara
- Le settantasei poesia di una Circe napoletana
- Ad Anacapri il festival di piastrelle e canzoni
- Il reporter dell'Isola
Il combattente di Rio Marina
- di Maria Gisella Catuogno
La vita, le battaglie, la sofferenza di Giuseppe Carletti, "tonietto", che si dedicò alla politica lottando contro il fascismo dopo essere stato un eccezionale lavoratore del legno creando veri prodotti d'arte. Sindaco per due anni. La fine delle giunte democratiche, le umiliazioni e l'olio di ricino. Lo sbarco dei francesi e la liberazione dell'Elba dai tedeschi. Dopo ventidue anni gli fu restituita l'autorità civile del paese. La porta della chiesa di Santa Barbara impreziosita dalle sue formelle lignee in bassorilievo.
Il 19 giugno 1944, alle ore 14 e 30, due giorni dopo il drammatico sbarco a Marina di Campo, per liberare l'Elba occupata dai tedeschi fin dal settembre precedente, le truppe francesi facevano il loro ingresso a Rio Marina e incaricavano responsabile dell'autorità civile monsieur Giuseppe Carletti.
Chi era questo signore a cui veniva affidato un compito così delicato ed importante in quell'aurora di democrazia che si profilava dopo la lunga notte della dittatura fascista, della guerra, dell'occupazione tedesca e della sofferta liberazione? Antonio Giuseppe - in famiglia Tonietto - era nato a Rio Marina il 17 luglio 1887 da Angelo Carletti e Angela Luppoli, piccoli commercianti laboriosi, sensibili e con un grande senso della dignità e del decoro. Aveva tre sorelle, Elisabetta, di qualche anno più grande, Amelia e Giuseppina, più piccole di lui.
Fin da bambino aveva manifestato una curiosità intellettuale e una abilità manuale davvero straordinarie, tanto che, dopo le scuole che le possibilità familiari gli avevano permesso, sempre e comunque immerso nella lettura e nelle inquiete vicende socio-politiche ed economiche del suo tempo, le quali, di volta in volta, lo appassionavano, lo coinvolgevano o lo indignavano, aveva presto cominciato a frequentare botteghe di falegname, divenendo in poco tempo più bravo dei suoi maestri: il legno era la sua cera, che modellava con amore e perizia, creando veri prodotti d'arte, di fattura elegante e armoniosa. Così nascevano dalle sue mani cassettoni, armadi, pettiniere (mobili bassi, con specchiere, adibiti alla toilette mattutina) e letti intarsiati, ma anche credenze, sedie e tavoli raffinati e preziosi.
Un passatempo a cui si dedicava volentieri era la riproduzione in miniatura di tali manufatti, che diventavano squisiti soprammobili con cui deliziare parenti e amici.
È proprio per questa sensibilità artistica che gli fu affidata la costruzione e la decorazione della porta della chiesa di Santa Barbara, riedificata nel 1934, per la munificenza della Società Ilva miniere, dopo traversie di varia natura, che avevano visto la demolizione nel 1860 di un precedente edificio già intitolato alla santa protettrice dei minatori (poiché d'intralcio a un disegno di ammodernamento del sistema di trasporto del minerale a mare scrive G. Vanagolli ne Il sacro e il mare), alla quale era dedicata anche l'attuale piazza del Municipio.
La stessa Società finanziò il suo soggiorno per alcuni mesi a Genova, perché potesse frequentare una scuola di ebanisteria e affinare le proprie abilità artigianali.
La porta, di elegante imponenza, venne così impreziosita da formelle lignee scolpite in bassorilievo, tra le quali primeggiava per fattura e soggetto proprio quella raffigurante la santa, in atteggiamento altero, immersa nell'ambiente di cui era referente salvifica. Del resto, un simile incarico Tonietto lo ricevette anche per la chiesa di San Giuseppe del Cavo, eretta già nel 1902, ma solo nel 1935 arricchita di una canonica che poteva ospitare stabilmente un sacerdote.
Quella porta una volta chiusa, che si apriva solo alla domenica, quando da Rio Marina scendeva ad officiare, benigno e pietoso, don Andrea, ora è sempre aperta fino a tardo vespro scrive Concetto Marchesi, affezionato frequentatore del paese, in un articolo apparso sull' "Osservatore Romano" del 20 settembre 1942 dal titolo La valle di San Bennato e la Madonna del Cavo. Ad abbellire quella porta con figure ed episodi del Nuovo Testamento era stato appunto il Carletti, che all'artigianato affiancava, fin dagli anni della primissima gioventù, la passione e l'impegno politico.
La complessa realtà mineraria ed industriale della sua isola, le pesantissime condizioni di lavoro dei cavatori, minatori, operai, le aspre lotte sindacali che ne derivavano, in particolare il lunghissimo sciopero del 1911, durato quattro mesi, avevano forgiato e acuito la sua sensibilità verso i più deboli. Si riconosceva nel socialismo e nei suoi ideali di fratellanza, riscatto e giustizia sociale, che largo seguito avevano nella realtà mineraria e industriale elbana come risposta allo sfruttamento e al degrado in cui molti vivevano.
Già sull'Avanti del 29 giugno del 1902 era comparso un articolo di Guido Pasella - corrispondente dall'Elba de La parola dei socialisti, il periodico socialista della provincia di Livorno - che così si esprimeva: Lo sciopero dei minatori dell'Elba si presenta a noi sotto un aspetto assolutamente nuovo, se dobbiamo giudicare dal modo veramente corretto con cui questo si svolge. È difficile che un nucleo così forte di operai che non conoscono le discipline dell'organizzazione, che non sanno quali sono i loro doveri, in cui il sentimento dei loro diritti è molto più istintivo che ragionato, si mantenga sempre calmo e non dia alcun pretesto alle autorità per una repressione che sarebbe nociva straordinariamente al trionfo della causa che combatte con tanto ardore, all'Elba, dove il seme dell'organizzazione operaia - lo diciamo a nostro torto - è stato gettato in così piccola copia, dove l'organizzazione socialista era sconosciuta fino a pochi mesi indietro.
Quel seme insomma fruttificò rapidamente se due anni dopo, 3 luglio 1904, sullo stesso periodico, si dà notizia che a Rio Alto si è tenuto il congresso socialista elettorale e che dopo esauriente discussione fu nominato un Comitato Centrale da cui dipendono i sottocomitati dei diversi paesi dell'Elba.
Che effetto dovesse avere su un giovane generoso come Tonietto questo fermento di idee e il diffondersi di Società operaie di mutuo soccorso - presidente delle quali era Pietro Gori - su tutto il territorio, è facilmente immaginabile.
Gli anni della formazione politica sfociano naturalmente nella militanza.
Ed è così che nel 1920 diventa sindaco di Rio Marina: sono gli ultimi esercizi di democrazia concessi alla cittadinanza. Il mandato del Carletti finisce due anni dopo, in quell'autunno del 1922, che segna l'avvento del fascismo e la fine di giunte che non riescono a sopravvivere al mutato clima politico-istituzionale.
Da questa data al 1925 se ne avvicenderanno tre, della durata media di un anno ciascuna (con a capo rispettivamente un commissario prefettizio, un commissario regio e un sindaco eletto), finché, con l'instaurazione della dittatura vera e propria, sarà il governo a scegliere, attraverso i podestà, chi guiderà le amministrazioni comunali.
Il crollo delle istituzioni liberali, la sconfitta del socialismo e delle sue strategie, il profilarsi di un orizzonte orfano di quel sole dell'avvenire in cui aveva creduto e per il quale aveva sacrificato energie, tempo e affetti dovette essere per lui un autentico dramma, che lo esponeva inoltre, insieme alla sua famiglia, alle vendette dei fascisti nostrani.
Cominciò il periodo più difficile della sua vita. Rifiutandosi di prendere la tessera, fu boicottato in ogni modo sul lavoro, tanto che, per mantenere la moglie e i cinque figli che nel frattempo erano arrivati, fu costretto ad accettare le mansioni più avvilenti e a subire l'umiliazione dell'olio di ricino. Qualche amico sincero, come Napoleone Murzi, che era imbarcato, lo aiutava come poteva.
Seppure provato dalle ristrettezze, Tonietto non era certo fiaccato nello spirito: orgoglioso e lucido com'era, continuava almeno in famiglia la sua battaglia antifascista, cercando di aprire gli occhi alla nuova generazione, quella dei suoi figli e dei suoi nipoti, che, essendo nati nel ventennio ed educati, nelle regie scuole italiane, al culto di Mussolini, manifestavano a volte fastidio ai discorsi di quel padre, di quello zio, così anticonformista, critico e scomodo. Era meno complicato e faticoso credere, obbedire, combattere. E soprattutto meno pericoloso.
Comunque anche quei lunghi anni passarono e l'Elba visse, con la seconda guerra mondiale, l'esperienza della tragica occupazione tedesca e quella, certo non meno drammatica, per le modalità con cui si svolse, della liberazione. Il 17 giugno 1944 aveva inizio infatti l'operazione Brassard: truppe francesi, al cui comando erano anche senegalesi e marocchini, sbarcarono a Marina di Campo. I morti furono centinaia, specialmente tra i soldati di colore, e la resistenza tedesca ostinata. Occorsero quattro giorni per liberare tutta l'isola. Il 19 le truppe francesi, entrando da vincitrici a Rio Marina, ripristinavano in qualche modo la continuità col governo municipale antifascista.
È per questo che l'autorità civile del paese venne affidata nuovamente a Giuseppe Antonio Carletti, dopo ventidue anni. Era un gesto altamente simbolico e sicuramente gradito ad un uomo che alla libertà e alla democrazia aveva dedicato tanta parte della sua esistenza. La quale, purtroppo, si chiudeva non molto tempo dopo, il 13 gennaio del 1952.

