Il compleanno del pescatore biondo

- di Francesco Signorini

La figura imponente e viola del Vesuvio, quella mattina, si mostrava inconsueta in tutta la sua bellezza. La cima era tutta bianca, innevata, e la cosa donava un'aria ancora più autorevole al gran vulcano. Lo aveva sempre guardato con ammirazione e rispetto ed in cuor suo credeva che il Dio di cui tutti parlavano dovesse abitare lassù. Il Vesuvio giudicava, approvava e biasimava l'operato di coloro che abitavano le sue pendici. La foschia che qualche giorno lo avvolgeva, pensava, era presagio di male, perché permetteva agli uomini di distrarsi e di sentirsi distanti dal monte e dal suo giudizio.
Era per questo che qualsiasi cosa facesse ed in particolar modo quando riteneva di aver agito in maniera sbrigativa ed egoista, lui volgeva lo sguardo al vulcano per scorgerne l'umore.
Ed il Vesuvio rispondeva, vivo di vita, lasciando alla sua capacità di interpretarne l'umore attraverso i forti colori, che dal grigio al blu avevano sfumature infinite, ed attraverso il pennacchio di fumo che nell'aria assumeva le fattezze più diverse.
Quella mattina il Vesuvio era vestito a festa. Viola e bianco si ergeva nel cielo limpido osservando orgoglioso la sua città. Anche quell'aria fresca e pura che riempiva le narici di vita frizzante, pur spargendosi, s'interrompeva brusca ai confini del vulcano.
Il Pescatore Biondo si sentì felice e smanioso di cominciare la giornata. Ormai si poteva considerare un uomo.
Pochi giorni prima aveva compiuto dieci anni ed il padre gli annunciò che era venuto il tempo in cui doveva cominciare ad uscire con lui in barca e apprendere al più presto il mestiere. Erano troppi i segreti che voleva conoscere ed enorme gli appariva l'esperienza del padre per essere trasmessa tutta attraverso i soli racconti di quando tornava, a volte depresso ed a volte eccitato, ma in ogni caso stanco, alla banchina di Mergellina.
Lo aveva immaginato spesso il padre, forte e nervoso, in piedi sulla sua barca a tirar su le reti gonfie di pesci ed odorose di mare. Quelle reti che lui vedeva solo alle 10, quando sulla banchina aspettava il padre per aiutarlo a liberare i pesci ed a dividerli per categorie: polpi e seppie da una parte, minutaglia per zuppa da un'altra; saraghi, orate e spigole in una cassetta, cuocci, san pietro e scorfani in un'altra ancora. Poi ogni tanto c'erano le grandi sorprese, i pesci più rari, i trofei di cui poi si sarebbe parlato per una settimana intera. Capitavano grosse cernie, grosse spigole, dentici rosa e pesci serra. Verso settembre poi, quando c'era il passaggio, si tiravano su anche ricciole, tonni, tonnacchielli e alalonghe, impiglatisi nelle maglie delle reti.
Lui aveva imparato a riconoscerli tutti e di ogni tipo pesce immaginava un diverso carattere: la spigola cacciatrice, il sarago spaventato, il dentice austero, lo scorfano pigro, il polpo ingegnoso, la seppia nervosa. Per tutti provava grandissimo rispetto.
Aspettava ogni mattina il padre e con lui, dopo aver rammendato e piegato le reti, portava il carico al mercato dove il pesce veniva venduto a cassette al miglior offerente.
Il giorno del suo compleanno aspettò il padre con ancora più trepidazione.
L'uomo non poteva certo definirsi una persona espansiva e, come tutti i pescatori di Mergellina, era di poche parole e di pochi sorrisi. Era però un uomo giusto ed un uomo saggio e riusciva a trasmettere al figlio l'amore e la gioia di viverlo. Sapeva che il padre si sarebbe ricordato del suo compleanno. Compiva dieci anni e non si sarebbe aspettato un gran che, ma sapeva che il padre non avrebbe trascurato l'argomento.
Ed il padre non lo deluse.
Tornando dal mercato decisero di passare per via Caracciolo sebbene allungassero un po'. Si fermarono all'altezza della rotonda, dove c'erano chioschi di ambulanti, ed il padre gli comprò una limonata: era il suo regalo per il compleanno.
"Guagliò" -gli disse- "ti si fatto gruosso. Tieni dieci anni e mò te aie 'mparà a pescà, aie venì mmiezo o mare appriess a mme. A vita, piccerè, è comma na candela dint a na stanza scura: primma ca se consumma, ne aie appiccià nata"
Lui credette di capire il significato di quelle parole e senti' il gelo del limone paralizzargli il palato.