Indice
- Numero 52 - Giugno 2010
- L'Editoriale - Il mese dei poeti
- Mare nostrum
- L'uomo che creò il pennacchio del Vesuvio
- La regina delle Eolie
- Quella torre di Positano cenacolo di spiriti eletti
- Napoli nata da un'isola
- Marcello Veneziani, un viaggiatore al Sud
- Il lungo viaggio di mio nonno da un oceano all'altro
- Le passioni segrete di Corrado Ferlaino
- C'è una gallina in mezzo al mare
- Il fantastico reportage di Simenon dalla Tunisia
- Quando Dino andava alla guerra
- L'uomo di Setubal
- Il porto invisibile
- Il mistero delle Sirene
- La Costiera incantata
- La donna della Scala Fenicia
- Il reporter dell'Isola
Il fantastico reportage di Simenon dalla Tunisia
- di Maria Gisella Catuogno
Le impressioni dello scrittore in un viaggio del 1934. L'incontro di tre culture: la turca, l'araba e l'occidentale. Incredibili scene di vita quotidiana per le strade. L'arrivo del bey. La sala del trono. I quartieri riservati dell'amore mercenario, quello delle donne bianche e l'altro delle arabe. Un omicidio a coltellate conclude una lite improvvisa.
Il villaggio di Sidibou-Said dove è proibito fotografare. Il lago presso Biserta con un naviglio da guerra e gallerie sotterranee d'armamenti. Hammamet, meta degli omosessuali di tutto il mondo.
Siamo nel 1934: Georges e Tigy Simenon, nel corso della loro crociera nel Mediterraneo a bordo della goletta Araldo arrivano in Tunisia. Il Paese è colonia francese e quelle che seguono, in corsivo, sono le esatte parole con cui lo scrittore descrive l'impatto col mondo arabo.
Qui niente nebbia! Caspita, no! Un puro sole che vi entra nel midollo e persone, migliaia di persone che vanno e vengono, si sdraiano per terra, s'addormentano, si siedono nell'acqua, mangiano quel che trovano, bevono nel cavo della mano, saltano sul tranvai senza pagare, vi domandano due soldi, ve ne rubano dieci, vi chiedono non importa che e si beffano di voi nella loro lingua, persone che arrivano dal deserto per cambiare aria o che vi ritornano per vedere se fa meno caldo, che fanno l'amore con le puttane europee o con le figlie di Maometto, con giovani ragazzi o con le capre, indifferentemente, per sentirsi vivere; che alzano la loro veste bianca per pisciare guardandovi con occhio beffardo o per fare, con una gravità da pontefici, le abluzioni rituali; persone che hanno il diritto di entrare nelle nostre chiese e ingravidare le donne bianche ma che vi dissanguerebbero come maiali se vi immaginaste di oltrepassare la soglia delle loro moschee o afferrare una figlia dell'Islam...
Arrivati in porto, mentre l'equipaggio è indaffarato all'ormeggio a un molo di legno, Tigy prende la macchina fotografica per qualche scatto. Ci sono infatti lì attorno arabi e neri occupati a caricare brocche d'acqua sulle chiatte e a scaricare tartane cariche di sabbia con ceste che trasportano sulla testa; accanto, altre persone fanno bagnare nell'acqua profonda i cavalli o si bagnano essi stessi. Mentre inquadra la scena, l'arabo più vicino, che lavora da scaricatore con una veste annodata attorno alle reni, scosta la veste mettendo in bella mostra i suoi attributi sessuali. Ecco! Siamo a Tunisi annota Simenon qualche giorno dopo e, per far capire meglio quel mondo, racconta gli episodi di cui è stato testimone.
L'arrivo del bey, il signore, il responsabile fiscale e militare della circoscrizione amministrativa, dopo un magnifico viaggio in Francia, ora madrepatria della colonia tunisina, è accompagnato da un'accoglienza grandiosa. Ovunque sventolano bandiere e si accendono tappeti rossi; la stazione marittima assomiglia a un salone di ricevimento. Biancheggiano le uniformi piene di galloni delle autorità francesi e spiccano, dietro di loro, i fez e le redingote nere dei principi. Ancora più in là, si mostrano gli ufficiali del palazzo in vistose divise e oltre i cancelli si agita una folla variopinta, chiassosa, che inganna il tempo cantando e ballando. Si incontrano, in simili circostanze, tre culture, la turca, l'araba e l'occidentale, che tentano di fondersi, con qualche risultato e molti fallimenti.
In questo morso d'Africa lambito dal deserto ma proiettato nel Mediterraneo, vivono francesi vestiti sontuosamente, che hanno imparato a galoppare con disinvoltura sul cavallo o sul cammello; capi indigeni che sfoggiano la nobiltà di certi principi descritti nei romanzi storici nostrani; popoli nomadi, fieri e orgogliosi del loro pellegrinare, che hanno occhi d'ebano e portamento regale.
Del palazzo del bey, che Simenon visita, lo colpiscono due presenze apparentemente opposte, ma entrambe significative di una mentalità al contempo arcaica e pretenziosa: la sala del trono e il gabinetto. Il trono è vero, una specie di poltrona coperta di velluto rosso sulla quale sta tanto di cartello, Divieto di sedersi; il gabinetto è un minuscolo locale con un vaso in porcellana, ma senza sedile: poco sopra c'è una tavola forata ricoperta di velluto rosso e ornata di frange.
Lo scrittore, come ospite illustre, è ammesso a visitare il quartiere riservato. Ne esistono due con fondi che si affacciano su strade non più larghe di un metro e la cui porta si chiude dopo che un cliente è entrato: il primo è di donne bianche e gli arabi vanno e vengono in quelle viuzze, varcano le soglie, discutono le tariffe, fanno quel che devono fare e se ne vanno; il secondo è di donne arabe e là ... è tutta un'altra faccenda. Le case sono candide, le porte sostituite da cancelli di ferro lavorato: oltre, una scala in pietra sale al primo piano, sulla scala stanno donne tranquille e sorridenti, talvolta di tre generazioni diverse, ragazze, mamme, nonne senza denti. Nel quartiere numero uno dominano il chiasso, lo schiamazzo, il suono di un fonografo, il riso a volte sguaiato; nel secondo la pace. Sono ammessi solo gli arabi avvolti nella loro gandoura che sostano davanti ai cancelli, parlano sommessamente a una sagoma di donna che si intravvede oltre, a volte per un'ora o due. È il rito del corteggiamento. Soltanto dopo, l'uomo entrerà, sparirà col lei in una stanza del piano di sopra, fresca e ombreggiata, dove altre donne attraenti attendono distese sui divani.
Per gli occidentali questo è tabù come anche soltanto contemplare il volto delle arabe, nascosto dal velo nero. Simenon è testimone di un assassinio. Succede che un giovane s'intrattenga troppo a lungo con una donna e chi è in attesa del suo turno si spazientisca; per l'incauto amante non c'è scampo: una coltellata alla gola gli recide di netto la giugulare; un grido soffocato, qualche passo barcollante e si accascia a terra ai piedi di un muro, morendo dissanguato. Accorrono gli occidentali in visita e qualche arabo, si chiama il poliziotto che, senza quasi proferire parola, arresta l'assassino e si occupa di chiamare qualcuno che porti via il cadavere. Poco dopo un piccolo cavallo arabo che trascina una specie di carretta entra nella viuzza e raccoglie il corpo senza vita.
A una finestra, i visitatori scorgono una ragazza molto giovane e uno di loro chiede l'età: subito lei non capisce, poi, quando lo fa, si mette a ridere. Non lo sa e scuote la testa.
Perché gli arabi non sono così sprovveduti da tenere il conto degli anni che passano: quando nasce la peluria, si ha l'età per amare; quando i capelli diventano bianchi, si ha quella della saggezza, quando poi cadono i denti ...
Simenon, rientrando sull'Araldo, vi scorge attorno persone che dormono
sopra mucchi di sabbia e di ghiaia; altri che nel cuore della notte bagnano i loro cavalli o i loro asini:
... hanno osservato passare il bey in bianco, i principi in redingote nera e i francesi in grande uniforme. Sono contenti, tanto più contenti perché nella folla hanno rubato qualche portafoglio. E uno di questi giorni ripartiranno verso sud senza nemmeno sapere se la Tunisia è un protettorato, una colonia o un impero e senza dubitare che migliaia di persone si prendono la testa a due mani domandandosi se potrà o no esportare il vino, se occorre sradicare le vigne, se il grano sarà ammesso in Francia o se occorrerà bruciarlo, se ... Queste storie, come la questione di sapere se ci sarà o no una Costituzione e quale ne sarà la forma, è buona per i giovani arabi con gli occhiali che sono andati a studiare sul continente e hanno preso sul serio quel che hanno appreso.
Hanno fondato dei giornali!
Che dico? Scrivono persino articoli d'economia politica proprio come se, da qualche parte, al giorno d'oggi, esistesse un'economia e una politica.
A qualche chilometro da Tunisi, ancora lungo la costa, si distende al sole africano un villaggio ricco di fascino orientale, il cui nome è Sidibou-Said. Sopra il promontorio roccioso che s'affaccia sul mare, sorgono palazzi i cui proprietari, di solito caid, vivono circondati di fasto e di mistero. Simenon ne percorre le quiete stradine e, giunto su una collina dominante un verde pendio che va a finire sulla riva del mare, inquadra con la sua macchina fotografica il paesaggio circostante per conservarne qualche immagine.
Qualcuno gli tocca la spalla educatamente e gli dice: "Proibito! Difesa nazionale!" Lo scrittore sorpreso dall'inatteso divieto, riesce a balbettare soltanto un: "Ah! Bene ... Ah! Bene". L'uomo, un italiano incaricato del rispetto della difesa nazionale francese, a propria volta dimostrando di non volergliene, gli augura la buona serata.
Un paio di giorni più tardi, mentre l'Araldo è ormeggiato nel porto di Biserta, Simenon scorge, poco oltre, in un lago salato, del naviglio da guerra: il suo proposito di potersi muovere almeno col canotto si rivela perciò impossibile da mettere in pratica; viene a sapere infatti che sottoterra si costruiscono cose formidabili, serbatoi a nafta e non so che cosa, che saranno al riparo dalle bombe d'aerei e da tutti i pericoli della vicina. Logicamente è vietato a chiunque avvicinarsi, a parte gli addetti ai lavori. Che sono poi operai italiani o maltesi.
Prima di lasciare l'Africa, ha modo di accrescere le sue conoscenze, venendo a sapere che un villaggio arabo tra Tunisi e Gabes, ricco di palme, d'ulivi, di case bianche al sole, di una moschea, di un mare che dire bello è poco, di spiagge dalla sabbia dorata, di palazzi in stile orientale con annessi deliziosi giardini, il cui nome è Hammamet, è la Mecca dell'omosessualità: qui convengono signori, alcuni dal nome illustre, di tutte le parti del mondo, dalla Norvegia all'Australia, che, con la maggiore discrezione possibile, quasi uniti da giuramento religioso, si danno appuntamento in quest'angolo della Terra, per essere finalmente se stessi, avvolti nella comoda gondoura araba che conferisce maestosità a chi la indossa. Di solito passeggiano nei cortili ombreggiati, come filosofi greci con i loro discepoli; talvolta invece si fanno scorgere mentre osservano di nascosto l'uscita dei soldati dalle caserme.
Vive a Hammamet anche un'anziana lady inglese, molto distinta, con la sua segretaria. Ora, è accaduto che questa si sia innamorata del segretario di un signore scandinavo e si sia appartata, una notte, per fare con lui ... l'amore! Qualcosa cioè di assolutamente inusuale tra un uomo e una donna a Hammamet!
È accaduto due anni fa e l'offesa non è ancora stata dimenticata!
(Tratto da "Vento nelle vele", Aletti Editore)

