Il guardiano del faro

- di Giuseppe Pompameo

Storia fantastica del solitario fernando estevan sull'isola di un arcipelago dimenticato alla fine del mondo.
Notti trascorse a far luce, fosse luna o burrasca, ai sogni liquidi di balene e marinai, a fantasticare scie senza ritorno, a una latitudine di silenzio dove improvvisamente non passò più una nave, un transatlantico, un bastimento, un peschereccio. L'attesa di nulla e la fine.

Troppa notte, quella notte, troppa notte perdio, pensò Fernando, mentre guardava sotto di sé l'isola che dormiva, la sua "vacca isola", come con affetto misto a disprezzo la chiamava lui ogni volta che si sentiva solo. Troppa notte, troppa notte. E poi quella maledetta foschia, una caligine inspiegabile calata come un sipario d'ovatta tra i suoi occhi e il mondo, tra mare e cielo, un cielo sereno che più sereno di così quasi quasi s'impazziva.
Brutto segno. Da qualche settimana il tempo, laggiù, sembrava essersi fermato. Sì, è vero, il faro, a intervalli regolari, continuava a intiepidire l'acqua col suo fiato di luce intermittente, eppure qualcosa stava cambiando.
Una prova? I misteriosi cali di tensione che, sempre più spesso, lo costringevano ad attivare il gruppo elettrogeno per non restare al buio. E adesso, cavolo, anche tutte le comunicazioni, telefono compreso, s'erano interrotte, poco dopo mezzanotte, saltate di colpo senza una causa apparente.
Ma ciò che più insospettiva Fernando era l'insolita calma dell'oceano, una bonaccia lattiginosa, sospesa nell'aria come un presagio. Da giorni di là non passava un piroscafo, una petroliera, un peschereccio, come se il mondo intero avesse cambiato rotta, lo avesse lasciato, in completa solitudine, a fissare il vuoto.
Da cinquant'anni, anzi cinquantuno, Fernando Estevan, un omino basso così, tutto muscoli e fantasia, faceva il guardiano del faro su quell'isola di neppure cent'anime, persa in un arcipelago dimenticato alla fine della Terra, dove viveva da solo e da solo avrebbe desiderato morire se il buon Dio avesse voluto. Ne aveva appena compiuti trenta la mattina che, voltate le spalle alla città, era partito per il suo esilio volontario, lontano dalla vana fatica di capire gli uomini e le loro troppe parole. Lo avevano tradito, ferito a tal punto, le parole e gli uomini, che ad un cuore semplice come il suo non era rimasto altro che scappar via da tanto dolore.
Ed allora, superato l'esame e le prove attitudinali, s'era ritrovato su quello sputo d'universo, metà brullo, metà selvatico, ad illuminare dall'alto le vie dei naviganti e, perché no, a viaggiare, con l'immaginazione, ché quando tirava vento pure l'isola sembrava galleggiare alla deriva verso chissà quale ignoto continente.
Per cinquant'anni, anzi cinquantuno, sempre uguale la sua vita, tutta casa e faro, faro e casa, che poi per Fernando erano la stessa cosa. Nel faro, infatti, Estevan ci abitava, unico inquilino, all'ultimo piano, una specie di superattico, o meglio, di mansarda vista infinito che la notte si accendeva d'una tenue penombra blu, proprio come una grande lampadina capovolta. Gli anni di Fernando erano trascorsi così, a far luce, fosse luna o burrasca, ai sogni liquidi di balene e marinai, a fantasticare scie senza ritorno, chilometri d'acqua.
Eppure da un po' di notti in qua ci capiva poco, quasi più niente, nemmeno una barca, una qualunque, che incrociasse quella latitudine di silenzio, dove ora tutto pareva inanimato, con la nebbia che ormai anche di giorno, anche quando nei ricordi di Fernando tornava la tramontana, non mollava mai la presa.
Che strano. Provava a non pensarci, ma avvertiva, via via più nitida, la sensazione che adesso, lassù, si stesse per consumare il suo destino. Inquieto, scrutava con il cannocchiale la curva dell'orizzonte, aspettando di avvistare finalmente qualcosa che gli togliesse quell'idea dalla testa, un puntino che sbucasse all'improvviso dall'oscurità. Ma non c'era verso, da est ad ovest, da nord a sud, solo nebbia, nebbia e distanze, miglia e miglia di mare largo senza l'ombra di una nave, fosse pure una nave fantasma. L'attesa, attesa di nulla, cominciava a logorarlo. Giù, in paese, non scendeva più da mesi, aveva perfino rinunciato a far provviste per l'inverno. Non voleva vedere nessuno, che lo lasciassero in pace. E chi, d'altra parte, conoscendo il suo carattere scontroso e solitario, insomma un po' da orso, si sarebbe mai premurato di andarlo a cercare? In realtà Fernando non aveva alcuna voglia di incontrare gente, di mangiare ancora meno.
Desiderava poco, starsene da solo con la bottiglia di rosso accanto ad aspetare chi, che cosa, vallo a sapere. Se poi certe sere si fermava a riflettere che aspettare è già un po' morire, i suoi occhi, due pozzi scuri di malinconia, lentamente si inumidivano e un sordo malessere gli intorpidiva i muscoli, la mente e il cuore.
Troppa notte, quella notte, troppa notte perdio, concluse, e ripensò a tutte le volte che era salito con la fantasia su quelle navi di passaggio, salpate da città lontane per città lontane che non avrebbe conosciuto mai. Le petroliere, i mercantili, gli facevano immaginare tratte esotiche, tempeste, porti e angiporti affollati d'osterie e puttane, i transatlantici, terre promesse, le navi da crociera, cene a lume di candela, orchestrine, balli lunghi come sogni in mare aperto. Quante sere, ascoltando l'eco delle note dietro i vetri della sua postazione a un tiro di cielo dalle nuvole, era sceso pure lui in pista, giovane e pieno di belle speranze, con lo smoking tirato a lucido, a danzare sul ponte con donne meravigliose dai seni grandi color di luna, dai fianchi morbidi come sorrisi, gli sguardi accesi dalla luce di tutte le stelle del firmamento messe insieme, quando il buio era terso.
Ora quelle melodie non gli sembravano altro che una struggente compagnia, memoria di un tempo che non c'era più, se mai c'era stato, in fondo nostalgia, magari il modo più dolce per morire. La grande passione di Fernando Estevan, però, erano sempre stati i pescherecci. Appena il faro li scopriva soli fra le onde rispondevano puntuali, un colpo di sirena nel nero pesto dell'aria e addio. Era come se, per un istante, ognuno di loro gli gridasse: "Sono anch'io qui, vecchio mio, anch'io qui, perduto nella notte, a navigar la vita, questo tempo, indifferente, che ci resta, che ci passa tra i denti, nelle ossa, perché solo il mare sappiamo navigare, solo il mare ci aspetta, perché per noi navegar es preciso". Così c'era scritto, dipinto a fuoco, sulla fiancata del suo barcone preferito.
Fernando si voltò di scatto e osservò l'orologio a muro: che strano, nebbia anche lì, sul quadrante, tra i numeri e le lancette. Riuscì a malapena a intravedere l'ora. Meno cinque alle tre. Intorno a lui ancora quella foschia bastarda, fitta, impenetrabile, foschia e silenzio, un oceano di silenzio. Passò un quarto e il cuore cominciò a battergli ad un ritmo irregolare - bum bum, bum bum - sempre più forte, sempre più forte, poi sempre più piano. Allora una specie di visione, qualcosa a metà tra l'incubo e il sogno, gli si materializzò davanti. Immaginò che l'isola, a forza di andare alla deriva, si fosse talmente allontanata dal mondo da uscir fuori da ogni rotta, smarrita in alto mare come una nave in bottiglia, che, dunque, nessuno ormai sarebbe più passato di là, per la semplice ragione che l'isola non stava più là, né da un'altra parte, che forse era troppo persino aspettare.
Da ponente si levò una bava di brezza, acre di freddo e salsedine, che agitò il sonno dei pesci. Fernando si passò la mano tremante tra i capelli bianchi, poi sulla fronte, a cercare infine la traccia delle rughe, come un bambino cieco che col dito disegna itinerari sconosciuti su un atlante geografico. Stanco di ricordare, chiuse un secondo le palpebre, quindi le riaprì e, chissà perché, guardò su, sopra la sua testa. Un attimo. Un attimo soltanto. Dal soffitto, mentre il faro puntava l'altra metà del mare, in controluce si riconobbe esanime, pallido, riverso a terra, già più alto del suo metro e sessanta, gli occhi spalancati a fissar sé stesso che, come un'ombra di vento, volava via.