Il mancato capitano di mare che da Forio è andato alla scoperta dell'Africa nera

- di Nino Masiello

Gino Coppa partì per incontrare il padre che costruiva strade in Uganda, e gli scriveva di leoni, tigri ed elefanti, e scoprì il Kenia, il Congo, il Ruanda Urundi.
Al suo ritorno a Ischia iniziò la sua fantastica stagione pittorica dedicata al continente nero. I tuareg e i masai del Maghreb.
Pittore già a sei anni quando ricalcava e colorava la testa di Mussolini.
I maestri e le ispirazioni.
Quelle tele su Forio vendute a Istanbul.
Il tempo del Bar Maria e le mostre in tutta Europa.
La passione per l'arte trasmessa ai figli: una pianista, una pittrice iperrealista e un ceramista.

L'omone sorridente dalla folta barba e dal copricapo multicolore che siede all'aperto del piccolo bar a cinque metri dal cinema Paradiso di Forio, che qui si chiama "Delle Vittorie", l'ultima creatura di Armandino Matarese buonanima, è il solo pittore italiano che ha fissato su migliaia di tele l'Africa e il Maghreb. "Luigi 'o prufessore" per gli indigeni di una certa età, Gino per tutti.
Gino Coppa, artista celebrato che, invece, schivo di natura, tanto da sembrare orso, si è sentito profeta in patria soltanto una volta, quando, per solennizzare i suoi primi settant'anni, l'amministrazione comunale del Torrione, in testa il sindaco-otorino Franco Regine, figlio del fu Michele "bacchettone", corrispondente per una vita de "Il mattino", volle festeggiarlo con una piccola antologica.
Al Museo civico del Torrione, dove era la casa e il laboratorio di un valente scultore, Giovanni Maltese, e nella "Colombaia", la sontuosa villa-alcova di Luchino Visconti, sulla collina di Zaro, tutta Forio sfilò davanti ai quadri e ai bozzetti maghrebini di Coppa.
Successe meno di un anno fa, ma il ricordo è ancora così vivo che il sindaco pensa di riproporre quella duplice mostra nell'ambito del programma "La memoria ritrovata" nella prossima primavera. Sarà un problema convincere Gino a tirar fuori dal suo studio al rione Genale, nel cuore della vecchia Forio, dove erano le baracche dei poveri cristi, le preziose tele che spesso viaggiano in Europa, richieste ad appuntamenti importanti, soprattutto in Germania dove il pittore foriano è già una leggenda.
"La figura di Coppa - dice il sindaco Regine - si iscrive a tutto tondo nel solco della grande tradizione artistica foriana che va dal Calise al Di Spigna, a Maltese, non solo per la grande forza innovativa della sua opera, ma anche per essere stato ed essere ancora, con vivacità, il punto di riferimento della cultura autoctona che negli anni dal '40 al '60 ha rappresentato il nuovo rinascimento culturale di Forio nato intorno ai letterati e agli artisti frequentatori del Bar Maria".
Dal Torrione al Maghreb e ritorno, Coppa ha una intrigante storia personale inedita che ora, cedendo a un sentimento fatto di stima e di amicizia, ha deciso di raccontare.
" Partendo da Forio, sono stato nel Maghreb, per la prima volta, nel 1976. Ma l'Africa la conoscevo già da molto tempo. Da molto prima del 1957 quando, alla ricerca di papà che vi lavorava da tanto tempo, impegnato a costruire strade con la Sperling Asfalti, andai nell'Africa più lontana, in Uganda.
"Nelle sue lunghe lettere papà mi aveva sempre detto dell'Africa e io, poco più che bambino, avevo finito per innamorarmi di quei suoi racconti veri, visti e vissuti con gli occhi grandi. Mi dicevano della natura, dei serpenti, di vipere imperdonabili, di leoni, tigri, elefanti. Erano racconti molto forti, mi viene di dire...espressionistici.
"A ventitrè anni partii per Istanbul, invitato a una mostra organizzata dal Centro studi italiano. Non era la prima volta che emigravo con i miei quadri perché, dopo aver esposto due anni prima alla Quadriennale d'arte di Roma, viaggiavo spesso, in Italia e all'estero. Quello stesso anno avevo trascorso un periodo di studio e di lavoro a Hofheim am Taunus, su invito e ospite di Hanna Bekker vom Rath, mecenate e gallerista tedesca. Nella sua "Blaue Haus" erano stati ospitati valorosi artisti come Alexej von Jawlenski e Kar Schmidt-Rottluff. Per tre mesi avevo dipinto paesaggi del Taunus che esposi, poi, in una personale a Francoforte.
"Andai poi a Istanbul e da lì decisi che era l'ora di partire in cerca di mio padre. Gli spedii un telegramma, mai arrivato, per annunziargli il mio arrivo in Uganda, e dopo alcuni giorni e notti di viaggio, spesso su camion, finalmente arrivai nei pressi del grande Queen Elizabeth Park dove era in quel momento il cantiere di mio padre. Il suo alloggio era una baracca di ferro su ruote che, trainata da un trattore, veniva spostata lungo la strada in costruzione.
"La sera, intorno al fuoco acceso per tenere lontane le iene, mio padre riprese i racconti che mi aveva fatto per lettera, questa volta dal vivo. Luigi, vedi quell'albero lì? Ieri abbiamo visto che un enorme pitone se ne era impossessato...E quando andavamo a dormire venivamo spesso svegliati dal rumore degli elefanti che venivano a grattarsi la schiena sulle lamiere della baracca..."
Da Kampala Luigi si sposta in Kenia, in Congo, nel Ruanda Urundi e quando rientra a Forio inizia un'intensa stagione pittorica dedicata all'Africa Nera e man mano espone quell'intensa produzione in Austria, in Grecia, in Svizzera, a Parigi, a Monaco di Baviera. Sposa una foriana come lui, Anita Verde, arrivano Teresa, Marianna e Giovanni. Manco a dirlo diventeranno tre artisti: pianista la prima, pittrice iper-realista la seconda, ceramista (e fotografo) l'ultimogenito.
Il Maghreb arriva nel 1976, quando Coppa lo attraversa. Comincia così un lungo ciclo pittorico ispirato alle genti e ai paesaggi di quel "continente", quasi nella lontanissima scia di Daguerre che, nel 1800, attraversando quelle terre, inventò il dagherrotipo, colpito dalla forza della luce che dimezzava i tempi di posa rispetto al resto del mondo.
Il Maghreb, tuareg e masai. La pittura di Coppa - scrive il critico Giovanni Bonanno, che ha a lungo studiato l'intera opera del nostro - "è tutto palpitante di architetture umane, di corpi avvolti in mantelli e chador, uno spazio occupato per intero da figure grandiose che si muovono con parole e gesti felpati. Rappresentano l'energia e il sentimento di natura. Nessuna teatralità. Solo la coscienza d'essere nel faticoso fluire del tempo, sotto la violenza del sole o nel pallore della luna, immagini che comunicano segreti".
- Pittore da quando?
"Da sempre, praticamente - dice Coppa, - per lo meno da quando avevo sei anni. Non di più. Ricordo che a quell'età spesso ritagliavo dai giornali la testa di Mussolini, che poi ricalcavo e coloravo. Prendevo come modelli i miei coetanei e li facevo diventare figure di acquerelli. In un certo modo aiutavo il bilancio familiare disegnando le cifre che poi le ricamatrici del paese trasferivano sui corredi delle promesse spose".
- Vocazione assecondata?
"Tra guerra e lavoro mio padre era sempre fuori. Mia madre, invece, voleva ostinatamente avviarmi alla carriera di capitano di lungo corso che a quei tempi era l'unica via di sbocco per un foriano non possidente. Ma io il mare lo amo da lontano, disegnavo e disegnavo tutto quello che mi ispirava, mia madre si rassegnò. Conoscevo i quadri del pittore foriano Mendella, che viveva fuori paese. Sua sorella, che viveva a Forio, mi permetteva di vedere quadri di sapore ottocentesco, pieni di scogli trasparenti che mi facevano sognare. Un altro pittore di riferimento è stato Fiorentino, anche foriano, andavo a curiosare nel suo studio finchè non perdeva la pazienza sentendosi osservato.
"Un mio parente mi presentò al famoso pittore tedesco Eduardo Bargheer, che viveva a Forio ed era uno dei pilastri del Bar Maria. Bargheer mi incoraggiò a studiare e, grazie alla benevolenza del cardinale Lavitrano e di un deputato fascista, che mi fornì una tessera per viaggiare gratis da Forio a Ischia e viceversa, dopo le medie mi iscrissi all'Istituto d'arte. Intanto mio padre era tornato a casa e aveva aperto un bar, dove lo aiutavo, senza mai trascurare la pittura. A quel punto furono i miei a incoraggiarmi nel proseguire gli studi, per via del...pezzo di carta. Così frequentai e mi diplomai a Napoli all'Accademia di belle arti. Ma già partecipavo a mostre di un certo rilievo, anche senza il pezzo di carta...".
- Tanta Africa, e Forio?
"Per cinque o sei anni ho dipinto Forio, ma vendetti tutto a Istanbul, mi rimane ben poco".
Non promette, Gino, ma forse fa un pensiero a quella "memoria ritrovata" che vuol riportare alla luce, lodevolmente, i segni di un'altra Forio, segni nobili di un tempo nemmeno tanto lontano. E allora Gino risponderà all'appello, da uomo d'onore e da foriano doc.

Il mancato capitano di mare che da Forio è andato alla scoperta dell'Africa nera