Indice
- Numero 36 - Aprile 2008
- L'Editoriale - Onda su onda
- La Cina č vicinissima
- Un matrimonio caprese nella grotta di Matermania
- Irlanda, tutto un film
- I portici di Cave de' Tirreni
- La cittā sommersa
- La donna mito di Forio d'Ischia
- A Maracaibo per cercare la figlia del Corsaro Nero
- Quel piccolo mondo antico a Marina di Capo
- L'ultimo paladino degli orologi da torre
- Quando Anna Magnani concluse con un lancio di piatti il suo amore per Rossellini
- L'uomo buono di Filicudi
- Il piccolo grande uomo uscito dai vicoli di Genova
- Una notte con i Tuaregh
- Il vecchio e il fiume
- Il cecchino delle stelle
- Il mare, culla degli uomini
- Una flotta di mascalzoni
- Il reporter dell'Isola
Il mare, culla degli uomini
- di Tina Cacciaglia
Una barca per dormire, dondolante in rada. Ricordo di una notte tranquilla di maggio in un porto.
E' come l'antico piacere che, non ancora nati, godemmo nelle nostre madri. Una ebbrezza leggera e l'abbandono.
La nostra resa all'instabilità e, poi, il mal di terra.
Il beccheggio all'alba: erano dei pescatori che armavano le barche di fianco alla mia.
Un risveglio indimenticabile.
Non vi è luogo più accogliente per dormire di una barca che, tirata dalle cime, riposi accanto a un molo o che, ferma all'ancora, dondoli in rada.
Ti distendi nel buio della cabina, chiudi gli occhi e il mare ti avvolge, lo senti scorrere intorno lungo le mura e sotto il paiolato, ed è allora che devi lasciarlo entrare dentro di te, onda a onda, a invadere la mente con il suo andare e tornare lento. Non devi resistere, se cercherai con la forza la stabilità delle tue gambe o della tua testa e di riappropriarti dell'immobilità della terra ferma mai ti sarà amico.
Il mare ha bisogno che tu ti abbandoni e che accetti di farti trasportare.
É come l'ebbrezza leggera a cui si arrende chi sa bere, ma il novellino che non conosce l'arte di darsi alle cose, resiste all'alcol che leggero gli svaga la mente e viene colto dalla nausea. Così è il mare, se tu ti doni a lui, ti copre e ti avvolge e come una mamma ti culla. Per noi adulti non ci sono altre culle se non le barche ancorate nei porti.
Dormire in barca è rivivere l'antico piacere che, non ancora nati, godemmo nelle nostre madri. Il mare ci chiede questo: la nostra resa alla sua instabilità.
Ho sofferto di mal di terra, mai di mal di mare. Quando dopo una lunga navigazione si giunge in porto e con i piedi si tocca la banchina e si muovono i primi passi sulla terra ferma, ecco che lo stomaco si ribella, la testa gira, la terra si rifiuta di muoversi come il nostro corpo vorrebbe e si vacilla. É il male dei marinai, è il male di tutti coloro che sanno affidarsi al mare e gli dicono cullami, mi fido di te, insegnami a camminare docile mentre mi pieghi con le tue onde, insegnami a dormire nel tuo abbraccio.
Anche una nenia ci dona il mare. Lo sciabordio della risacca, l'onda che veloce si frange sulla banchina e lungo le mura delle barche per l'ingresso in porto di un altro natante. È un brusio, uno sciacquio continuo, a volte più simile a un sussurro, a volte più forte e autoritario.
Se si dorme in grandi porti, nel cuore di notti tranquille quando il mare è specchio nitido per le luci della città intorno, allora si ode solo un leggero rullio, quasi un accenno, poi improvvisamente, per l'ingresso di una grande nave, il mare prende a sbatacchiare violento le barche tra loro, le cime si tendono, i parabordi si urtano stridendo, chi dorme si sveglia di soprassalto, ma sa che il mare tra breve, tra solo un po', riporterà il sonno riprendendo il suo dondolio sereno.
Così doveva essere anche per noi quando da piccoli venivamo svegliati da una improvvisa paura, sogno o bisogno, ma la mamma, tra le braccia o nella culla, subito riprendeva la nenia e ci dondolava lenta. Addormentandoci.
Ed allora il mare, sostantivo maschile singolare, diventa madre: utero gravido, liquido in cui galleggia la vita.
Delle prime volte che dormii a bordo, ricordo piacevole un risveglio.
Era stata una notte di fine maggio, tiepida e tranquilla, ma alle prime ore del giorno la mia barca prese a beccheggiare e io mi destai, poi udii dei rumori insistenti lungo le mura di dritta, infine delle voci molto vicine. L'aria era tersa, il sole ancora lontano dallo splendere e l'alba illuminava di una luce bianca, abbacinante le cose.
Ricordo che mi alzai e uscii nel pozzetto.
Erano dei pescatori che armavano le barche di fianco alla mia.
Sistemavano su piccoli gozzi e reti e nasse, lanciandosi richiami in un puteolano così stretto che per me era incomprensibile.
Non penso di aver mai assistito ad un alba più bella: io sola nel pozzetto, il silenzio del porto, il mare immoto e i pescatori, quelli veri, a un passo da me.

