Indice
- Numero 33 - Agosto 2007
- L'Editoriale - Bikini di Agosto
- Le cinque vele del Cilento
- A cena con la luna
- Il mecenate della scuola di Capri
- Le volte a botte di Anacapri
- Il buen retiro ischitano di Luchino Visconti
- Quelli del Victory
- A Rimatara, in cargo ai bordi del mondo
- Un uomo di Pantelleria
- Il volto di Ischia
- L'ultima canzone di Edith Piaf per Marcel Cerdan
- Il cuore felice di Lud
- La libertà corre sul filo
- Il marinaio che viene dalla montagna
- L'estate della "Rossellina"
- Fuga a Procida
- Il reporter dell'Isola
Il marinaio che viene dalla montagna
- di Francesco De Luca
Il canottaggio ha avvicinato al mare Domenico Perna, oggi trainer del Circolo Posillipo, vittorioso con l'otto jole nell'ultima Coppa Lysistrata. Gli insegnamenti di Aldo Calì alla Canottieri.
La scoperta di Roberto Bianco, un ragazzino di piccola statura, divenuto capovoga decisivo.
La prima domenica di maggio ha rischiarato col suo sole primaverile il volto di quella Napoli che si è riscoperta sportiva e amante del mare. Lo specchio d'acqua antistante il lungomare Caracciolo si è tinteggiato coi colori dei circoli remieri campani, una folla gremita di appassionati e curiosi ha incorniciato l'evento della monumentale regata storica: la Lysistrata, organizzata fin dal 1909 dal Circolo del Remo e della Vela Italia.
Smanioso di riconquistare la gloriosa coppa il Circolo nautico Posillipo ha disposto nel campo di regata tutta la sua forza remiera rappresentata da Aldo Tramontano, Valerio Massimo, Dimitri Malventi, Luca De Maria, Gioacchino Cascone, Mauro Mulazzani, Christian Santandrea, Giuseppe Minichini, e dal timoniere nonché stratega Marco Barattolo. E così l'otto jole rosso-verde in uno slancio di sintonia, potenza e velocità è riuscito ad approdare ad un risultato con un vantaggio di tre secondi sul club di Santa Lucia, l'Italia. Dopo il trionfo, l'intervista al trainer posillipino e direttore tecnico regionale, Domenico Perna.
- Pensa che la formula della Lysistrata sia valida?
"La formula disposta dal Circolo Italia è ottimale, perché tutte le società possono mettere in gioco un equipaggio competitivo, e quindi ne viene fuori anche, per la distanza breve, un buona competizione, veloce, divertente, di tensione emotiva di un certo livello, e di grossa tradizione, che è la cosa più importante. E' una gara emozionante più che squisitamente tecnica e che crea pure un po' di promozione e pubblicità, diventando anche un evento mondano".
- Secondo lei quanto è considerato il canottaggio in Italia? "Il canottaggio più che uno sport è una disciplina sportiva, non è un gioco che attira, e quindi va controtendenza rispetto alla propensione sociale dei giovani al divertimento. La disciplina sportiva impone delle regole precise, tali da sacrificare il proprio tempo libero e da utilizzarlo in maniera diversa".
- Com'è cambiato il livello tecnico del canottaggio a Napoli? "L'evoluzione tecnica c'è stata grazie alla volontà di sperimentazione degli allenatori. Se andiamo veramente indietro parlo di Arturo Cascone che è stato lo scopritore di Giuseppe La Mura, che poi ha portato avanti gli Abbagnale; e allora il canottaggio è cresciuto, ha acquisito un nome, una simbiosi fra canottaggio e il cognome Abbagnale".
- Qual è il suo rapporto con il mare?
"Io nasco in campagna e mi definisco un marinaio agreste, che ama profondamente la campagna però non disdegna il mare. Ho unito in maniera brillante queste due cose, poiché sono un amante profondo della natura".
- Dove ha iniziato a praticare questo sport?
"Alla Canottieri Napoli, con Aldo Calì, che è ancora l'attuale allenatore. Due anni nella categoria ragazzi, due anni junior e due anni di senior B, dopodiché ho cominciato a collaborare con Aldo Calì come aiuto-allenatore e poi sono passato al Posillipo".
- Quali sono le doti di un canottiere? "Una grande dedizione, la passione, come in tutte le cose che hanno un obiettivo elevato, e una grossa motivazione, la capacità di condividere delle difficoltà e delle gioie in uno spazio ristretto che è quello della barca, dove devi stare per quelle due, tre ore di allenamento".
- Quale tipo di allenamento è richiesto ad un canottiere? "Corsa, pesi per aumentare la forza muscolare, vasca, allenamenti specifici in barca, legati alla tecnica del gesto e di relazione alla velocità della barca. C'è un allenamento differenziato a seconda dei vari periodi dell'anno a partire da settembre fino al periodo delle regate dove c'è un lavoro di velocità di gara".
- Qual è stata la più grande vittoria di un suo equipaggio?
"L'anno scorso è stato un anno particolare, perché sono venuti pochi ragazzi e c'era poca qualità.
Pensavo che quello era l'anno in cui non si vinceva niente. A gennaio è venuto un ragazzino molto basso, e quando lo vidi pensai: quest'anno è proprio nera! E invece questo ragazzino di nome Roberto Bianco, molto determinato, messo a capovoga, a ridosso di campionato, si è dimostrato l'arma vincente e devo dire che non ho nascosto le lacrime".
- Cosa l'ha spinto a dedicare una vita a questo sport?
"Io sono un passionale, mi lego alle cose in maniera carnale, nel momento in cui decido di fare qualcosa, ci metto anima e corpo e vado avanti senza che niente possa fermarmi. Il canottaggio è uno sport in cui la passione è fondamentale e, se ti prende, è difficile poi venirne fuori".
- Che consigli darebbe a un ragazzo che volesse praticare questo sport?
"Il canottaggio, oltre a formare nel fisico, crea la forma mentis nell'educazione al lavoro, alla perseveranza nel lavoro per raggiungere un obiettivo e questo poi serve in qualsiasi campo. Gli adolescenti hanno bisogno di essere legati a qualcosa di moralmente pulito e che li possa guidare in maniera positiva nella loro crescita oltre all'educazione che dà la famiglia".
- Cambierebbe qualcosa per spettacolarizzare maggiormente il canottaggio?
"Il problema è che se fai una scelta di spettacolarizzazione tendi a rovinare sicuramente la tradizione del canottaggio. Ma forse è meglio così, perché il canottaggio è un nobile sport, non a caso uno dei più antichi al mondo e che fa parte del circuito olimpico".

