Il mostro degli oceani in livrea per l'acchiappanza sottomarina

- di Alessandro Cecchi Paone

La singolare pinna di uno squalo di 370 milioni di anni fa agitata nei corteggiamenti.
Un calamaro di undici metri, i pesci corazzati.
La grande balena carnivora lunga venti metri e la carpa gigante ghiotta di crostacei.
Un rettile di 25 metri velocissimo e con una gran fiuto per le prede.

Che cosa c'è sotto le onde che increspano la superficie? Semplicemente, una collezione infinite di forma di vita. I ricercatori, oggi, sono d'accordo nell'affermare che probabilmente l'uomo non riuscirà mai a catalogare tutte le forme di vita del mare. Un esempio? In tre metri cubi di barriera corallina nel territorio della Nuova Caledonia, nel Pacifico meridionale, una ricerca accurata ha recentemente trovato ben 130mila molluschi appartenenti a tremila specie diverse, molte delle quali assolutamente sconosciute fino a quel momento. Una ricchezza di vita che è stata sempre propria dell'ambiente marino, anche in epoche remote.
Anzi, è proprio nella preistoria che, sotto la superficie del mare, sono vissuti gli animali più terribili e affascinanti: i veri mostri marini. Si inizia dal periodo Triassico, 230 milioni di anni fa: l'epoca del Notosauro, un antenato del moderno coccodrillo, affamato di piccoli pesci e di teneri molluschi. O del bizzarro Tantistropheus, un rettile carnivoro lungo fino a sei metri, con un collo lunghissimo e un corpo affusolato e agile. Ma anche di un predatore molto più pericoloso: il Cymbosponylus, un rettile simile a un delfino, ma dotato di una potente e affilata dentatura.
Erano questi gli animali più pericolosi che mai abbiano popolato i mari? Un salto indietro di 200 milioni di anni ci dimostra il contrario: nel periodo Ordoviciano, 450 milioni di anni fa, tutto era molto più ostile e l'atmosfera velenosa impediva la vita sulla terraferma. In mare, pericoli mortali: il Megalograptus, o scorpione di mare, mortale perché dotato di affilate lame e perché abituato a muoversi in grandi gruppi. L'Ortocona gigante, un calamaro di 11 metri infilato in una lunga corazza protettiva e capace di assalire qualsiasi altro animale.
Diversissimi i mostri del periodo Devoniano, cento milioni di anni più tardi: il mare era dominato da pesci corazzati, ricoperti di grandi placche ossee capaci di proteggerli da qualunque avversario, come il Dunkleosteus o lo Stethacanthus. Diversi ancora i mostri dell'Eocene, molto più vicini a noi: 36 milioni di anni or sono, le acque erano frequentate dall'Arsinoitherium, un mammifero simile al moderno rinoceronte, ma soprattutto, in mare più aperto, dal Basilosauro, una grande balena carnivora lunga almeno venti metri. Nel Pliocene, quattro milioni di anni fa, i mostri erano ancora diversi. Il più terrificante, il Megalodonte, altro non era che l'antenato dei moderni squali: lungo fino a 16 metri, aveva una bocca grande più di due metri, capace di aggredire qualsiasi preda.
Ma i mostri in assoluto più grandi e pericolosi appartengono senza dubbio al periodo Giurassico, 155 milioni di anni fa. Un mondo fatto di giganti marini, incluso il Leedsichtys, il pesce più grande mai apparso negli oceani: una carpa lunga 30 metri, pacificamente dedita alla ricerca del cibo per lei più adatto, il krill, i minuscoli crostacei che da sempre popolano il mare appena sotto la superficie. E il Liopleurodonte, un rettile marino lungo fino a 25 metri.
Il Liopleurodonte è stato il più terribile predatore mai apparso sul nostro pianeta, capace di scivolare silenziosamente nelle acque profonde, velocissimo grazie a quattro zampe palmate. Era un cacciatore spietato: le sue lunghe mascelle avevano file e file di lunghi e affilatissimi denti, capaci di uccidere in pochi secondi qualsiasi altro animale, compreso l'enorme Leedsichtys. Sentiva gli odori sott'acqua e questo gli dava la possibilità di localizzare e seguire qualsiasi preda. Unico difetto il bisogno di respirare: come le balene e i delfini ai nostri giorni, il Liopleurodonte doveva risalire in superficie periodicamente per fare rifornimento d'aria.
Nonostante questo, restava un animale marino, incapace di raggiungere la terraferma. Fino ad oggi l'esemplare adulto più grande mai ritrovato era di 18 metri. Ma un fossile scoperto nel 2003 in Messico, lungo 18 metri, ha dimostrato alle analisi di essere quello di un cucciolo.
E questo ha suggerito ai ricercatori che probabilmente il Liopleurodonte poteva crescere molto di più.
Gli squali non sono cambiati molto, in più di 300 milioni di anni di storia. Lo dimostra lo Stethacantus, uno squalo del tardo Devoniano (circa 370 milioni di anni fa). Era praticamente identico ai suoi pronipoti di oggi, salvo un particolare molto singolare: la pinna dorsale stranamente lunga, sagomata come un lungo, piatto asse da stiro.
Probabilmente, si trattava di una parte della speciale livrea maschile, un segnale di riconoscimento nei rituali dell'accoppiamento.
E oggi? Che cosa popola i mari dei nostri giorni? L'idea che nelle profondità degli oceani ancora si nascondano enormi animali feroci è tutt'altro che tramontata. Anche oggi non conosciamo affatto questo mondo misterioso e inesplorabile. Che ha tutt'altro che finito di presentarci le sue sorprese come dimostrano le cifre. Da anni i biologi sono impegnati in un vero e proprio censimento delle specie marine. Da oltre un ventennio il bilancio, a fine anno, è sempre lo stesso: almeno 160 nuove specie di pesci vengono aggiunte all'elenco ufficiale, il CoML, Census of Marine Life, Censimento della vita marina, che finora ne comprende ben 15.300.
Quando finiranno le novità? Per i prossimi trenta anni certamente no, dicono i ricercatori: questo significa che almeno cinquemila diversi pesci devono ancora essere scoperti. A questo numero devono essere aggiunte diverse centinaia di migliaia di forme di vita marine: vermi, molluschi, meduse, microrganismi e alghe. Forme di vita che l'uomo non ha ancora mai visto, ma che saranno certamente scoperte. Il totale? Forse ci arriveremo, dicono i biologi, attorno all'anno 2050: negli oceani, secondo le stime, vivono ben 210mila diverse forme di vita.
(1 - continua)

L'ossessione del dottor Macal è un discendente dei brontosauri
Il 25 aprile 1977, al largo della Nuova Zelanda, il peschereccio giapponese "Zuiyo-maru" sollevò nelle sue reti la carcassa in decomposizione di un animale lungo più di 10 metri con quattro zampe simili ad ali, una piccola testa, collo e coda lunghi. L'ipotesi fu che si trattasse dei resti di un Plesiosauro, un discendente dei dinosauri che, secondo qualche studioso, vivrebbe ancora nelle profondità marine. Il corpo dell'animale risultò, all'analisi del Dna, quello di un Cetorhinus maximus, o squalo balena. Negli anni Ottanta, il dottor Roy Macal, zoologo dell'Università di Chicago, e la sua equipe trascorsero un lunghissimo tempo nelle paludi del Congo dietro una leggenda: l'esistenza del discendente degli antichi brontosauri, il Mokele Mbembe, nome africano di un animale enorme, costantemente immerso nell'acqua, abile a difendersi e ad aggredire con colpi veloci della pesantissima coda.
L'ossessione di una vita per il dottor Macal che andò anche alla ricerca di altri animali leggendari: l'Emela-ntouka, l'uccisore degli elefanti, simile a un triceratopo; lo Mbielu-mbielu-mbielu, animale con i paletti sulla schiena, identico al preistorico stegosauro; lo Nguma-menene, il grande serpente; Ndendeki, una tartaruga gigante; e Mahamba, un coccodrillo colossale.
Molto più attendibile l'identikit dell'Architeuthis dux, o calamaro gigante. Questo leggendario mostro marino ha trovato conferma della sua esistenza negli ultimi anni. Ricerche oceanografiche e fortunati ritrovamenti sulle spiagge australiane e neozelandesi di resti senza vita hanno confermato i dati essenziali. Il ritrovamento più sorprendente su una spiaggia è stato quello di una femmina avvenuta il 20 luglio 2002 a Hobarti, in Tasmania: un involto cilindrico lungo venti meri con tentacoli di 15 metri, pesante tre quintali.