Il pianista volante di Anacapri

- di Gino Stampacchia

Il padre armaiolo e possessore di un violino gli trasmise la passione per la musica.
La scoperta dell'America e la nostalgia dell'Europa.<br>
<br>
Direttore d'orchestra in Bulgaria.
Una vita triangolare fra New York, dove abita, Sofia, dove dirige, e Anacapri, dove torna per ritrovare le sue radici.

Dal martello alla bacchetta, da armaiolo a direttore d'orchestra, da Capri a Sofia, ecco il percorso straordinario di Gioacchino Longobardi, ragazzo irrequieto di via Caposcuro, al di là della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli ad Anacapri, isolano un tempo e oggi, a 47 anni, cittadino del mondo, con dimora a New York, inseguendo spartiti e salendo su podi d'orchestra tra l'America e l'Europa.
Ci sono queste vite "nascoste" nell'isola, fuori dai circuiti fatui della Piazzetta e dei locali alla moda, che si scoprono per caso, col passaparola di amici, con un sussurro di ammirazione, con una esclamazione d'orgoglio. "C'è Gioacchino, sai, il figlio d''o masto armiere, che ha studiato con von Karajan e fa il direttore d'orchestra in Bulgaria, abitava una casa bianca alla Catena".
Direttore d'orchestra, von Karajan, la Bulgaria, ci sono motivi di grande curiosità per incontrare questo singolare anacaprese che è nato all'epoca dei Beatles e di Adriano Celentano, ma ha preso una strada musicale diversa, non "Luna caprese" e "Maruzzella", ma i "Concerti delle stagioni" di Vivaldi e i canti gregoriani. Proprio uno fuori dal coro, se poi il coro non comparisse tra le sue virtù di diplomato in musica corale e direzione di coro, uno dei suoi tre diplomi.
Gioacchino Longobardi è un personaggio minuto ed elettrico con un lieve strabismo di Venere, la conversazione a scatti, i modi garbati, la voce pacata e un diluvio di ricordi. E' appena salito in via Caposcuro a guardare la casa della sua fanciullezza, bianca e antica, una casa che non è più sua, è solo un luogo di ricordi, e tutto è cambiato. Racconta che c'erano due cisterne, le colonne capresi, le stanze con la volta a botte, tre scalini di lavagna all'ingresso e un giardino con due alberi di fichi, due di limoni, un castagno e un ciliegio.
"E' passato tanto tempo - dice. - Mi piacerebbe tornare qua. Ci torno spesso, ma vorrei fermarmi nella mia isola. E' il posto della mia infanzia, il focolare. Ricordo quando andavo a prendere il pane a un forno a legna e tiravo l'acqua dal pozzo. Facevo anche delle birichinate. Rubavo galline".
Suo padre Giovanni riparava armi, i fucili dei cacciatori soprattutto, ma faceva anche il fabbro. Era un maestro nell'arte del ferro forgiato. Aveva un violino, "un Bertolini di Cremona", e la passione per la musica che trasmise al figlio. "Avevo sei anni e mi insegnò il solfeggio, e io mi attaccai molto alla musica, mi sembrava un mondo fatato. A otto anni mio padre capì che volevo imparare uno strumento, il Bertolini non l'aveva più e mi affidò a un maestro di Anacapri, Domenico Ferrara, insegnante di chitarra e fisarmonica. Feci un po' di teoria con lui, ma ero attratto dal pianoforte. Intanto, aiutavo mio padre a riparare fucili e a forgiare il ferro. Sapevo usare bene il martello sul metallo incandescente. Le cose andarono così. Mio padre lavorava a Villa Giacobini, in via Occhio Marino a Capri, dal maestro Angelo Parigi che organizzava concerti. Un giorno mi portò con lui. E io vidi, nel salone in penombra della villa, un pianoforte a mezza coda. Mentre mio padre lavorava, io raggiungevo il salone e provavo a suonare. Il maestro Parigi se ne accorse e disse a mio padre: 'Giovanni, perché non fai vedere il ragazzo da qualche insegnante?' Fu lui stesso a prendere un appuntamento. Un giorno indimenticabile".
Il racconto scorre come una favola. Gioacchino ha la capacità di raccontare la sua vita proprio come una favola e si sorprende ancora di quello che gli è successo. "Ero con mio padre e il maestro Parigi nel viale della villa, un lungo viale, e vidi venirmi incontro due persone, e una era il maestro Enrico Naso, titolare della cattedra di pianoforte al Conservatorio di Napoli, l'altra era Tita Parisi, una donna dolcissima. Fu lei a dire che dovevo andare a Napoli, a studiare pianoforte".
Aveva 17 anni quando Gioacchino si trasferì a Napoli. Viveva ai Quartieri spagnoli e studiava al Collegio Denza. Ma Tita Parisi lo sequestrò letteralmente. Gli disse: "Tu vieni per qualche giorno a casa mia, al Parco Margherita, ti ospiterò e studierai piano con me. Mi dava la sveglia alle 7,30 e mi preparava una ciotola di latte caldo ogni mattina. Fu lei a portarmi al diploma. La mia vita era ormai la musica".
Gioacchino bruciò le tappe. A 19 anni si diplomò al Conservatorio di Napoli in pianoforte. "Risultai il primo assoluto e il mio diploma lo firmò Iacopo Napoli". A 22 anni conseguì il diploma in musica corale e direzione di coro. L'anno dopo, prese il diploma in composizione. "Seguivo i corsi di Franco Caracciolo alla Rai".
Il piccolo anacaprese divenne il beniamino di grandi musicisti. Ugo Ràpalo, direttore d'orchestra al San Carlo, lo volle con sé: musica sacra, opera, orchestrazione. Un gran tirocinio. Poi Carmine Pagliuca lo impegnò come direttore di coro. Vincenzo Marchetti gli dette insegnamenti di musica gregoriana. Era pronto per il grande balzo.
"Andai in Austria e fui ammesso alla Musikhochschule Mozarteum di Salisburgo dove terminai gli studi di direzione d'orchestra. Là conobbi Herbert von Karajan, un mito. Non sei male, mi disse". Un incontro prodigioso, certamente una esperienza indimenticabile. Gioacchino racconta: "Karajan non amava le polemiche e mi accusava di essere polemico. Io non ero polemico. Il fatto era che non volevo scimmiottare lui ed ero, come dire?, un po' indipendente. Poi successe che, per il mio carattere napoletano, divenni amico di tutta l'orchestra. Karajan se ne meravigliò moltissimo. Non so se mi ammirasse per questo, ma mi guardava con molto interesse. Fu un periodo bellissimo. A Lucerna seguii i corsi di specializzazione di direttore d'orchestra del cecoslovacco Rafael Kubelik. Avevo 25 anni. Cominciai a suonare da pianista in Svizzera e in Germania. Cominciai anche a dirigere. Ero alla svolta della mia vita. Come si dice? Avevo zappato abbastanza, dovevo cominciare a piantare".
A 35 anni, ed era il 1992, Gioacchino Longobardi fa il grande balzo. Dice al padre che vuole esplorare un mondo nuovo, l'America. E con tanta paura prese l'aereo. Raggiunse un amico a Dallas. "Mi guardai in giro, mi feci spazio. Gli americani non avevano della musica la stessa percezione degli europei. Fu una mezza delusione. Andai avanti con ingaggi da pianista. Furono anni tranquilli. Il mio amico di Dallas voleva che mi trovassi una ragazza, mi disse che dovevo sistemarmi. Ma io non volevo sposare un'americana. Lui mi presentò la figlia di un italiano. Si chiamava Pietro, era di Acropoli e sua figlia, Mary, non era proprio americana, perciò mi piacque. Era nata a Monaco di Baviera quando il padre c'era stato da maggiore dell'aeronautica. Anacapri non l'avevo dimenticata mai e ad Anacapri ho sposato Mary, nel 1994, nella chiesa di Santa Sofia".
L'Europa lo richiamò nel 1996, direttore ospite della prestigiosa Sofia Festival Orchestra. Cominciò così la vita triangolare di Gioacchino Longobardi: residenza a New York, direttore d'orchestra in Bulgaria, vacanze dello spirito ad Anacapri. Divenne così l'anacaprese volante. Sempre in aereo, da New York a Sofia, da Sofia a New York, e poi le tournèe in Europa. Nell'appartamento di Gioacchino Longobardi a New York c'è il pianoforte che comprò nel 1972 in piazza Carità a Napoli, un August Forster verticale, di mogano venato. "Lo pagai 650mila lire, a rate. Lo tenevo ad Anacapri e mi fu portato a New York in un container".
E il ritorno ad Anacapri? La moglie Mary, che lavora da steward in America, è d'accordo. C'è un progetto napoletano che potrebbe riportare Gioacchino Longobardi stabilmente nell'isola. E' il progetto che già lo coinvolge quale direttore artistico dell'Istituto internazionale Dome-nico Scarlatti per lo studio e la ricerca sul 700 musicale napoletano. "Attualmente siamo impegnati nella ripresa delle opere del genio aversano Niccolò Jommelli". In aprile, nella Sala Bulgaria di Sofia, ha diretto in prima esecuzione la Messa solenne in re maggiore per soli coro e orchestra e la Ciaccona di Jommelli.
"Dovrò trovare casa ad Anacapri, quella della mia fanciullezza non mi appartiene più dal 1922". Se ne va felice. Non ha più paura dell'aereo. Raggiungerà New York e poi dovrà andare a Sofia, direttore d'orchestra e pianista volante.