Indice
- Numero 36 - Aprile 2008
- L'Editoriale - Onda su onda
- La Cina č vicinissima
- Un matrimonio caprese nella grotta di Matermania
- Irlanda, tutto un film
- I portici di Cave de' Tirreni
- La cittā sommersa
- La donna mito di Forio d'Ischia
- A Maracaibo per cercare la figlia del Corsaro Nero
- Quel piccolo mondo antico a Marina di Capo
- L'ultimo paladino degli orologi da torre
- Quando Anna Magnani concluse con un lancio di piatti il suo amore per Rossellini
- L'uomo buono di Filicudi
- Il piccolo grande uomo uscito dai vicoli di Genova
- Una notte con i Tuaregh
- Il vecchio e il fiume
- Il cecchino delle stelle
- Il mare, culla degli uomini
- Una flotta di mascalzoni
- Il reporter dell'Isola
Il piccolo grande uomo uscito dai vicoli di Genova
- di Pietro Gargano
Bruno Lauzi amava i film di Bob Hope, si diplomò alla scuola interpreti e si fermò a due esami dalla laurea in legge quando decise di fare l'artista, autore e cantante con la chitarra.
Gli anni del "Derby" e la lunga serie di successi. Era fuori dal coro, anticonformista verace, e fu isolato, ma il talento fu più forte di ogni emarginazione.
L'incontro con Pasquale D'Angelo a Napoli.
La lunga battaglia col morbo di Parkinson e la lotta per lasciare le ultime tracce della sua genialità musicale.
Stava male, ma continuava ad avere l'aria del ragazzino con il naso incollato al vetro per scrutare le meraviglie della vita. La mano che teneva la chitarra sfarfalleggiava, ma lui le parlava: "Non ti preoccupare, presto sarai in buona compagnia".
Le dedicò una poesia, "La mano", e inviò una lettera aperta, amara e ironica, a mister parkinson, scritto in minuscolo perché le maiuscole non le meritava.
"Lei sta esagerando, signore, glielo devo dire. Quando è troppo è troppo, e il troppo stroppia". Lo definì "bestiaccia immonda, sterco del demonio, nostra croce senza delizie". Gli annunciò che la resistenza era cominciata, dopo qualche rilassatezza iniziale; vagheggiò di prenderlo a schiaffi.
Avviò una campagna per gli ammalati del suo stesso male, più che per se stesso. In fondo ce la fece, perché a fregarlo fu un altro tipo di nemico, un cancro al fegato. E quando è morto, è morto in piedi; e sembrava un gigante, lui "omino un po' buffo, per altri un po' patetico".
Sofferenza e ardimento c'erano dietro agli ultimi canti di Bruno Lauzi, agli ultimi saggi, alle ultime commedie musicali. Un mondo straordinario, nato nei vicoli scuri e allegri di Genova, anche se egli era nato, l'8 agosto 1937, all'Asmara in Eritrea. Al ginnasio ebbe per compagno di banco Luigi Tenco, con lui suonò nella Jelly Morton Boys Jazz Band, con lui stese le canzoni iniziali. Attorno ai venti anni andò a vivere a Varese, corresse le bozze dei primi libri di Piero Chiara, scrisse nei giornali, ascoltò i francesi, da Brassens a Brel. A Milano, per diplomarsi alla Scuola interpreti, andava in treno tra studenti e operai; gli ispirarono "La donna del Sud" sull'emigrazione, la faccia dolente del bum economico. Con le lingue era bravo, vinse due premi.
Era bravo pure all'università, facoltà di legge, ma a due esami dalla laurea si fermò perché voleva fare l'artista a tempo pieno.
I consensi all'elegante "Ritornerai", a "Margherita", "Viva la libertà, "Ti ruberò" lo convinsero che era la scelta giusta. Aveva una voce speciale, tagliente, e suonava la chitarra da amico della chitarra.
Eravamo alla metà degli anni Sessanta. Lavorò al mitico "Derby", il cabaret dei Gufi e di Enzo Jannacci, di Cochi e Renato, di Lino Toffolo e Felice Andreasi. Stava bene in mezzo a loro, giacché a quella romantica abbinava un'anima allegra, lo provano "'O frigideiro" e "Garibaldi blues". Sentiva di rassomigliare a Bob Hope, ne divorava i film. Nel 1965 lo portarono perfino a Sanremo: cantò un valzer, "Il tuo amore", subito eliminato.
Del resto, gli capitò spesso di essere incompreso. Il suo grande talento fu invece riconosciuto dalla premiata ditta Mogol-Lucio Battisti, così nel 1970 si ritrovò a incidere brani loro, "E penso a te", "Amore caro, amore bello", "L'aquila", "Un uomo che ti ama", "Mary oh Mary". Per un giovane napoletano di nome Edoardo Bennato, Lauzi compose "Lei non è qui... lei non è là".
Scrisse per sé e per altri, tradusse anche, prediligendo le voci femminili: "La casa del campo" e "L'appuntamento" per Ornella Vanoni; "Donna sola", "Piccolo uomo", "Almeno tu nell'universo" per Mia Martini; "Radio", "Mi fai sentire così strana", "Racconto" per Mina; "Più soffia il vento" e "Verde smeraldo" per Marcella Bella; "Una rosa da Vienna" per Anna Identici. Firmò canzoni per bambini. Cantò canzoni altrui, come "Onda su onda", "Genova per noi", "Bartali" scritte dal suo avvocato, di nome Paolo Conte.
Forse pagò, in un ambiente di tessere vere o ideali, il fatto di essere un anarchico non di sinistra, non alla moda, quindi, un anticonformista verace, un libertario laico. Negli anni Sessanta e Settanta si spese per il partito liberale e magari per quello repubblicano, i più piccoli, quelli dotati di minore potere nel vasto arco della maggioranza che controllava Rai e affini. Se ne andò a "Telebiella" per un concerto rifiutato dalla Rai. Per giunta, sfottette Mao in "Arrivano i cinesi" (1969) e dileggiò i cantautori col cuore e il portafoglio a sinistra in "Io canterò politico", apparsa nel 1977 dei movimenti. Tra l'altro, a dirla tutto, aveva un brutto carattere e con questa storia dell'emarginazione ci giocava pure.
Un po' bislacco com'era, aveva una predilezione per Napoli bislacca.
Un giorno passeggiava nei vicoli in penombra quando inciampò in una bella voce che partiva dall'alto di un palazzo. Chiese al portinaio, gli fu risposto:
"E' l'avvocato del primo piano".
L'avvocato si chiamava Pasquale D'Angelo e Lauzi per lui entrò a fare parte - parole sue - "di quella categoria che noi artisti aborriamo: dovevo farmi discografico".
Dopo avere diviso a Genova il palco con D'Angelo, Lauzi esordì come produttore con l'album Napoli@world.song (2001). Il disco, arrangiato da Gianni Guarracino, comprendeva una bella canzone in napoletano scritta dal cantautore ligure, "Ninna nonna a me".
Era un buon periodo, quello.
Lauzi scriveva, cantava, si occupava di gastronomia e a suo modo di politica, raccoglieva funghi, si rappacificava col Pre mio Tenco. Alla svolta del millennio disse: "Programmi?
Diventare un bel vecchio. Nei prossimi vent'anni, dai 63 attuali agli 83". E no, sopraggiunse la scoperta del morbo di Parkinson, la lotta, la fretta di lasciare altre tracce. Le ultime furono il non-romanzo "Il caso del pompelmo levigato", il concerto dell'11 luglio 2006 a Villa Campolieto di Ercolano nella cornice del
Premio Tenco, una canzone per Viola Valentino intitolata "Barbiturici nel the". Se ne andò quietamente nella sua casa di Peschiera Borromeo, Milano, il 24 ottobre 2006.
Il cordoglio, come si dice, fu unanime. Il presidente Giorgio Napolitano, ex comunista, scrisse alla vedova, Giovanna Coprani:
"Un grande interprete della terra ligure, mancherà alla musica e alla cultura del nostro Paese".
E il presidente della Camera Fausto Bertinotti, tuttora comunista, lo definì "artista colto e di grande umanità, sensibile e mai banale". Lo fecero perché Lauzi stava in un mondo dove essere anarchico, moderato e scomodo non contava più? No, lo fecero per convinzione, la politica e il gusto erano andati avanti, anche se nessuno poteva restituire al cantautore ligure gli anni vissuti con l'acido in gola.

