Indice
- Numero 30 - Maggio 2007
- L'Editoriale - Vita da pescatori
- Tre secoli di canzoni capresi
- La gondoliera di Amburgo
- Quei ragni sul mare del Gargano
- Gli assalti di Marte al porto di Venere
- Franca Florio
- Dal Cile alla fine del mondo
- Montecristo, leggende e misteri marini
- Il Mediterraneo al tempo di Solimano
- Le navi della mia vita
- L'occhio che racconta l'acqua
- La casa napoletana dell'arte
- La bella moglie caprese del pirata turco Dragut
- Il sogno di Nina
- La voce internazionale di Capri
- Il pilota dell'aereo pirata
- Il reporter dell'Isola
Il pilota dell'aereo pirata
- di Giuseppe Pompameo
Quel giro sulle case, sulle strade, sulla piazza-bersaglio, sui ragazzi che si baciavano davanti ai portoni. Un'eco di bellezza che gli arrivava lassù sorvolando un paesaggio di luci. Una virata poi uno schianto sul mare. Tutti pensarono a un meteorite.
Una sera uguale a tante. Da qui alle nuvole manca poco, pensò Marcus, anzi - guarda! - ci sono già dentro, e giù un sospiro, come uno che non sa più cosa farsene del cielo.
Apprendisti / siamo solo apprendisti / e questo conosciamo, / povere parole, / mani, / nomi a scomparsa.
C'era quella sporca missione da compiere, da portare a termine entro le dieci, dieci minuti ancora, maledetto lui e la sua bomba da sganciare sulla piazza, su Hamilton Square, dove ora la gente passeggiava ignara, beveva e chiacchierava, si prometteva l'amore ai tavolini dei bar all'aperto. Domani, il giorno dopo, Nostra domenica del rimorso, ne avrebbero parlato tutti, le televisioni, le radio, i giornali, tutti: "La morte arriva del cielo.
Attentato terroristico in Hamilton Square", "Centinaia di vittime a Sealand per una bomba lanciata da un aereo pirata".
Maledetta idea e stramaledetto lui che, quel sabato di settembre, senza avere un'idea migliore per la testa, continuava a ronzare sopra le case, strana specie di cecchino, col suo bel bersaglio da centrare, magari da mancare. Marcus non aveva scelta, o forse sì. Intanto faceva avanti e indietro nell'aria, lieve di vento, di fine estate, quasi volesse prender tempo, tempo che correva veloce, certo più veloce del suo aeroplano sconosciuto alla torre di controllo. Piccoli, insicuri, / tenaci / apprendisti, / ecco cosa siamo, / fatica, farina / di strumenti e gesti sbilenchi, / polvere di baci / senza conta di ritorno.
Da lontano adesso intravedeva il porto, le barche, la solitudine delle banchine, e, più in là, tanto mare, solo mare, la linea nera dell'orizzonte che fuggiva ad est. Forse era tardi, o forse no. Marcus si guardava intorno e non gli pareva vero. Dall'alto gli sembrava di riconoscere il profilo buio della costa, le strade, i vicoli, uno ad uno, le fermate degli autobus, scialuppe alla deriva nella notte di Sealand, i ragazzi spettinati che si baciavano davanti ai portoni. Negli occhi quel brillìo incessante che pareva possedere l'isola, mischia di luci, di anime e gambe poco sotto il traffico distratto delle nuvole.
Un'eco di bellezza, di cose viste già, eppure mai viste prima, che arrivava lassù, come una nostalgia di ritorno. Mentre planava sul respiro dei tetti, delle ultime case che si allungavano su quel dorso di terra proteso verso l'infinito, fissò, per caso, un punto distante e si accorse che, da lì, il mare era così vicino che, se volevi, potevi entrare nel sonno dei pesci, sognare, con loro, navi d'acqua al tepore della bonaccia.
Noi, / fughe d'ombra, / ripetenti / che studiano amore, / imitano amore, / dimenticano amore, / lettere scritte a nessuno, / che nessuno legge.
Maledetta sera, maledetta. Contò le stelle che gli restavano. Poche stella alle dieci. Diavolo, era in anticipo! Ancora in tempo per scegliere. Che fare? Era come se una terza mano, la mano del destino, gli stesse mischiando, sparigliando le carte. Trattenne il fiato, il suo cuore, a quell'ora del mondo, a battere pazzo, sempre più pazzo, che fra un po' - sicuro - sarebbe scoppiato.
Marcus lasciò per un attimo i comandi e, con la destra, provò a toccarsi i pensieri, quel quarto di ricordi che, a quarant'anni suonati, gli bruciava dentro. Poi cominciò a girare su Hamilton Square, aspettando il momento buono, aspettando che non arrivasse mai. Nella mente solo loro due. Rose, che non sospettava niente, e Suzanne, che di Rose, ormai, sapeva tutto. Le pensò così forte che si sentì sanguinare i minuti, i secondi, uno via l'altro, come se una raffica di dubbi li stesse impallinando. C'è terra / dura / da masticare, / un abisso di cielo, / tra il nostro volo / e la felicità che ci aspetta.
Attraversò un'altra nuvola. Quando ne venne fuori, qualcosa era cambiato. Di colpo comprese. Rose era l'isola, la piazza, e Suzanne la bomba, Rose l'aria serena d'un sabato sera a Sealand, Suzanne il boato, l'incendio, il fuoco. Avrebbe fatto in tempo a capire chi era più importante? Se, per lui, contava di più sganciare la fottuta bomba per cui era lì, sospeso al vuoto, equilibrista in bilico tra la vita e la morte, o, invece, mandare all'inferno quella dannata vertigine, la tentazione di distruggere tutto, con un cambio di quota, una virata? In fondo, di che cosa aveva più paura? Troppo tardi.
Come un'ombra furtiva ripassò per l'ultima volta sulla piazza, sulle sue macerie immaginarie, dall'abitacolo guardò di nuovo giù, dentro di sé, e chiuse le palpebre per fermare una lacrima. Con uno scarto l'aeroplano piegò improvvisamente a sinistra e, in picchiata, puntò il mare, al largo.
Le dieci e dieci. Nella quiete dell'oceano uno schianto, un lampo di fiamma, accese le onde, per un istante inghiottì il buio. Tutti, sull'isola, comprese Suzanne e Rose, pensarono subito a un meteorite, ad una stella cadente.
Laggiù, / dove, ancora bambini, / impareremo presto / che si arriva mai.
Già, Suzanne e Rose. Che strano, proprio quella sera, a pochi chilometri di distanza l'una dall'altra, avevano appena finito di leggere gli stessi versi, scritti per loro dallo stesso poeta, un pilota d'aerei pirata, sconosciuti alla torre di controllo.

