Il piroscafo dei cavi marini

- di Stefania Elena Carnemolla

Il naufragio del "Città di Milano" nel mare delle Eolie. Pirelli l'aveva fatto costruire in un cantiere scozzese con grandi vasche cilindriche nella stiva. Per 32 anni la nave depositò e riparò i cavi telegrafici sottomarini dallo Stretto di Gibilterra all'Oceano Indiano. La missione a Filicudi per un cavo corroso e l'urto contro uno scoglio sommerso di Seccavecchia. L'inabissamento, 26 vittime, 75 superstiti.

Era il 16 giugno del 1919 quando il piroscafo Città di Milano naufragò al largo di Filicudi nelle Eolie. Giovan Battista Pirelli l'industriale della gomma e della guttaperca l'aveva fatto costruire in un cantiere di Sunderland,in Scozia, mentre a San Bartolomeo, in Liguria, nasceva una fabbrica, quella in riva al mare, dove rivestire di pesante armatura i cavi provenienti da Milano.
A San Bartolomeo il piroscafo si era ancorato per anni in faccia all'officina fra vele e pontili issando a bordo a forza di pulegge spire di cavo che quindi immergeva nelle grandi vasche cilindriche della stiva.

Le isole italiane, il Mar Rosso, lo Stretto di Gibilterra, le Baleari, il Marocco, la Libia, l'Oceano Indiano, trentadue anni di campagne fra posa e riparazione di cavi telegrafici sottomarini. Tutte sotto la guida dell'ingegnere Emanuele Jona. Sul piroscafo il suo regno era il gabinetto elettrico, quello con il banco degli strumenti di misura e il grande tavolo scuro. Qui, prima di ogni partenza, si rinchiudeva, accostando porta e finestrella, rincorrendo il fascio di luce della lampada a fiamma sullo specchio del galvanometro. C'era anche Ettore Pinelli con lui, e tutti gli altri. E mentre loro calcolavano, ecco picchiare all'uscio: necessità di navigazione renderebbero urgente la partenza. Era il comandante della nave. Così, ogni volta.
Settantatre campagne fra posa e riparazione di cavi. E guerre.

Come quella italo-turca allorquando dovette recarsi ai Dardanelli a tagliar cavi sotto il fuoco delle batterie nemiche e la luce intensa dei proiettori sulla costa. Vi fu la guerra italo-turca e la Grande Guerra. E il terremoto di Messina con i cavi spazzati via dalle onde di maremoto. Il giorno in cui il piroscafo affondò, il mare invece era limpido. Un mare di primavera siciliana. Da riparare v'era il cavo di Alicudi, corroso dagli scogli. Il piroscafo aveva lasciato Milazzo di buon mattino prua a Salina da dove aveva raggiunto Filicudi, isoletta vulcanica a forma di pesce ammantata di cespugli e di ginestre.

«Il cavo all'approdo è buono» gridarono dal barche barcherizzo. «Partiamo». Quel 16 giugno del 1919, il piroscafo Città di Milano partì per Alicudi e invece che a nord fece rotta a sud-est, verso Capo Graziano. Un urto improvviso. Due, tre scossoni e l'ordine in macchina di fermare: lo scoglio di Seccavecchia a tre metri d'acqua! La carta nautica sul grande tavolo del gabinetto elettrico: eccola là, l'isola, Filicudi, con le sue secche, i suoi scogli, eccolo Capo Graziano e quella insidia a mezzo miglio da terra. Quel giorno, Jona, guardò il mare di Sicilia popolato di scogli. E forse per la prima volta ebbe paura. Rimase a guardare il mare. In silenzio. A poppa del piroscafo.

«A mare! A mare!», si sentì gridare. Chi calò in acqua il barcherizzo, chi si tuffò. La nave si alzò, mostrando la grande elica. Le caldaie di bordo, un tuono, un gorgo, dopo, nulla più.
Quel 16 giugno del 1919, i pescatori di Filicudi lasciarono le loro case sulla costa per andare a salvare chi era scampato alla morte per acqua. I naufraghi si stesero sugli scogli di Capo Graziano asciugando i vestiti impregnati di acqua di mare. Al tramonto, da Lipari, uno di loro telegrafò il disastro. Sul far della notte, giunse da Messina un piroscafo e altri due, ore dopo. Con loro, una torpediniera, cinque dragamine e gli idrovolanti da Milazzo.

Il 16 giugno del 1919, naufragava a Capo Graziano la Regia Nave Città di Milano. A sua custodia, fra antichi relitti, anfore e cannoni di Spagna, è rimasto l'ingegnere Emanuele Jona, il grande pioniere della telegrafia sottomarina italiana. Il bilancio del disastro:101 imbarcati, 75 superstiti, 26 vittime fra cui diversi dispersi. Fra i superstiti, il geometra cavista Ernesto Del Grande, il capitano marittimo Stefano De Ferrari, il caposquadra giuntista Primiero Lagomarsini, 22 operai, tutti della ditta Pirelli, il comandante capitano di corvetta Cornigliani, il tenente medico Francesco Stola, l'ufficiale di rotta sottotenente di vascello Bolla, il direttore di macchina sottotenente Marcello Milio, il marinaio Saioni. Fra le vittime, gli ingegneri Emanuele Jona, Ettore Pinelli, Ettore Vitali, gli operai Libero Galantini, Giacomo Porrini, Umberto Tonelli, tutti della ditta Pirelli, Italo Brunelli, direttore generale dei Telegrafi, l'ufficiale in seconda tenente di vascello Carlo Marchetti, il primo nocchiere Rizzo, il capo meccanico Mantori, il capomeccanico Violante, il sottocapo meccanico Mombelli, il sottocapo torpediniere elettricista Travaglio, i marinai De Michetti, Lauro, Maulo, Arrigò, Spina, l'operaio carpentiere Conti, i fuochisti Crispino, Manganaro, Bolcese, il cuoco Maselli.