Indice
- Numero 14 - Marzo 2005
- L'Editoriale - Sotto il segno dei pesci
- Le isole dei bambini
- Le 12 sindromi capresi
- Le serate del barone Krupp nella trattoria di Costantina
- Quell'angelo biondo della Colombaia che divenne demonio
- Da Mergellina a Mykonos su un sloop di 9 metri
- Piccola Roccia che va per mare
- Diario di bordo veleggiando tra Ischia, Ponza e Ventotene
- La leggenda di Alessandro
- Quando l'isola diventa una spugna
- Ho visto un Re
- Il gossip inventato della Regina Giovanna nuda nel mare di Sorrento
- L'architetto che porta al mare della Versilia
- Fuga nella prigione di Napoleone fra cielo e mare
- Il viaggio dell'italiano che scoprì un affluente del Rio delle Amazzoni
- C'è un'isola in fondo al viale che aspetta il ritorno di Eleonora
- La donna di Panarea coi capelli corvini
- Il pittore che vuole fuggire da Capri
- Ilde Naro
- Quando a Capri si andava in vaporetto
- Castellammare al tempo della dolce vita
- Il reporter dell'Isola
Il pittore che vuole fuggire da Capri
- di Caterina Ruggi d'Aragona
Perché Ugo Di Martino ha deciso di lasciare l'isola per raggiungere la Puglia o la Sicilia.
"Qui è cambiata la gente". L'incontro col maestro Mario Labocetta da "Gemma".
Il rigore dei suoi insegnamenti. "Cancellava i quadri che reputava errati lanciandovi contro un panno imbevuto di acquaragia". Un percorso affascinante e il surrealismo.
Annuncia di abbandonare la sua isola il pittore caprese Ugo Di Martino, ma ne ritrae maniacalmente grotte, anfratti, stradine. Il suo pennello si perde nell'inserimento di squarci paesaggistici dell'isola azzurra e cesella di perizia calligrafica i Faraglioni, tutelati, insieme al Campanile, sotto una campana di vetro.
Restio a parlare di sé e a mostrarsi in pubblico, il maestro, innamorato del suo cavalletto, oltre che delle donne, della fotografia e dei cani, racconta davanti a un bicchiere di buon vino rosso il suo percorso artistico. E tra un sorso e una parola affiorano ricordi, immagini, sensazioni che trattengono a lungo il pittore lontano dal suo studio di Marina Piccola.
- Quale è l'impulso primo del suo dipingere?
"Vedo gli oggetti in modo differente dagli altri; mentre li guardo, la mia mente inizia a scomporli: è un'evasione dal quotidiano".
- Unica matrice comune dei suoi dipinti è il surrealismo.
"Il surrealismo è espressione di libertà. La mia pittura risente soprattutto di Magritte e di Delvaux, che conobbi in Belgio, dopo aver preso lezioni da Mario Laboccetta a Capri".
- Giuseppe Marotta definì "pulito e sognante, poetico e fantasioso, più che fantastico" il surrealismo di Laboccetta, che tradusse in quadri e illustrazioni il mondo fanciullesco, attingendo al teatro di tradizione napoletana. Lei cosa ricorda del suo maestro?
"Laboccetta con me è stato un 'tiranno': cancellava i quadri che reputava errati lanciandovi contro un panno imbevuto di acquaragia. Il rigore del suo insegnamento, prolungatosi per due anni, è stato una fortuna per me che, tredicenne, avrei potuto facilmente perdere l'obiettivo".
- Come mai un ragazzino di tredici anni decide di dipingere?
"Ho sempre disegnato bene. Un giorno il cuoco di 'Gemma' mi suggerì di incontrare il maestro Laboccetta, assiduo frequentatore del ristorante. Trovatolo a tavola con un gallerista, feci per lui uno schizzo su un tovagliolo di carta. Egli esclamò: Può uscire. Vieni domani al mio studio".
- Quale evoluzione ha subito negli anni la sua pittura?
"Sono cambiati nel tempo solo il colore e l'ironia con cui, alzando le barriere con la cronaca, polemizzo col contesto in cui viviamo".
- Nel suo vocabolario ci sono grotte con riferimento ancestrale all'utero materno, deserti amati in quanto luoghi puliti, trombe d'aria con cui realizza la comunione tra cielo e terra, stradine, mura spaccate. Capri è sempre presente?
"Negli ultimi periodi sì, perché sto vivendo un lotta interna: devo e voglio lasciare l'isola; ma mi sento ancorato a queste rocce".
- Come vede oggi la sua isola?
"Non mi ci ritrovo più: è cambiata la gente, la qualità della vita. Nella serie di olii chiamati 'Conserve' ne tutelo alcuni pezzi mettendoli sotto una campana di vetro".
- I grandi echium coloratissimi che sbocciano da mura e strade in frantumi ritratti ad acquerello sono segnali di rinascita?
"Gli acquerelli non hanno nulla di surrealistico, non lo permette la velocità della tecnica: sono ricordi di bambino di stradine capresi scomparse. I fiori sono semplicemente elementi ornamentali, funzionali alla tridimensionalità".
- Le guaches, tecnica nuova al surrealismo, ritraggono squarci di un'isola che piange. Un faraglione, ad esempio, è trasfigurato nel profilo di un uomo che indossa una maschera per nascondersi dalle brutture dell'umanità e versa lacrime nel mare, mentre l'altro solleva il foglio del dipinto per cambiare pagina: un segnale di speranza?
"L'atto del dipingere nasce sempre in me dall'avvertimento di sensazioni visive. Mi diverto a scomporre e rielaborare le immagini: una banana sbucciata, ad esempio, appare come una colonna corinzia. La zona del fortino di Marina Grande, che mi ha sempre suggerito freddo e precarietà, sebbene per tradizione dipinto con colori caldi, si regge sui fiammiferi".
- Da quei fiammiferi divampa una luce. Nonostante la denuncia (anche forte perché, ad esempio, Spadaro, alla ricerca del mare pulito, è costretto a sollevare una pellicola d'acqua), i suoi dipinti, tra i quali ricorre una pacata tonalità di blu, non trasmettono affatto angoscia. Da dove ricavano luce e quiete?
"I quadri surrealisti non hanno mai una luce definita, né un'ora decifrabile. La serenità dipende dallo stato d'animo di chi dipinge, che affiora sempre sulla tela".
- È deciso ad abbandonare la sua isola?
"Tra due anni andrò in Puglia o in Sicilia; Capri mi opprime: l'isola, col suo ambiente, mi limita".
Una dolce contraddizione rivela il maestro: abbandonare la sua isola per recarsi lì dove possa mantenere il legame col mare.

