Indice
- Numero 38 - Giugno 2008
- L'Editoriale - Il mare di giugno
- E La Chiamano Estate
- Ischia, film e musica
- Napoli al tempo delle sciantose
- Quando Amalfi inventò il codice marittimo
- Vittorio "Aumm Aumm" personaggio insostituibile
- Uno scheletro affascinante nell'Arsenale di Venezia
- La Carta di Montecristo
- A Itaca dove Odisseo è proprio nessuno
- Le più belle spiagge del mondo scoperte da un veneto a Camocin
- Un giorno a Nantucket
- Splendori e decadenza dell'Atene dell'Adriatico
- L'Isola del Tesoro
- Quel sismometro naturale davanti al porto di Pozzuoli
- Il prigioniero di Ponza
- L'Elba degli anni Trenta nel diario di un turista tedesco
- La bottiglia blu
- Capri proietta la sua leggenda
- Il reporter dell'Isola
Il prigioniero di Ponza
- di Settimia Cicinnati
Destituito dal re, Mussolina vi giunse il 27 luglio 1943 sbarcando da una corvetta della Regia Marina.
Nell'isola vi erano ancora tutti quelli che lui aveva mandato al confino, tra gli altri Pietro Nenni e Zaniboni. La disadorna stanza della reclusione nella casa bianca in cui aveva fatto rinchiudere il ras Immirù. Sul tavolo la "Vita di Cristo".
Un capitano albanese gli mandò del denaro.
La lettera al parroco don Luigi Maria Dies.
La partenza nella notte del 6 agosto destinazione la Maddalena e poi il Gran Sasso.
27 luglio 1943. L'isola di Ponza, separata da tre ore di mare dal più vicino punto della costa laziale e da otto dalla costa napoletana, viveva come in una nebbia addensatale intorno dalla mancanza delle comunicazioni, dall'incertezza politica e dallo stupore dei gravi avvenimenti accaduti a Roma due giorni prima. Ma gli isolani piangevano in quei giorni un lutto di casa, l'affondamento cioè del piroscafo postale "Santa Lucia" che, sabato 24 luglio, si era inabissato con sessanta vittime; e tutte le case, le candide casette di Ponza con lo scalino di pietra sulla strada risuonavano dei pianti dei superstiti. Fu dunque non con maligna ed ostile curiosità ma col compianto di chi accomuna un caduto ad altri caduti che quelli di Ponza accolsero l'arrivo del confinato di eccezione Benito Mussolini. Alle 10 del mattino del 27 luglio una corvetta della Regia Marina dava l'àncora davanti al Molo Borbonico di Ponza: recava a bordo il dittatore trasportato da Roma a Gaeta nella famosa autoambulanza in cui era stato fatto salire dopo il drammatico colloquio col re. Per lettera recatagli dal generale Ferone, Badoglio aveva fatto chiedere a Mussolini dove desiderasse "essere custodito" per sfuggire ai pericoli della sua nuova condizione. Egli aveva risposto scegliendo la Rocca delle Caminate, ma, nell'autoambulanza che vedeva correre sulla via Appia e non sulla Flaminia, aveva esclamato ansioso: "Ma che scherzate? Sono Napoleone io? Dove andiamo? Dove mi conducete?".
A Gaeta era stato imbarcato sulla corvetta alle due di notte, e ora dopo un lungo giro per Ventotene durato otto ore, la corvetta era all'àncora innanzi al bellissimo arco di Ponza volto a levante e perciò inondato di sole. Ne
sbarcava, solo, l'ispettore generale di pubblica sicurezza Polito che aveva spesso servito il dittatore in delicate missioni, come la cattura di Cesare Rossi in Svizzera, ed ora accompagnava Mussolini stesso in esilio.
Polito chiese ed ottenne dal locale commissariato di pubblica sicurezza che si approntasse la casa che era già stata del ras Immirù, l'irriducibile Amhara ivi relegato durante la guerra etiopica, e nello stesso giorno vi fu trasportato il prigioniero, via mare, attraverso lo specchio d'acqua che separa, con la tranquilla apparenza di un lago, il Molo Borbonico dalla spiaggia di Santa Maria, e nella villetta di ras Immirù fu subito rinchiuso.
Mussolini vi giunse esausto per la lunga e scomoda navigazione, per le sofferenze della sua scossa salute e per lo stato d'animo che è facile immaginare. La casa era una palazzina bianca a due piani sulla spiaggia di Santa Maria dove due o tre velieri tirati in secco parevano picchiare con le lunghe prue a quei balconi che videro il successivo dolore di due fieri nemici del 1936. La stanza in cui fu chiuso il dittatore era arredata soltanto con un tavolo da cantina, un lettino di ferro e una sedia sfondata. Sul tavolo egli posò subito un libro che, chissà come, portava in tasca al momento dell'arresto: la "Vita di Cristo" di Giuseppe Ricciotti; e sul lettino cercò il primo riposo della sua estrema stanchezza. Si tolse la giacca, l'arrotolò a guisa di cuscino e vi appoggiò la testa allungandosi sul nudo ferro. Intorno a lui alcuni dei presenti si misero a piangere, Mussolini stesso dovè rincuorarli. Non aveva un soldo in tasca, non abiti, non biancheria, non un fazzoletto. Solo a tarda sera giunsero i materassi, solo alcuni giorni dopo gli confezionarono dei capi di biancheria, che furono pagati assai più tardi.
In seguito potè avere dalla moglie Rachele biancheria, danaro e frutta fresca assieme a un telegramma di Goering. Forse non avrebbe neanche mangiato il primo giorno se un custode di Santa Maria non gli avesse portato un po' di brodo, un pezzo di carne e una pera che del resto egli non toccò.
In quei giorni, nel primo specialmente, fu uno slancio di generosità verso il prigioniero: un capitano albanese, confinato politico, apprendendo il grave disagio in cui si trovava Mussolini, cavò di tasca il portafogli ed esclamò: "Portategli il mio denaro", e perché potesse bere del latte gli isolani rinunziarono di buon grado alla razione derivante dall'unica mucca esistente a Ponza.
Gli stessi confinati politici, che a lui dovevano lunghi anni di ergastolo e di isolamento, non infierirono sul caduto; negli stessi giorni erano sull'isola, con Mussolini, Pietro Nenni e Tito Zaniboni. Nenni vi era giunto da poco. Preso in Francia nella primavera del '43 dalle truppe tedesche e deferito al Tribunale speciale, doveva essere fucilato dopo rapida istruttoria per desiderio personale di Hitler; ma Mussolini aveva disposto altrimenti e aveva inviato al confino di Ponza l'antico compagno dell'insurrezione forlivese contro la guerra di Tripoli e della Settimana Rossa. Tito Zaniboni invece vi si trovava dal marzo '42 dopo sedici anni di galera trascorsi prima a Santo Stefano e poi nella casa di pena di Alessandria. Entrambi, come tutti i confinati del resto, potevano liberamente circolare nell'isola, senza eccessi di sorveglianza, consolati dall'incanto del panorama e dalla gentilezza degli isolani.
Questi ricordano Tito Zaniboni, canuto e curvo, coltivare pazientemente un orticello dietro la casa che lo ospitava. Ed entrambi ebbero generose parole verso l'ex dice e si astennero dal passare da Santa Maria nella quotidiana passeggiata. Disse Zaniboni: "Non andrò a Santa Maria perché quando un nemico è caduto, io non ho più l'animo di combatterlo. Mi limito a rispettarlo".
Così Mussolini fu solo, per dieci giorni, davanti al mare. Trascorreva il tempo seduto per lunghe ore al balcone con le braccia appoggiate alla ringhiera e la fronte su quelle. Sul tavolo, come s'è detto, la "Vita di Cristo", e accanto vi mise, quando gli giunse da donna Rachele, il ritratto del figlio Bruno, mentre aveva buttato via quello della figlia Edda. E quel libro egli andava segnando con una matita rossa e con frecce ai margini delle pagine; verso la fine, con due tratti rossi, segnò le parole con cui il Ricciotti descrive la cattura di Cristo nel Getsemani dopo il tradimento di Giuda e l'abbandono degli apostoli: "E Gesù uscì solo, non gli era d'appresso neppure un amico...".
Questo libro appartenne poi al parroco di Ponza, don Luigi Maria Dies, cui ne fece dono Mussolini stesso con una lettera di accompagmanento recapitata già aperta dai carabinieri al destinatario.
Il testo della lettera: "Ponza, 5 agosto 1943. Molto Reverendo, sabato 6 ricorre il secondo annuale della morte di mio figlio Bruno caduto nel cielo di Pisa. Vi prego di celebrare una messa di suffragio della sua anima. Vi accludo mille lire di cui disporrete nel modo più conveniente. Desidero farvi dono del libro di Giuseppe Ricciotti che ho finito di leggere in questi giorni. E' un libro esaltante che si legge veramente tutto d'un fiato, un libro dove scienza storica, religione, poesia sono fuse mirabilmente insieme... Vi mando il mio cordiale saluto. Mussolini".
Don Dies, autore di una piacevole "Guida di Ponza", tentò invano di vedere da presso il deportato, ritenendo, a torto o a ragione, di ravvisare nelle parole della lettera una aspirazione di Mussolini in un ritorno a Dio e al conforto della fede. Ma non ottenne dal colonnello dei carabinieri il permesso di avvicinare il relegato, lo aspettò bensì la mattina del 7 agosto nella chiesa sussidiaria di Santa Maria, ma nella notte del 6 Mussolini fu portato via da Ponza per essere trasportato alla Maddalena e poi al Gran Sasso, com'è noto. La lettera è datata Ponza 5 agosto 1943, e la sua maggiore importanza sta proprio nella data: manca infatti una sigla che era divenuta il simbolo e l'orgoglio del regime, E.F., Era Fascista. Ed è proprio Mussolini che, per la prima volta omettendola dopo venti anni, di suo pugno firma l'atto di morte del fascismo. Né è da pensare che sia stato costretto a scrivere in tal modo, perché i carabinieri e gli agenti avevano avuto l'ordine di trattarlo con ogni cortesia e di chiamarlo Eccellenza. "Perché mi chiamate ancora così?" disse egli un giorno amaramente; era dunque convinto della fine, della sua e di quella del fascismo.
Passarono così dieci giorni. Solo qualche passeggiata nell'isola, seguito passo passo da due carabinieri e qualche rara apparizione fra la popolazione muta che lo accompagnava con sguardi di pietà. Constatò con amara sorpresa che la strada che doveva attraversare tutta l'isola falcata e per la quale aveva erogato sei milioni non era stata compiuta né asfaltata, che mancava l'acqua corrente per cui altri fondi erano stati concessi, che provvidenze e sussidi stabiliti per Ponza non erano stati mai recapitati. Era l'improvviso contatto con la realtà: si mise a rileggere e tradurre in tedesco le "Odi Barbare", senza vocabolario, ma al balcone passava la maggior parte delle sue ore.
Aveva di fronte il Molo Borbonico, col ricordo dei "trecento giovani e forti" e il Murenario sacro dove le imperiali matrone relegate venivano a trarre gli oracoli delle murene chiamate dal flautista, a sinistra era Zannone coi fondali viola ricchi di cernie e di aragoste, e tutti gli incanti dell'isola che è chiamata "dell'Aurora". Ma egli era un tramonto e più spesso dové avere davanti agli occhi quei tanti che in diciassette anni aveva relegati a Ponza: Cesare Rossi, Domizio Torregiani, Giovanni Amendola, Mauro Scoccimarro, Sandro Pertini, Roberto Bencivenga, Giuseppe Romita, i ras etiopi, gli ufficiali albanesi... Pensò alla immancabile nèmesi che chiudeva lui ora relegato in quell'isola che aveva vista solo da lontano, passandovi innanzi nelle trionfali parate navali. Forse per questo piegava la fronte sulla ringhiera, come lo ricordano quelli che per mare o sulla spiaggia alzavano gli occhi verso la figura immobile sullo sfondo della casa bianca.

