Indice
- Numero 26 - Agosto 2006
- L'Editoriale - Come è bella la città
- Isole minori, principesse dei mari
- Le città di mare
- La più bella storia d'amore vissuta all'hotel Bellevue
- Ci vediamo al Bar Caiolo
- La pazza avventura da Roccaraso a Procida
- Alla felice scoperta di Castellorizo
- Un viaggio senza tempo alla marina di Novaglie
- Quella boutique in piazzetta dove entravano i divi di Hollywood
- La leggenda nera di George's Island
- Ritorno a Ponza
- Appuntamento a Palmaria
- La bisnonna Desolina mi regalò la sua voce
- L'erba dello stadio Stadio San Paolo ispirò il mare verde di Marotta
- Uno svedese ad Anacapri
- Il reporter dell'isola
Il reporter dell'isola
Dalla Piazzetta cafonal-scic al porto dei veleni, venticinque minuti di orologio e un sole bollente che mi infiamma il pelo e il cervello. Immagino quello che mi aspetta alle biglietterie e agli imbarchi e mi mordo la coda per la disperazione.
Penso agli ultimi scandali, agli scioperi, alla "chiusura" di Marina Grande e agli imprenditori "cazzi miei" e ho la conferma che, come sempre, valgono innanzitutto gli euro, poi la dignità. Prima gli interessi, poi gli isolani.
Vecchia legge di una Capri sciupata dai soldi, sporca di rifiuti e obsoleta nei sogni e nei ricordi. Sono Argo, il reporter rompicoglioni che non si accontenta dell'osso dei padroni e cerca di scavare la verità anche quando qualcuno tenta di tagliarmi le unghie. Il taxi di "Tonino Tubettiello", batterista chaffeur, incrocia la carovana dei pullman-Mercedes degli Staiano. Lamiere azzurre e argento che trasportano panzoni americani, tette tedesche e occhi giapponesi all'ombra di ignobili cappellini firmati Dolce&Gabbana. Gli autobus di linea della Sippic, azienda tentacolare e onnipotente, sbuffano fumo e sudore. Tre chilometri di copertoni e tricicli, motorini impazziti, marmitte infuocate, frizioni agonizzanti e bestemmie. Picchia il sole e mi brucia anche l'ultimo dubbio sul mio destino di randagio di Agosto.
Parto, vado via come canta Gianpiero Anelli detto Drupi.
"Vado, questa volta ho deciso che vado. Io ti lascio adesso che posso". Abbandono tutto, anche il mio lavoro di reporter vagabondo. Straccio il notes, ne faccio coriandoli e li consegno al soffio di uno scirocco velenoso di umido e caldo. Prendo la Bic e la regalo agli inviati di Sandro Mayer e Silvana Giacobini. Al diavolo il direttore, al diavolo Mimmo Carratelli e il suo sigaro, le sue richieste di scoop impossibili e quella penna di giornalista-campione che con gli anni migliora come una bottiglia di Brunello di Montalcino.
Sono stanco di sentire parlare dei muscoli di Cannavaro, di quanto era buona ieri sera la parmigiana a casa di Giovannella, delle feste sul terrazzo di Annalisa Di Paola, dei seni rifatti di Corinne Clery, della badante polacca che va a letto con Ulisse il marinaio. Vado via per evitarmi la "prosciuttata" in piazzetta di Salvatore Ciuccio e la sagra delle lucertole azzurre ai Giardini di Augusto. Vado via perché la mia vecchia Capri non esiste più, perché anche il suono delle campane è cambiato e le barchette per la Grotta Azzurra hanno perso la melodia dei colpi di remo. Devo fuggire da questo girone di lussuriosi, gente dai soldi facili e divertimento obbligatorio. Bisogna stupire. E' la legge delle Tivù e delle vita, dei reality-show e della carta patinata. Luccicare, cazzeggiare, presenziare, bisogna esserci e farsi notare. Smutandate, scosciate, veline, velone, ex attrici spente in tutto. Nell'anima, nel corpo, nel sorriso, tranne che nelle scollature al silicone e nelle labbra che sembrano il salvagente di mia nipote Didì. Mostri della chirurgia plastica alla ricerca del paradiso perduto. Una notte d'amore con un tatuato, un palestrato, un erotoname anche scemo ma ben piantato e i denti bianchi di un sorriso perenne. Notti di sesso e lenzuola che i segni implacabili dell'anagrafe non potranno mai benedire.
Nonni di prostata e pannoloni accompagnati venticinquenni con le tette a faraglione e lo slip disinvolto. Disinteressate a qualunque cultura, tranne a quella dei soldi e delle suites. Vecchi play-boy mai stanchi dell'ultimo whisky e dell'ultimo lampione di celebrità.
Vado via da Capri senza rimpianti, con un borsone di ricordi e nostalgie per un'isola che non c'è più. Forse aveva ragione Eduardo Bennato: "l'isola che non c'è". E non basta la chitarra di Guido Lembo per riportarla a galla. La prua prepotente di un mega-yacht non è la pinna mite di un delfino. La neve della cocaina non è il sorriso della luna. La mia Capri era diversa, le aguglie saltavano sull'onda come fruste d'argento e la scia del gozzo di "Salvatore 'a zappa" disegnava un nastro scintillante sotto il brillio delle stelle.
Ero un giovane reporter vagabondo e cantavo canzoni al Guarracino.
Vittorio Gassman pescava reti di cuori femminili. Lucia Bosè accendeva un faro di emozione anche al più disperato dei naviganti.
Al bar Tiberio, Mia Martini consumava gelati al limone e regalava qualche accenno della sua voce disperata. A Marina Piccola, Renzo Arbore e Mariangela Melato si squagliavano d'amore.
Sopra i Faraglioni la luna fiammeggiava. A quei tempi, in agosto ero un cane felice che si tuffava dagli scogli del lido "da Gioia" e tirava tardi in compagnia dei racconti di Carmine Ruocco e di uno spaghettino pomodoro e basilico. Ora vado via perché non ho soldi da stracciare, sono snob e non amo i cafoni. Il Taxi di Tubettiello mi lascia alla biglietteria. Jet delle 15.25, quello della Libera Navigazione, la compagnia di Aponte. Non ho alternative, i trasporti marittimi nelle mani di un solo uomo. Monopolio, si chiama Monopolio. Pochi passi e il porto di Marina Grande mi soffoca con una eslposione di souvenirs made in Cina e una esposizione variopinta di cappelli, foulards, magliette, costumi e parei da mercatino orientale. Compro due quotidiani all'edicola di Alessandro Esposito, mi inchino al ricordo di suo padre Peppino e mi avvio verso l'aliscafo. Sotto il sole, la banchina è un sentiero minato, un calvario, un agguato. Dorina Dato, la moglie di Drupi, quasi sviene.
Un turista milanese crolla sull'asfalto bollente, l'autoambulanza del Capilupi arriva dopo un quarto d'ora. In questa bolgia l'unica cosa che luccica è la cortesia e il sorriso dei portabagagli. Finalmente molliamo gli ormeggi. Abbandono il porto di Marina Grande e i suoi veleni, gli attracchi miliardari, i capricci di una ex show-girl in cerca di una notorietà riparatrice. Brucio qualunque rivista patinata e fuggo via. Libero e vagabondo, zingaro e felice con Lilly la Comare aggrappata alla mia coda, un gelsomino tra i denti e, tra le zampe, un piccolo salvadanaio di euro da spendere in un'isola che non sia scandalosamente cara. Fuggo per un mese ad inseguire nuovi porti e un vento di semplicità. Fuggo a cercare mari di barche a remi e pescatori di stelle, piano-bar sotto il cielo e banchine di libri e silenzi.

