Il reporter dell'Isola

Notte di streghe e paura. I fulmini sforbiciano il cielo e ritagliano enormi nuvoloni neri. Neri come i capelli scintillanti di Annalisa D'Esposito, come il pelo di Dux, il cane di Giogiò e Costanza Romano. Quel Labrador di razza pura che è amico del mio scodinzolare vagabondo. Sono Argo, il reporter dell'isola in una notte nera come la tonaca di don Salvatore Chiusano. Il parroco di Anacapri si ripara dentro la chiesa di Santa Sofia. Mani fredde, il Vangelo, le preghiere. La libertà di una confessione, la penitenza di un Pater Nostro, dieci Ave Maria e pace all'anima vostra. Mi tornano in mente antiche leggende di paese. Vecchie storie di preti e comari, sacrestani e perpetue, chiacchiere di cortile e pollai. Lumini di devozione e fiammelle invidiose, congreghe e nidi velenosi.
Piove, l'acqua è un ruscello che invade le strade, naviga tra i vicoli, si infila sotto le serrande, sciaborda tra piccoli portoni in legno e scalini di pietra. Lava pavimenti e peccati di paese, panni sporchi e appuntamenti mancati. Il suono delle campane non arriva molto lontano. Gli isolani sono a letto, al riparo di coperte calde e soffitti a botte, risparmi succhiati al passaggio di milioni di turisti e racconti rassicuranti e sbiaditi di una terra di lussuria e cultura.
Tempo da cani, piove. I tuoni massacrano il Solaro e mettono paura ai Faraglioni. Il mare dà l'arrembaggio alla spiaggetta di Marina Piccola, morde le cabine dei Bagni di Gioia, sbrana gli scogli verso la Grotta Bianca e trova riparo dietro le banchine di Marina Grande.
Nel porto il mare è un inchiostro che bolle. Gennarino Alberino freme, il suo Uragano è nei guai, l'onda arriva, sbatte sui pontili, ritorna, si impenna, morde il legno della murata, diventa schiuma. Rifiata, torna, s'avventa, precipita, risale. Gli ormeggi tremano, le cime si stendono, si sfilacciano, sembrano cedere ma non mollano. Resistono, i nodi sono giusti. La barca è salva, Gennarino Alberino è il re dei pescatori. Si festeggia con Lino De Martino, Wendy, Peppe Di Donna e Riccardo Federico nel Bar di Roberto Staiano.
Il vento trascina remi, alghe, parole, turaccioli, i libri di Roberto Ciuni, le lettere d'amore di Fiona Swarowsky, due gatti spelacchiati e carte da scopone. Profumo di caffè bollente e una bottiglia di Sambuca Molinari. Cin-cin, si brinda ai marinai e alle tempeste. Tempeste di quelle che il mio povero padrone Mastro Costanzo, buon anima, diceva "non trovano pace nemmeno topi, gatti e puttane".
Piove, diluvia. Sono un cronista di strada bagnato fradicio e infreddolito dentro una Capri di dicembre, poche luci e molte nostalgie. Mi arrivano addosso l'inverno del paese e gli intrighi familiari, i veleni di Costantino Federico e la tranquillità filosofica di Mario Staiano. Il cachemire di Roberto Russo e le suites strabilianti di Tonino Cacace. Bisticci politici e dignità di pochi. L'intelligenza tenace di Franco Cerrotta e la forza di Giovanni O' Zattero, le poesie di Selene D'Alessio e la dedizione all'isola di Peppino Aprea. Piove, turisti zero e strade chiuse. Non c'è un artigiano, non c'è una bottega aperta. Dentro l'acqua di via Camerelle scorre un fiume di firme e griffes spente che si riaccenderanno solo in estate. All'altezza del Number Two, incrocio Alessandro Preziosi, il conte Ristori di Elisa di Rivombrosa. La barba vagabonda, la mascella che non perdona, gli occhi azzurri e lo sguardo che, se ti arriva addosso, ti lascia incinta e sei fortunata se non sono due gemelli. Bello, seducente, macho. L'unico vip sopravvissuto a quest'aria di temporale. Mi incammino su un sentiero che scende verso i Faraglioni. All'orizzonte appare e scompare un piccolo chiaro di luna, un gabbiano nottambulo freme le ali, il mare si arriccia e insegue una vela coraggiosa. Natura bizzarra e spaventosa. Cadono massi, l'Arco Naturale è vietato ai turisti. Sassi e pietre rendono difficile il passaggio in via Pizzolungo, la stradina panoramica che, partendo da Tragara, costeggia il Monacone e Villa Malaparte fino ad arrivare alla grotta di Matermania.
Il vento stira il pelo e mi entra nelle ossa. Scendo verso il paese. La Piazzetta è un cantiere, si restaura il campanile. L'orologio è malato, non suonerà per mesi.
Isola muta, isola ferita. Via Krupp è un frammento di strada. Una promessa illusa, un oblio, un muro di indifferenza e tradimenti, l'emblema della perdita di memoria storica che Capri è stata capace di produrre.
Non c'è rispetto per Alfred Friedrich Krupp, per l'ingegnere Emilio Mayer, per il professor Roberto Pane che definì la strada un'opera d'arte. Mille violini suonati dal vento ma piove piove su Via Krupp. Bye-bye Via Krupp.
Sono un cronista deluso, me ne torno nel mio rifugio di Veterino. Vedo passare Natale Gargiulo con il viso preoccupato. Il cortile allagato e le galline volate via dentro la scarpata che precipita verso la Grotta Azzurra. Dicembre cattivo. Niente luce, la mia cuccia di cane randagio completamente allagata. Galleggiano la statuetta di Padre Pio e due vecchie foto di Guido Lembo quando cantava ancora al Guarracino. Galleggiano le prediche urbe et orbi di Adriano Celentano e i pacchi di Pupo, le canzoni di Silvio Berlusconi e Mariano Apicella, gli assegni dell'Antonveneta, le azioni della Parmalat e le polacchine di Fausto Bertinotti. Scorre la pioggia e trascina i tabulati di Renato Mannheimer, i bond argentini, le canne da pesca del sindaco Ciruzzo Lembo. Il ruscello d'acqua piovana trasporta la bicicletta di Romani Prodi, gli occhiali di Antonio Fazio, i faldoni della Banca D'Italia, il fioretto di Aldo Montano e i tanga di Manuela Arcuri. La lama di uno spadaccino e la lingerie bollente di una starlette. Ricordi persi nell'acqua, come barchette naufraghe lontane dalla terra e da qualunque approdo.
Lilli la Comare dorme imperterrita sopra un vecchio comò sgangherato della nonna di mia nonna. Ha la faccia distesa e le labbra socchiuse. Ogni tanto, languidamente, si muove, si contrae. Starà sognando di fare l'amore con Flavio Briatore tra le lenzuola della Suite Faruk dell'Hotel Caesar Augustus.
"Argo sei un malizioso, i tuoi sono solo cattivi pensieri".
È vero, devo salvare la mia vita sentimentale. Lilli va presa così, con le sue disinvolture e i tradimenti.
D'altro canto anche io, ai tempi del New Pentotal, quando il comandante Giovanni Cafiero si beveva il whisky e le donne, l'ho tradita con qualche porcona. Facciamo l'amore dentro una pozzanghera con la pioggia che ci benedice e il Solaro che caccia fuori la testa dietro una nuvola grigia come la facciata della Certosa. Lilli ogni tanto mi lascia solo ma, quando vuole, mi fa impazzire. Il massimo per un cronista vagabondo pieno di vizi e di acciacchi. Sento tutti i brividi del mondo. Il sangue bolle come una frittura di alici da Marco alla Rondinella. Amore friccicariello e un fiasco di Aglianico. Mi sento un padreterno e ringrazio la madonnina di Cetrella. È Natale, ti amo Lilli e mi vengono in mente due versi di Sergio Endrigo "La solitudine che tu mi hai regalato io la coltivo come un fiore".