Indice
- Numero 25 - Luglio 2006
- L'Editoriale - Quelle notti ischitane
- Omaggio ai pallonisti di Capri
- Il Free-Climbing un'invenzione caprese
- Quel poeta maledetto dalla Bretagna a Capri
- C'era una volta il Paradiso
- L'uomo che a colpi di remo fa il giro di tutte le isole
- Il ceramista gentiluomo
- Sotto le stelle di Anacapri
- Formia al tempo dei vip
- Il terrore dei cefali
- Il lungomare delle ragazze blu
- Il mare d'ametista fra Scilla e Cariddi
- Un premio di poesia a Maria Gisella Catuogno
- Venga a prendere un libro da noi
- La barca di Hemingway a Cuba
- Le anime belle di Gordon Square
- Il reporter dell'isola
Il reporter dell'isola
Oggi, nel giardino del comune di Anacapri, davanti ad un pubblico di cani scodinzolanti e miagolii di gatti di strada, Whisky, il Labrador del mio editore, ha abbaiato al paese il mio fidanzamento ufficiale con Lilli la Comare. Sono emozionato come un diciottenne imbranato al primo appuntamento d'amore, quando il cuore sbatte e tira colpi che non riesci a controllare.
Martellanti, veloci, frenetici. Tum, tum, tum e ti sembra di scoppiare. Ho il pelo scarmigliato come la chioma di Angioletto il meccanico, l'acne senilis, le zampe tremule e le orecchie in balia del vento che arriva dal Solaro e mi sbatte sul muso tutti i miei articoli di cronista vagabondo. Eppure ho sessantanni, un passato di taverne e sottane, baruffe di strada e notti lazzarone dentro le osterie di porti di mignotte compiacenti e marinai alla ricerca dell'ultimo bicchiere. Damigiane di Glen Grant e mille stecche di Marlboro succhiate come lecca-lecca al limone. Una vita scorticata. Il desiderio di acchiappanze impossibili, corteggiamenti, lettere infuocate di passione, fasci di rose.
Le serenate sotto i balconi di Via Orlandi, una chitarra stonata e l'abbaiare di un bastardo in calore. Intorno calce bianca, tegole, chiese, suono di campane, cancelli, gelsomini, vicoli stretti e silenziosi, stradine di ciottoli e sospiri. La compagnia contagiosa di Vittorio Aum-Aum. Pescatore di totani e sciupafemmine. La camicia bianca, il vespino sgangherato, occhi azzurri e lo sguardo irresistibile. Ormoni fiammeggianti e un cuore di zucchero filato. Notti randage al New Penthotal di Renatino. Femmine scollate, pruriti di sesso e canzoni. Luciano Bruno accarezzava il pianoforte e qualche disinvolta signora non ancora in pace con l'età. Suonava la vita e aveva un buon rumore. Le abat-jour diffondevano una luce bassa e compiacente che copriva avances, proposte e parole. Gli occhi inseguivano una risposta, le mani sfioravano le mani, i corpi pregustavano la complicità delle lenzuola.
Giuseppe Moggipinto si toccava nervosamente l'orecchino, allargava le braccia e ci sbatteva fuori alle cinque del mattino. L'alba ci salutava al Bar della Funicolare, un buon odore di cornetti caldi e cappuccini prima del sonno o dell'amore.
Sotto, il porto di Marina Grande era una baia felice non un bacino di vergogna, lo scalo di polemiche velenose, interessi personali e cime sporche di sospetti. Ho camminato i marciapiedi e guardato in faccia la vita. I guasti, le rughe, le verità e gli imbrogli. Ho scritto di regine e di puttane, attori famosi e cinici marchettari, playboy arruginiti dal sole e starlettes pronte al letto di qualunque trippone famoso pur di uscire sulle pagine di Sandro Mayer e Silvana Giacobini. Ho raccontato l'Italia e l'Isola di Capri. Quella colta e raffinata di ieri e quella becera di oggi. La Napoli di Enrico Marcucci e quella di Mario Orfeo. Sono partito in treno con Mario Cicelyn inchinando le zampe alla sua penna di inviato speciale. Ho collaborato con il "Guerin Sportivo" di Gianni Brera. Ho bevuto il suo inchiostro e il vino dei suoi fiaschi di Barbera. Ho vissuto a Milano e Torino.
Ho raccontato i gol di quel figlio di puttana di Josè Altafini e le avventure del marinaio Gianni Agnelli.
Mi sono giocato al casinò di Saint Vincent i diritti di un libro sui cani sciolti, le ferie arretrate, la liquidazione e un comò fine ottocento di mia nonna Elvira. Ho venduto gli orologi di famiglia per sbarcare il lunario e arrivare a fine mese. Ho azzannato l'altalena della vita e mi sono fatto trasportare dall'onda. Ho camminato a zampe scalze e viaggiato in Porsche con la capote aperta per succhiare dal cielo il ghiaccio della neve e l'acqua fresca della grandine. Ho regalato anelli insieme a promesse di fedeltà eterna e mazzi di ciclamini. Ho corteggiato il pericolo e l'impossibile. Sono sbarcato a Capri, su un vecchio gozzo di Torre del Greco, a seguire il destino delle mie origini, le derive della malinconia, il vento silenzioso della nostalgia. Ho lasciato Torino per il mare. Se dovevo invecchiare, tanto vale invecchiare al sole. Le zampe accavallate sotto gli ulivi di Cetrella, il pelo a strusciarsi lungo una parete di pietre a secco con i capperi che uscivano dalle fessure e un ricamo bianco di gelsomini.
A Capri ho frequentato ricchi e poveri e la taverna del Guarracino. Mi sono ubriacato di wisky e di donne. Ho cantato le canzoni di Umberto Bindi e ho pianto senza che nessuno capisse il perché. Ho abbracciato forte Franco Porta e la sua capacità di costruire case che erano carezze, tane, rifugi, luoghi di fascino e magia dove proteggere l'anima e i sentimenti. Ho nuotato sotto i Faraglioni inseguendo "Chiodo Fisso", la barca di Guido Lembo. Lo chanchonnier con il mare nelle vene e la chitarra a riempire pagine di musica e emozioni. Per lui ho pregato San Costanzo, preso a morsi il destino e scritto una canzone che comincia così: "dentro una notte di luna caprese è tornata la voce del poeta marinaio". Dalla prua dell'Uragano ho spiato Gennarino Alberino e la sua capacità di immergersi nel profondo, pescatore di abissi inesplorati e misteri. Al ristorante La Pergola di Giancarlo Cataldo, ho divorato padelloni di cozze gratinate e alici fritte succhiate come se fossero le labbra di Lilli Gruber dentro il racconto di un telegiornale. Per molto tempo non ho avuto una cuccia.
Mi ha ospitato per anni Mastro Costanzo, un vecchio muratore che dava di cuore e cucchiara e divideva con me una ciotola di chichierchie e totani e patate. Scorrevano ruscelli di vino e, sotto un pergolato di glicini, i racconti finivano in una sbronza di limoncello e donne solo sognate. Poi, quando una serata di solitudine moriva e nasceva un'alba rosa che tutto addolciva e cullava, ho incontrato Lilli La Comare che tornava da una notte di sesso e champagne. Il riflesso del sole cominciava a salire forte e sempre più rosso in cima ai tetti delle case. Illuminava archi, colonne e finestre di Via Orlandi. La luce scintillava come uno specchio e arrivava dovunque nel borgo vecchio che appena si svegliava. Era bella Lilli nel chiarore del nuovo giorno e aveva uno sguardo di quelli che ti acchiappa e ti bucano il cuore. Conoscevo il genere di occhiata, l'avevo vista mille volte nelle stradine di Anacapri.
Era quella che una donna riserva ad un uomo quando vuole farlo suo. Provai un fremito. L'emozione e il desiderio mi invasero lo stomaco. Un velo di sudore sul mento, due gocce sul labbro inferiore. Un respiro profondo per riprendere fiato, un altro per darmi un contegno. Quella femmina un po' puttana doveva diventare la mia compagna. Troppo fascinosa e intrigante per lasciarla tra le zampe di qualche cane bastardo. L'ho amata subito. Il pelo nero e lucido come una sciarpa di seta e quel culetto che si muoveva come il tic-tac del mio orologio che, prima o poi, doveva fermarsi ad un approdo. Il mio cuore si è fermato nel porto di Lilli.
Per non naufragare, per non perdersi nelle derive delle mie tentazioni di vecchio libertino, del mio voler sfidare sempre e comunque la vita. Siamo andati a vivere insieme nella cuccia di Via Veterino, sotto il dondolio degli ulivi e di fronte un orizzonte di mare. Mi ha tradito Lilli e l'ho tradita ma un giorno le regalerò una collana di conchiglie e diventerà la mia sposa.

