Il reporter dell'Isola

È un venerdi di sole bollente. Stazione Centrale di Napoli, torno a Capri dopo un corso di specializzazione sul tema "Le isole serene". Con me Filippo Di Martino (segretario generale dell'Associazione nazionale comuni isole minori). Un filo di barba pensieroso e una considerazione amara: "Capri non sarà mai più serena". Arriva Giovanna, Filippo sorride. La sua compagna ha gli occhi nel sole. Ciao ragazzi, viva l'amore.
Napoli è un fuoco di tetti e lamiere. Salto sul taxi di Ciruzzo "Mille Miglia", una Fiat Uno scalcagnata dagli anni e dai buchi di Via Marina e arrivo al Molo Beverello. Chi ha disegnato la nuova logistica è un pazzo scatenato che ha trovato l'orgasmo nel caos di un porto che è figlio di un labirinto di strisce bianconere. Un architetto juventino che ha progettato un dedalo di percorsi demoniaci che confondono anche le mie zampe di cronista di strada.
Bestemmiano i tassisti, bestemmiano i portabagagli con in testa "Mezzabirra", il più affascinante e abbronzato dei porteur. Bestemmiano i vigili che ancora non hanno capito i nuovi itinerari del Molo Beverello. File da lunedì in albis ai botteghini. Gomitate, spallate, insulti, risse.
Le regole valgono sempre di meno, i rapporti di forza sempre di più. Una bolgia infernale, mi rotolo per terra dalla disperazione. Imbestialito, Beppe Grillo prende a calci un cartone di Parmalat. Impassibile, legge "Eva 3000", Francesco D'Onofrio ex ministro della Pubblica istruzione. Sculetta sdegnosa Elisabetta Canalis.
Banchine per pirati, professionisti, pendolari, vagabondi, massaie, badanti, russi, cinesi, giapponesi, americani, bianchi, neri e nuovi ricchi. Pubblico assetato di week-end, di shopping, ristoranti, discoteche e balli sfrenati.
L'importante è farsi notare nel bene e nel male. Mogli con seni taroccati, mariti firmati. Tutti pimpanti a dispetto di gravi obesità addominali e pance affacciate sulle cinture dei jeans di Versace. Ma non importa. L'ultima canzone di Guido Lembo è un'esortazione, un invito, una preghiera: "I vulesse chiavà". E allora nessuno si arrende. Una pillolina di Viagra ed ecco i nuovi stalloni testosteronici. Letti infiammati e tanti euro friggi-friggi.
Scintillano più del sole i bracciali dei Rolex. Si gonfia di Luis Vuitton, vere, false, mezze sincere, mezze fasulle la poppa della nave. Si caricano passeggini, zainetti, pelouches, sacche sportive, Samsonite, trolley. Borsoni stracolmi di sogni e reggiseno autoreggenti, rossetti, profumi, indirizzi proibiti, ansie di notti languide a cavallo tra gli ombrelloni della Piazzetta e i locali di Via Camerelle. Desiderio di ritmi brasiliani per accendere ogni sera un carnevale da festeggiare al chiuso di una discoteca e non in riva al mare. Il mare? E chi lo vede il mare?
Ore 13, la "Naiade" salpa puntuale. Comandante Antonino Savarese, agile, abbronzantissimo, elegante. Una vita sul mare, gli occhi attenti agli umori del vento. La nave bianca della Caremar ha caricato quindici camion, venticinque auto, diciotto motocicli, novecentottanta passeggeri. Non so quanti bagagli, quanti gatti, quanti cani. Sono un randagio, non sono ammesso nei saloni. Resto all'aperto, nel quadro di poppa, insieme alle sigarette di Angelo Apicella, al sigaro di Marcello Lippi e al telefonino isterico di un'inviata de "La Stampa", una collega di cui mi sfugge il nome. Alle 14 e 30 approdo alla banchina numero cinque del porto di Marina Grande. In una lingua di terra larga cinque metri, in fila indiana, i camion vomitano un fumo nero che nasconde in una nuvola di veleni isolani e stranieri. Per qualche minuto il cielo non è più azzurro ma coperto da fiamme corvine. Mi faccio il segno della croce. Non ci sono manichette, manca la struttura anti-incendio. Un inferno di sudori, motori, cattivi odori. Per un pelo non cado a mare. Mi salva Isotta, il Labrador golden retriever di Piero D'Emilio. Il porto è un frullatore. Barche su barche, battellieri su battellieri, auto su auto, turisti su turisti, gente su gente. Fa miracoli il carrellino portabagagli di Salvatore Scala. Occhi verdi, barba da saggio, mani di roccia. Dribbling alla Sivori tra una folla di buste di plastica contenenti tutto: dalle birre ai panini di Aldo, dal detersivo allo shampoo "Libera e bella". In compenso poche racchette da tennis, pochi giornali, pochi pescatori.
Vorrei prendere la funicolare ma l'atrio è un'acciaieria, per soffitto un cielo di tubi e serpentine. Sembra la direzione generale della nuova Italsider. Uno scempio, una vera follia. Abbaio, piango, mi strappo il pelo, fuggo, corro via. M'infilo nella Fiat Marea di Roberto Capellini, vado a riposare. Mi attendono gli scoop della notte, devo recuperare la penna e il morale.
Poche ore di sonno e sono di nuovo in pista. Il grande circo di Capri mette in mostra sfilate di seni induriti, cosce toniche messe all'aperto, tragedie di chi non si arrende, futilità, il linguaggio sboccato del ricco cafone di turno, sorrisi, noie e sentimenti. Passa a piedi scalzi, dentro una tunica color della schiuma, Ingrid, una svedese sottile e luccicante come la lenza di Bertuccio in una serata di pesca e di stelle. Intorno, la Piazzetta è in tacchi a spillo e abito nero. Tutto un nero scarafone.
Nemmeno un vestito a fiori, nemmeno una farfalla. Arriva l'alba e, intristita, la luna si avvia a letto solcando nuvole nere.