Il reporter dell'Isola

Sono un cane di strada nato per caso sulla spiaggia di Marina Grande, in una notte di luna piena e amori stregati. Mia madre era una cagna di facili costumi, mio padre un fannullone senza una lira, habitué di bische e luoghi di perdizione.
Non ho mai portato una cartella sotto la zampa. Non ho mai conosciuto un professore né studiato una lingua straniera. Non ho frequentato il Pontano, non mi potevo permettere il Convitto del Denza, né il Collegio dei Padri Gesuti, né, tantomeno, la Scuola Militare Nunziatella. Non ho ascoltato gli insegnamenti di Luigi Bladier.
Il mio liceo sono stati i sassi di Marina Piccola, le risse con i gatti e le lezioni di barca e di pesca di Salvatore "Capaianca" . Occhi di mare, cuore di scoglio, mani dure come colpi di remo. Da lui ho imparato tutto della vita, parole come lanterne di notti incantate. Non ho mai aperto un libro, ma ho letto Tex Willer e l'Intrepido, cantato le canzoni di Peppino Di Capri e Ugo Calise. Ho giocato a flipper, fatto a pugni con la vita, tirato tardi nelle osterie, amato bastardine disinvolte e svaligiato mille pollai. Non ho rimorsi e non piango sul latte versato. Mi accontento di una cuccia, di un osso e del mio lavoro di reporter sgangherato. Questo giugno 2004, però, mi ha infilato tra le zampe un grande rimpianto. Non sono un poliglotta, conosco a stento l'italiano che, ormai, su quest'isola, non mi serve più a niente. Dopo i tedeschi, gli svedesi, gli americani, qui a Capri sono tutti russi e cinesi, specialmente cinesi. Piccoli, tutti uguali s'infilano dovunque, anche dal buco della serratura. Una processione di spremute di limone, per carità niente da dire ma sono rovinato.
Non capisco una parola, non posso fare un'intervista, non riesco a scrivere una riga. Sull'isola c'è anche Zhao Huayong, il presidente della Tv di Shanghai. Annuso la notizia ma non riesco ad azzannare lo scoop. Questi cinesi parlano una lingua troppo cinese. Per la disperazione straccio il notes, con i denti distruggo la Bic. Riacquisto un po' di calma, posso solo osservare. I miei occhi di cronista si spalancano di fronte ad un mondo di falsi d'autore. Questi cinesi taroccano tutto. Dolce e Gabbana falsi, borse di Prada false, Tod's false, Rolex falsi. Tutti uguali, copiati e firmati.
Non sono alla Duchesca, sono fra i cinesi di Capri che si sostituiscono ai napoletani e invadono il mondo con falsi in bilancio e tangenti alla pechinese. Lo ha scritto anche Federica Bianchi su "L'Espresso". In un angolo del Piccolo Bar, Rocco Barocco si dispera sulla spalla di Marisa Zanichelli. Gli hanno copiato anche l'ultima tunica bianca con ombrellino proteggisole pendant. Donatella Versace è scappata dalla Piazzetta e si è rifugiata in camera al Capri Palace di Tonino Cacace. Ha paura che le copino anche colore e taglio dei capelli.
Tenteranno di copiare anche il profilo tenebroso del Solaro e gli scogli rugosi di Punta Carena? Il giallo delle ginestre e il profumo dei giardini di Axel Munthe? Capri non si ribella, l'Italia non si ribella, non si ribella il ministro Giulio Tremonti.
Sono confucio, molto confucio, pardon confuso. M'infilo in Via Fuorlovado, saluto affettuosamente Laura Merola. Beviamo insieme due granite di caffè accompagnate da racconti di mare e isole lontane. Nella sua boutique di cose raffinate e preziose compro per Lilli La Comare un cappello esclusivo più chic dello chic. Esco fiero del mio regalo e proseguo per Via delle Botteghe, ma poco dopo incrocio una gatta dal pelo quasi giallo e gli occhi a mandorla quasi cinesi. Miao-mao, miao-mao. E' la fine, intorno a me ritorna una grande confucione. I comizi di Rocco Buttiglione, la crisi del pallone, l'arrivederci del sindaco Costantino il Faraone, l'ultimo film di Pietro Taricone. Un cinese alto come il remo di un canotto insegue un cappellino di tela portato lontano da un soffio di vento. Sulla visiera la scritta "Made in Italy". Sono confucio, devo distrarmi, devo reagire. Quasi fuggo alla ricerca di una Capri non taroccata. Ho il cuore in gola, sento ancora battiti gialli, ma ormai è finita. Al Gran Caffè il decolleté di Emanuela Folliero è dirompente. Straripano i seni, scoppiano le tentazioni. Eppure, piena di bugie, la conduttrice di "Immagine" ha il coraggio di dire: "Non ci faccio molto caso, le mie scollature servono a non sentirmi costretta, soffocata". Bruciano le mie emozioni, per distrarmi la guardo negli occhi. Belli quanto volete, ma i seni, i seni. Un cocktail di cattivi pensieri, passioni e tradimenti. Sono figlio di uno sciupafemmine, avverto un fremito alla coda. Infilo la testa sotto una fontanina gelata, allungo il passo e corro tra le zampe di Lilli La Comare. La tensione si scioglie, un buon bicchiere di vino e una notte d'amore. Un amore genuino e appassionato.
Provate a co-piare anche questo, cinesi.