Indice
- Numero 32 - Luglio 2007
- L'Editoriale - Donne di mare
- Il trionfo di Valencia
- Un brutto treno chiamato Capri
- L'anello di nozze di Alfonso Gatto
- Le sirene non sono belle
- Quando Henryk Sienkiewicz scoprì Conca dei Marini
- Curzio Malaparte
- Tre serate di sogno ad Anacapri tra cielo e mare
- La MMM «illumina» Piazza Dei Martiri
- La dea del mare
- L'isola di Marlon
- Quei diecimila chilometri dall'Uruguay all'Italia del "Leone di Caprera"
- Palmaria, la regina fra due paggi marini
- L'uomo che diventò pesce nel mare di Margarita
- Lettera estiva
- Il reporter dell'Isola
Il reporter dell'Isola
Il porto di Marina Grande si gonfia come uno spinnaker in balia del libeccio. Via vai di aliscafi, groviglio di ancore incatramate, battelli in rotta verso la Grotta Azzurra. Entra la nave bianca della Caremar, la sirena urla e chiede spazio in un caos di barche di ogni tipo. Il mantello del mare è acqua nera, risacche di schiuma lurida e insolente arrivano fino sopra la banchina. Una banchina che è un bisturi affilato, una lama stretta, un corridoio zeppo di folla e tranelli. Salvatore e Enzo, i portabagagli, faticano a trovare un varco ma conservano calma e sorriso, unici in un girotondo di dannati. Un miscuglio inestricabile di arrivi e partenze, una miscela indistinguibile di corpi e valigie, sudore, imprecazioni. Italiani e gente del mondo. Un oltraggio all'isola, un assalto, un assedio, un agguato. Un sentiero di formiche sopra un precipizio. Un "camel-trophy" al quale partecipano tutti: pendolari, residenti, villeggianti, persone alla moda, "dandy" in doppio petto, canottiere sbragate, volgarità grasse e disgustose. Il solito porto delle estati capresi, una casbah di bancarelle, pizzette surgelate, tassisti imbufaliti, imbonitori, un po' come nella Marsiglia di Jean Claude Izzo.
La coda verso la funicolare è un serpente velenoso sotto il sole, una fila interminabile di facce sconvolte, stranite. Un convegno di scampati al naufragio che marcia verso la Piazzetta delle meraviglie, la stazione d'arrivo di tutti i desideri, il miraggio. Ma "fa caldo come fa caldo soltanto all'inferno".
L'umido è soffocante, nemmeno un soffio di vento arriva dal mare. Sono un reporter vagabondo all'estremo della tristezza, mi scende una lacrima di malinconia. La mia Capri non è nulla più che un'ombra passata e il mio tempo diventa brivido, silenzio, rabbia. Abbaio al ricordo di un porto di pescatori dalle rughe nobili e i cuori coraggiosi e battellieri eleganti nelle loro magliette a strisce bianche e blu, quando alla banchina il piroscafo della Span galleggiava solitario in un mare verde smeraldo. Nostalgia Argo, solo stupida nostalgia, il direttore vuole il pezzo di luglio, prendi taccuino e bic e vai.
Non c'è un taxi, non passa un autobus, rinuncio ad accordarmi alla fila che si allunga verso la funicolare. Ho gli occhi che mi bruciano per il pianto. Roberto Staiano mi offre un caffè, la risata sguaiata di un tedesco mi rivolta lo stomaco.
Sono un bastardo in crisi che avrebbe bisogno di ritagliarsi il proprio crepuscolo e andarsene in pensione nella sua cuccia di Veterino. Lontano da tutti tra sentieri bianchi di gelsomini e azzurri di nuovi sogni, nuove fantasie con le ortensie che mi offrono i loro fiori blu. Ma sono un reporter di strada, le mie zampe hanno ancora da camminare, il marciapiede è la mia vita. Allungo il passo, saluto Peppe di Donna e la sua chioma bianca. Ti vedo stanco Argo. Supradyn, Supradyn, due compresse effervescenti e sarai di nuovo un randagio in piena forma. Grazie bel farmacista dalla faccia alla Richard Gere, ci vediamo. Mi fermo alla fontanella: una doccia lunga come il piacere di una nuotata da Mesola alla Grotta Azzurra. L'acqua scorre e ristora anche le malinconie. Un piacere voluttuoso, schizzi come i volti delle stelle nelle mie notti di cucciolo a Marina Piccola. Sto meglio, accendo una Marlboro e mi infilo in via Filietto. Una stradina che sale verso il centro di Capri tra gradini e case bianche, cancelli in abiti di buganvillee e geometrie di muri a secco. A metà strada incontro Fabrice, un pittore francese che dipinge paesaggi rosa tra le nuvole del tramonto. Un cavalletto, una tela, barattoli di smalti colorati, un pennello. Un filo di barba, i capelli raccolti in un codino, lo sguardo intenso e avvolgente. Ci dividiamo una colazione di pane e frittata sotto il tetto ombroso di un pergolato in compagnia dei suoi racconti parigini. Il sole brucia le pietre, lo scirocco muove il mare, le mie zampe stringono quella conoscenza improvvisa. Le porte del mio mondo si aprono alla luce di nuovi racconti. Un gabbiano taglia il cielo, oltre il pergolato la luce è dorata e si posa sui disegni dei rampicanti che salgono verso il paradiso. Fabrice racconta con gran fuoco, le mani nervose ad accompagnare ogni storia. Mani agili che quasi dipingono le parole, la erre non inciampa e scorre lenta in un dondolio di sentimenti e ricordi. Un filo di storia che si srotola come le curve di Via Filietto e mi scende dentro a riscaldarmi il cuore. L'affetto di un incontro, occhi curiosi, un ascolto attento.
Gli artisti di Saint Germain de Pres, tele ad olio e acquarelli che nascono lì sui marciapiedi. Bagliori, fremiti di colore, lampi di poesia improvvisa, capolavori o solo immagini senza un futuro. Senza un futuro come la faccia persa di un clochard, gli occhi ad inseguire un tempo senza memoria, la compagnia di una bottiglia di rosso arrivata quasi alla fine, poche gocce ancora per continuare a naufragare in un mare esclusivo e solitario che non consente navigazioni estranee. Fabrice tace, dentro una ruga passa l'ombra di una tristezza. Solo un attimo poi le sue parole proseguono con il racconto delle fisarmoniche, musiche malinconiche che fuggono come foglie nell'aria nutrita di melodia. Melodie come cantilene che ascolti ad ogni angolo di strada, ad ogni lampione. Qualcuno si ferma e poggia l'anima sulla tastiera, molti passano via frettolosi. Didì, una bambina dagli occhi di cielo vestita in un abitino fucsia, accenna un passo di danza. Piccolo angelo ballerino sulle punte della vita che verrà.
Ora Fabrice è una nube di ricordi. L'inventario di tante storie di ieri, di tanti volti. Carmen che guidava una vecchia Citroen cabriolet e si prostituiva, rifugio e consolazione di troppi uomini. Il fascino di una bellezza pallida ed inquietante, la luce grigia dello sguardo e una solitudine che faceva trasparire i tradimenti della vita e l'angoscia del tempo. Il tempo di Parigi, le luci dei bateaux-mouche sulla Senna, le cene romantiche, la musica di un'orchestrina, sorrisi, corteggiamenti, facili inganni e baci eterni alla Peynet. Musica nelle "cave", la tunica nera, lunga fino alle caviglie, di Jiuliette Greco, la frangetta, la faccia bianca, una voce. Una voce colta, piena di riflessi, piena di specchi, memorie antiche dolcezze estreme, fuochi improvvisi. Una voce di luci vibranti e nostalgie lontane. Ora tutta la notte è intorno a noi con i suoi sospetti, le ombre e il tremare delle stelle. Fabrice sembra non voler più raccontare, io non ho più voglia di salire in Piazzetta. Natale Gargiulo ci porta un fiasco di vino rosso e due bicchieri da osteria. Beviamo al nostro incontro nel silenzio del buio interrotto dalle voci del porto che arrivano come un sussurro, come una preghiera.
Buio e vino, ancora qualche parola. Scendiamo per via Filietto, gradino e gradino, la piazzetta con la fontanella, l'altarino di una Madonnina, un terrazzino rosso di gerani, il taxi di Adriano Federico.
Ciao Fabrice, ciao Parigi.
Torno a casa con una canzone di Juliette Greco in tasca dentro il dolce rumore della vita.

