Il reporter dell'Isola

Basta, vado via. La Capri d'agosto non la sopporto.
Mi scoppia il fegato, il cervello va in fumo, l'umido mi arriccia il pelo. Il circo dei vip graffia la mia ulcera malandata da una vita di vagabondaggi e bevute senza risparmio. Abbandono quest'isola molle e sguaiata, figlia del chiasso e della cipria dell'apparire. Una cipria che vola lontana al primo soffio di vento e non lascia niente, nemmeno il pallore di un ricordo. Facce viste e riviste, cerimoniali usurati, giornate di sole e di nulla. Inutili concerti a Marina Grande, piedi scalzi sui tavoli della taverna Anema e Core. Solita piazzetta stracolma di cantastorie, ricchi, ricconi, finti ricchi, veri manager, buffoni di corte, equilibristi.
Femmine allo sbaraglio, in guerra con l'età, aggrappate ai miracoli del silicone e ai riccioli di un improbabile, giovane amante sincero. Latin-lover sonnecchianti con gli occhi affacciati su un gin-tonic e nel cuore la velleità di un'ultima avventura. "Il passato non ritorna playboy, ogni passo di danza ha la sua stagione". Il tempo non si cancella. "Troppo tardi per amare" diceva Anthony Trollope.
Troppo tardi per un anziano reporter a quattro zampe come me per avere ancora la pazienza di assistere a questo ballo in maschera senza ribellarmi, girare la schiena alla Piazzetta e andare via. Vado in ferie direttore.
Sono stanco dello squillare dei telefonini, del ticchettio dei tacchi a spillo, degli occhiali neri tutti uguali, del serpeggiare dei tatuaggi, dei toraci depilati, delle t-shirt a canottiera.
Solito film, stessi attori, medesima sceneggiatura. Il corteo del lusso, il pavoneggiarsi delle cortigiane, il volto dell'attore famoso a pochi, in compagnia della fidanzata di turno, il cicalio dei ruffiani, le cosce abbronzate di una presunta star in crisi di astinenza Tv e disponibile ai piaceri facili ben compensati. I flash dei fotografi non trovano pace, i rotocalchi sparano titoli demenziali. Salverei Monica Bellocci e Aida Yespica solo perché sono bone, veramente bone e la castità è una virtù che non mi appartiene.
Tutto il resto è noia. L'Italia è al crollo, governata da politici capaci solo di litigare e tradire le promesse. Ma Capri ride indifferente e volgare e si compiace nella sua luccicante spavalderia.
Amo quest'isola e partire è un pianto, una fitta di dolore.
Ma questo festival di nuovi cafoni non lo sopporto. Non sopporto l'arroganza dei soldi russi e nemmeno di quelli americani. Mi ribello al frullare smodato degli euro, abbaio ai mega-yacht che non rispettano il mare, al rombo di motori che feriscono il silenzio delle coste e violentano il riposo di calette che vorrebbero solo sbadigliare al sole. Sarà difficile ridisegnare il mare quando non si vedrà più. La Capri d'agosto è una bolla di sapone che non profuma di buon gusto. Lele Mora ha portato la sua faccia sudata e le veline ammaestrate con le sottane di seta e le bocche di rosa, Flavio Briatore la sua camicia aperta e le ragazze coccodè che, all'occorrenza, escono dal pollaio anche senza sculettare.
Marina Lante della Rovere le penne del pavone. Povia le cacche dei piccioni di Venezia, Simona Ventura le smutandate di Torino, Rho e Vercelli. Aurelio de Laurentis gli slip di Calaiò e di Eddy Reja, Moggi i calzettoni di Ciro Ferrara e Fabio Cannavaro. Carmen di Pietro i suoi reggiseni bollenti. Marco Tronchetti Provera la chioma splendente di Afef, i guai delle Telecom e i misteri delle intercettazioni.
E così la taverna si è riempita, Guido Lembo è salito sullo sgabello e ha preso la chitarra. La gente è montata sui tavoli e ha esorcizzato tutti i guai e il malaffare del paese. Si balla ragazzi, si balla.
Jeans stracciati, seni nudi, corpi fradici di sudore. Cola tutto: ciglia finte, fard, rimmel, umori. Solo il gel rimane attaccato ai capelli come l'ultimo legame. Il resto è sballo. Birra, whisky e champagne scorrono come ruscelli e portano falsi valori. Solo i soldi sono veri e spesso non si sa da dove vengano. Un enorme rotolone di euro che parte come un gigantesco Scottex da Roma, tocca Capri per qualche settimana e si srotola per tutta la penisola. Soldi facili di un paese spaccato, sulla sedia a rotelle. Ma l'isola di chiffon e paillettes se ne fotte e balla, balla ingorda e lussuriosa, frivola e firmata. Come una sirena un po' mignotta e un po' svampita. Niente a che vedere con la femmina colta e contagiosa che andava a letto con il sole e faceva l'amore con passione tra lenzuola di pagine di libri e tele di pittori.
Femmina di classe vestita da Irene Galitzine, compagna di banco di Jaqueline Kennedy, Soraya, Margareth d'Inghilterra, Rita Hayworth e Alì Khan, Elsa Martinelli, Charlie Chaplin, Gianni Agnelli. Oggi arrivano Alba Parietti e Elisabetta Canalis, Antonio Zequila e Adriano Pappalardo, Naomi Campbell e Sabrina Ferilli, la barba irresistibile di Massimo Cacciari, le scarpe da trekking di Antonio Bassolino e il baffo snob di Massimo D'Alema. Qui tutti approdano per un lampo di notorietà, nessuno butta le ancore per la vita. L'isola è sola nella sua bellezza stuprata. L'isola di Ada Negri, Neruda, Moravia, Raffaele La Capua e Laura Lilli nelle mani di gente che ignora i giardini d'Augusto e il Chiostro di San Nicola. Una volta lampioni tremuli appena illuminavano stradine sbrecciate e i passi lenti di coppie discrete in direzione di Punta Tragara. Coppie in lino bianco perse in un sentiero di gelsomini e di stelle. Il tempo passa come un nemico e calpesta anche i ricordi. Me ne vado così, con un osso e una canzone in tasca. Vado via; nel borsone un articolo di Peppino Aprea, il profumo di Carthusia, i ravioli di Vittoria Gargiulo e un mazzolino di fiori di Veterino per farmi compagnia nelle mie giornate di esule volontario. Ciao Lilli la Comare, ciao Franco Cerrotta, ciao Patrizia Signorini, ciao Lido del Faro. Ci rivediamo ad ottobre, quando l'edera si arrampicherà rossa ai muri di pietre a secco e l'orizzonte sarà più pulito. Conto le curve che da Anacapri portano al porto di Marina Grande, raccolgo le foglie dei lecci per non dimenticare quel bosco.
Verso in un bicchiere gocce di mare rubate al Lido dello Smeraldo per non morire di nostalgia. La malinconia mi naviga tra le rughe, onde di tempesta e furore. Una rabbia maledetta e inutile che mi scende fino alle zampe. La tua furia non serve a niente Argo, il mondo va così.