Il reporter dell'Isola

Per sedurre Lilli la Comare e farla impazzire di desiderio, sono andato a Napoli e ho comprato le ultime pornocassette di una famosa pornostar. Un rimedio indispensabile per evitare il Viagra che mi procura tachicardia e mi fa vedere blu anche gli occhi neri di Maria Grazia Cucinotta.
Al ritorno, l'aliscafo è stracolmo di anime vacanziere e bagagli; non c'è un cavolo di posto, nemmeno per un reporter randagio come me. Porco cane. Càpito schiacciato sotto la batteria di valigie di Pasquale Squitieri e Claudia Cardinale. Lui tutto vestito di blu, il volto da ultimo guaio passato nascosto da una visiera sempre blu. Lei completo di seta grigio lungo fino ai piedi, le dita piene di anelli d'argento, orecchini pendenti, sandali grigi, grandi occhiali a proteggere la cattiveria di qualche ruga irriverente. Ma il suo fascino, almeno per me, rimane quello di sempre.
Sono Argo, un cronista mezzo sepolto dai bagagli, ma tento lo stesso l'intervista. "Mi racconti di lei, dica quello che vuole." Nemmeno una parola, nemmeno mi ha visto. O parlerà solo francese? Boh. Resta il profumo di Chanel n° 5 ma, nonostante l'odore del lusso, i miei polmoni si salvano solo grazie al piccolo respiro d'aria tra una valigia e l'altra.
Le regine di Luis Vitton trattate come mezze calze, confuse tra borsoni di plastica nera e trolley di tutti i colori in una montagna di bagagli anonimi senza un'etichetta che li distingua, senza un pedigrée che difenda origini e razze. Bagagli stracolmi di tutto, anche di qualche memoria da cancellare.
C'è il bauletto di Peppino di Capri accompagnato da un cartone di champagne, ci sono le valigie di Gino Paoli, un tormento senza fine. Dal borsone di Edoardo Vianello si intravedono pinne, fucile ed occhiali. Toto Cotugno viaggia con un enorme zaino con la scritta tricolore "Sono un italiano, un italiano vero". E chi se ne frega. Roberta Capua sembra non curarsi di niente e di nessuno. Libera e bella ha con sé solo una gabbietta bianca con due cincillà. Proprio come l'operetta di Virgilio Ranzato: "Oh cincillà, oh cincillà, mordi, rosicchia, divora."
Una Samsonite dura come la roccia di Tiberio, indistruttibile come un Sector, mi ammacca un occhio e lo gonfia come una boa. Sono sommerso dai bagagli dei ricchi e dei poveri, non ho pagato il biglietto e non posso protestare. Ma a che servirebbe? Questo aliscafo è un girone dell'inferno.
Dopo quarantacinque minuti di mare e di tormenti sbarco a Marina Grande tra i bagagli di Claudia Cardinale, le tastiere di Lello Pugliese e due labrador, rincoglioniti dal sole, tenuti al guinzaglio da un panzone in bermuda a stelle e strisce e t-shirt hawaiana.
Cerco di far trottare le zampe, ma il caldo e la folla tolgono il respiro. Incrocio la faccia di Liberato Orlando che sembra uno scoglio in mezzo al mare. Caos, traffico di città. La bolgia pare non scoraggiare il vigile, assistente capo, Maurizio Ruggiero, occhi di mare, fisico da faraglione. Devo salire in Piazzetta, ma l'assalto ai taxi è una battaglia persa. Nemmeno Adriano Federico, tassinaro con voce e chitarra, mi può aiutare. Tento con la funicolare, ma la nuova biglietteria S.I.P.P.I.C. è un casino totale. Urla, code, spintoni, file saltate, proteste, incazzature alle stelle. Russe, rosse, resse, risse: un arrembaggio scandaloso. Porca vacca, niente da fare. Sono stanco e sudato come un levriero dopo una gara al cinodromo, mi fermo all'Hotel Maresca. Alex, il direttore, mi offre un biscotto del Mulino Bianco e una ciotola di acqua Vitasnella. Grazie amico, prendo fiato e mi avvio a piedi. Ho un occhio "birulo" come quello di un pirata, la benda nera e la Bic che freme perché vuole raccontare.
Arrivo in Piazzetta che è già ora di spettacolo e follia. Al di là del duello, senza esclusione di colpi, fra Januaria Piromallo e Roberto Russo, l'isola è un pandemonio poco chic che toglie ogni speranza di una vacanza normale.
Agosto si vende al miglior offerente. Negozi, bar, ristoranti e locali profumano di soldi e di agi ostentati. Veri, falsi? Boh. Gli euro frullano, i figli crescono, le mamme non invecchiano. Cosce, seni, fianchi, sederi si rassodano nei miracoli dei massaggi e delle beauty-farms che tutto ricompongono e cancellano. I nonni, tirati e palestrati come Raoul Bova, non fanno più i nonni. Li vedi cenare, aragoste e Moet-Chandon, in compagnia di ventenni di forme floride ed esuberanti con décolleté dentro i quali mi piacerebbe navigare, forse affogare, anche morire.
Solo i giovani collezionano occhiaie autentiche, sigarette d'erba e il desiderio di uno sballo attaccato al collo di una birra. Ancora una birra, un'altra ancora per riempire i vuoti della solitudine o di amori troppo facili e passeggeri. L'orologio della Piazzetta batte le cinque, ma sono in pochi ad ascoltarlo. La magìa di un suono che ispirava riflessioni profonde celebra, oggi, i cerimoniali di un tempo che non ha più tempo nemmeno per un ozio ristoratore. Il popolo della notte attraversa il salotto del mondo senza molta soggezione. Le sedie del Bar Alberto guardano il profilo antico del Solaro e le luci del porto, ma solo in pochi se ne accorgono. Arrivano cornetti caldi e cappuccini e scivolano giù forse indifferenti anche al luccichìo dell'ultima luna.