Indice
- Numero 3 - Giugno 2003
- L'Editoriale - Gente di giugno
- Capri: ricordo di due vacanze nel paradiso terrestre
- Quando Lillino passeggiava in Piazzetta con Ungaretti
- 35 sorrisi e tanta concretezza
- Neanche una strada intitolata a Norman Douglas
- La Grotta Azzurra difende i suoi segreti
- Come rendere caprese un'estate al mare
- Davanti all'eremo di Cetrella un uomo maestoso parla tra cielo e mare
- Miracolato dal mare Salvatore "o'fratillo" racconta Positano
- Le isole perdute di Marisa Laurito
- A casa di Ernesto
- Il mito di Taormina è un pianista giramondo che scala i grattacieli
- Nella Grotta dell'Arsenale un pittore viennese parlava con le sirene
- Un approdo con chitarra in mezzo al Tevere
- Una scrittrice olandese ha ripercorso l'itinerario insulare dell'arciduca d'Austria
- Un inciampo di terra nel verde dello Jonio
- L'isola delle spugne nel mare Egeo ricordo antico d'Italia
- Lettera dal Faro
- Quel napoletano che sta in cielo
- La Moda, Stupori e Pori
- Il reporter dell'Isola
Il reporter dell'Isola
Soffia una brezza leggera che rinfresca la calura di mezzogiorno. Mariella Vernazzaro ha i riccioli color dell'inchiostro, gli occhi fiammeggianti e una penna che racconta l'isola senza timori riverenziali.
Sul "Corriere" ho letto il suo articolo sul Casinò a Capri. Un dibattito che dura da molti mesi e che ha ispirato a Guido lembo la canzone "Casinò sì-Casinò no". Un motivetto che non piace ad Alfredo Vito che spinge sull'idea. L'ex "mister centomila voti" è un deputato bisognoso, forse, di nuove emozioni e di fiches colorate.
Non ho dormito per quattro giorni ma, ora, me ne frego e dico la mia. Sono Argo, il reporter con la Bic e il fiuto del cane da caccia. Ho un giro d'amici che gioca a scopone, un pubblico di lettori fedeli e un gruppo allargato di conoscenti: giocatori di bocce e pescatori di lenza e ricordi. Una banda di mascalzoni sempre in cerca di "acchiappanze". Gran mangiatori di quel che passa il convento, bevitori di limoncello annacquato.
In gioventù ho frequentato case chiuse e casinò. Delle prime conservo il ricordo del Bagno Schiuma Vidal, il profumo complice del talco Felce Azzurra Paglieri, e qualche emozione che mi stirava il pelo fino a renderlo dritto come la corda di un organo che suona. Proprio come Gino Paoli nel cielo in una stanza.
Dei Casinò mi ricordo la tristezza di un panino alla mortadella in una stradina di Saint Vincent, sotto il tavolo nero della notte quando avevo perso tutto, anche l'ultima sigaretta, e nemmeno il corpo ospitale di una cagna in calore riusciva a consolarmi.
Maledetta roulette, maledetta istigatrice di sogni senza contenuti, di speranze di diventare qualcuno rimanendo nessuno. Maledetti croupiers, nemici dei giocatori, di Dostoevskij, dei cani e delle vita all'aria aperta. "Assassini" di illusioni e di fortune improvvise, portatori di rovine e di amori naufragati nel sogno dell'ultima fiche.
Nelle vostre mani ho lasciato collari d'argento, le comode cucce di Montecarlo e le canzoni d'amore dei cantautori nelle notti di San Remo, quando nemmeno la musica riusciva a quietare le mie tentazioni di giocatore. Ho perso l'osso del collo e la zuppa di una finale quattro che non è uscita mai. Ho inseguito la coda di un tre pieno e le curve dell'otto come un play boy i seni di una donna. Ho cercato l'en-plein come un setter la quaglia. Ho perso il rosso del rosso e il nero del nero.
Ho dato la caccia a quella pallina come la più gustosa delle polpette e lei, dopo mille rimbalzi, si poggiava crudele sul numero sbagliato. Proprio come la palla che, lanciata dal mio povero padrone, mastro Costanzo, si divertiva a non farsi acchiappare.
Ho scommesso tutto, anche l'amore per Lilli la Comare, l'entraîneuse più chic e sporcacciona di tutti i Casinò. A Venezia ho rinnegato la mia paternità e bruciato i quattro soldi che mi aveva lasciato mia madre Stella prima di morire raccomandandomi di assicurarmi una cuccia stabile e una fetta di carne, almeno una volta alla settimana. Nemmeno un tuffo, all'alba, in un canale mi ha restituito un aspetto accettabile e un po' di buonumore.
Io, il reporter Argo, al Casinò mi oppongo. Mi dispiacerebbe sapere di qualche isolano che si è ipotecato la casa per una mano a chemin o di qualche nobile signora che si illude di vedersi restituire, dalla roulette, titolo, soldi e felicità. Io, cronista che frequento il cuore e ho le ossa arrugginite dalle notti spese nella strada voglio lasciarmi bagnare il pelo dall'umido dello scirocco, non dalle lacrime di giocatori che hanno perso tutto, anche la pace.
Un Casinò spegnerebbe l'allegria perché è il padre di tutti gli ossi perduti, pardon di tutte le speranze perdute. Capri ha bisogno di recuperare qualità, di produrre libri e cultura. Un Casinò non produce pensiero, ma croupiers, palline, qualche asso, sfiorite regine di cuori e, spesso, malinconie solitarie.
Lo testimonia anche il film di Martin Scorsese con Robert De Niro e Sharon Stone. Devo aggiungere che la struttura deputata, il Centro Congressi, mi sembra priva di un fascino particolare. Più una scatola per noiose convention, "non importa chi parla, non importa che dice", che una luccicante vetrina per tentare la sorte. Ma al di là della eventuale sede, questo Casinò non s'ha da fare. Lo dicono anche i miei amici di Capri ed Anacapri, tutti di naso buono e intelligenza da veri cani bastardi.
Unica eccezione Fritz Casinò, un mezzo volpino di zampa veloce, che dice di aver vissuto alla corte di Ranieri di Monaco e di essere arrivato sull'isola per partecipare ad un torneo di burraco.
Buffonate per cani abituati al lusso. Fidatevi di Argo, il reporter con la Bic e il fiuto del cane da caccia. Lasciatemi raccontare di Punta Tragara, dei gabbiani a Marina Grande, del Solaro, ma risparmiatemi le fiches di un casinò.
Capri è troppo piccola e troppo antica, già troppo invasa e troppo azzurra per ospitare un tavolo verde.

