Il reporter dell'Isola

Il cielo ha una faccia disfatta come di chi ha dormito poco tormentato da una notte di fulmini e tuoni. Una faccia da temporale che somiglia a quella di Padoa Schioppa, il ministro triste di una economia allo sfascio. Triste anche questa giornata stesa sotto un tetto di nuvole che sono sguardi di grigio sporco affacciati su un un'isola che fa fatica a svegliarsi, abituata com'è di abitare nel sole.
Il dio dell'inverno è arrivato e i reporter come me devono raccontare di piogge e camini, profumo di castagne e serate di vino e salsicce. Chiacchiere, pettegolezzi, invidie, giri di poker e amori clandestini. Poca roba, me ne resto a letto ancora per un po'. L'Isola non offre di più, la Piazzetta si riscalda nei caffè corretti al cognac di muratori, capimastro, carpentieri, geometri, costruttori, architetti alla ricerca del metroquadro perduto. I berretti tirati fin sopra il naso, una bevanda forte al bar Tiberio e via sui cantieri a dare di calce e cucchiara. Abusi piccoli, abusi grandi. Progetti faraonici, luccichio di marmi, acciai, mosaici, alluminio anodizzato. Boiserie e stucchi veneziani, parquet canadesi e resine sgargianti, specchi, oro e argenti. Case aperte, case chiuse, casini e casotti. La casa della libertà, la casa del prosciutto, la casa dei grillini, dei girotondini, dei bamboccioni, la casa dei famosi e degli sconosciuti, del grande fratello, dello zio, dei nipoti, degli amici e degli amanti. La casa del palazzinaro e della velona, del politico e del portaborse, dei venditori di fumo e delle cortigiane, delle mortadelle e delle tagliatelle.
I palazzi delle bugie e dei tradimenti, delle madame e delle castellane. La camera dorata e quella delle meraviglie.
Che ne resta dei soffitti a botte, delle volte a crociera, delle pietre scalpellate a mano, dei pergolati con i pali di castagno, delle maioliche vietresi, dei ricami del ferro battuto, delle travi di legno? L'importante è stupire, rinnegare, tradire, stravolgere le tradizioni, stracciare la storia e il passato, apparire, sbalordire. Il culto del vuoto, la filosofia del nulla. Sono in pochi a ricordarsi di Roberto Pane, l'architetto che rispettava le radici e la geografia dei luoghi, amava l'isola e le sue linee e le ha dedicato un libro che è un capolavoro. Un libro intenso e rispettoso, di quelli che un progettista dovrebbe tenere sotto il cuscino e, alla sera, leggerlo insieme alle preghiere e recitare il mea-culpa.
E al mattino, andare nella chiesa di S. Sofia, scomodare Don Salvatore Chiusano, inginocchiarsi, battersi il petto, chiedere perdono all'isola, ai genitori, agli esteti, ai puri, agli innocenti e confessare i propri peccati di vanità e ignoranza. Ma qui tutti si sentono Fuksas, nessuno fa più penitenza, il dio cemento non ha scrupoli, non ha rimorsi perché non ha più valori. È il destino delle isole Argo. I poeti non sono più di moda e i pochi pescatori di Marina Grande sventolano i fazzoletti dell'addio al ricordo delle ultime navigazioni di avventura.
Ultime barche di legno, ultimi aliti di sale, ultimi fiammiferi accesi dallo scintillio delle aguglie che ancora saltano tra Punta Carena e Cala Ventroso. Salti di vita, bagliori di luce, ballerine d'argento sul teatro di un mare che non vuole morire. Nemmeno io voglio morire di rabbia ostinandomi ad abbaiare alle mongolfiere di Nello Charbonnier tra venti bizzarri e cieli bui. È meglio che mi rilasso, è rischioso continuare a fare Icaro in un mondo che ha perso il vizio di sognare. Fuori dalla mia cuccia, un gallo canta ignaro che ormai è giorno pieno. Mi stiracchio contro le morbide pieghe di una coperta che mi ha regalato Tina Mariniello. Donna pia, capelli bianchi e mani da Fata Turchina.
Lana lavorata all'uncinetto come faceva nonna mia seduta al sole su una sedia di paglia fuori dall'uscio in via delle Boffe. Intorno, le stradine accoglievano smorfie di gatti, odore di pane a legna e frittata, donne alle pentole, voci di bambini. Davanti all'osteria, la faccia di Costanzo "olio e vino" accartocciata come un carrubo. Il vecchio contadino con il naso rapace e la voce di catrame fumava in silenzio il sigaro, fermo per ore davanti ad un bicchiere di vino. Il tempo era lento, la controra durava a lungo e le lancette degli orologi si annoiavano ad inseguire la corsa dei minuti. Nemmeno io avevo fretta. Ero un giovane meticcio allora e le mie passioni erano il biliardo, Tex Willer, Salgari e il profumo delle sottane. Marinavo la scuola, le zampe correvano a Marina Piccola a cercare conchiglie e telline. Una spiaggetta pulita di legnetti e fantasie. La vita su un cargo, navigazioni lontane, rotte di pirati e bucanieri, porti di taverne e donne ardenti. Dividevo giochi e sogni di avventura con Camilla, una cokerina fuggita di casa, rossa di pelo come Rita Haiworth. Una vagabonda alla ricerca di libertà e storie proibite; le prime per lei, le prime anche per me.
Quelle che ti restano dentro anche quando gli anni scorticano l'anima e il cuore. Capriole sulla sabbia, schizzi di mare, il primo germogliare degli ormoni, l'amore. La libertà di accarezzare la vita come il vento la cima dei pini che scendevano a salutare la riva. Marina Piccola era l'alcova dell'incoscienza e delle passioni. Era giovane il mare e non cessava mai. A quei tempi il mio cuore bruciava solo per Camilla, poi lei scappò con un marinaio marsigliese e la favola si spense. Andrea Mingardi mi dice che ora Camilla vive a Bologna con un romeno, un artista di strada, in una città estranea senza nemmeno ricordare come vi è arrivata. Lui ha un codino biondo e suona la fisarmonica seduto su un cartone sotto i portici che guardano Piazza Maggiore.
Lei raccoglie dentro un cappello le offerte di chi si commuove e una nostalgia senza rimedio. Intorno non c'è mare e non c'è cielo, sui muri i manifesti con il faccione di Cofferrati le ricordano vagamente quello di Costantino Federico. Fotografie di sindaci non sempre amati.
Il nostro popolo di ex poeti ed ex marinai chiede sicurezze che la politica non riesce a offrire. Troppo vanitosa e cialtrona, incollata a poltrone e potere, affari e compromessi. Cani che non mollano l'osso, ma tanto qui nemmeno più i preti lasciano la presa. È un paese dove tutto è concesso, tutto è perdonato, tollerato, dimenticato. L'Italia e le donne mi immalinconiscono, non esco nemmeno a comprare i giornali. Ho le zampe infreddolite, il pelo incazzato e dentro gli occhi il film in bianco e nero di Camilla, quando anche i gabbiani lasciavano il cielo per corteggiarla.
Attacco le labbra a una bottiglia di whisky. Il sonno non arriva, le foto di Camilla a Marina Piccola mi rimbalzano nella memoria con la nostalgia dolorosa di un amore che non torna più indietro.